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Culture
"Poesia italiana dal Novecento a oggi" e "Ologramma in La minore"

Poesia italiana dal Novecento a oggi, di Alberto Bertoni e Ologramma in La minore. Accordatura orchestrale 432Hz di Gianpaolo G. Mastropasqua

 

di Alessandra Peluso

 

   Si dice spesso che la poesia non goda di buona salute, mentre, in realtà è sana e viva. Forse più scritta che letta; mediata che amata; spettacolarizzata che vissuta. Per comprendere meglio un consiglio di lettura può essere determinato dalla considerevole pubblicazione di Marietti1820 del volume “Poesia italiana dal Novecento a oggi” scritto da Alberto Bertoni.

   Si tratta di un saggio che comprende dal punto di vista storiografico l’origine della poesia orale e scritta, si delinea una vera e propria mappa storica che orienta lo studioso a sapere chi sono stati e sono nella Contemporaneità i poeti. Il lavoro di Bertoni è certamente analitico, poderoso, sebbene ci sia da riflettere sul caso che tra i nomi non compaiano quelli salentini, quelli di quel Sud che non riesce ad attraversare il Rubicone e viaggiare oltre. Da riflettere: una discrepanza già presente dagli anni ‘70, ’80 con Vittorio Pagano, Salvatore Toma, Antonio Verri, e molti altri. Un’Italia divisa in due o anche in più parti persino in ambito letterario. È opportuno domandarsi in modo critico, valutativo e sociologico quali siano le cause.   

   Inoltre, Bertoni affronta una questione di gran lunga interessante: “come insegnare la poesia oggi” e lo fa iniziando la sua narrazione biografica, il suo incontro con la poesia che da giovanissimo ha amato. La poesia – si legge – è qualcosa di cui abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Perché infatti, “agisce attraverso il codice naturale, insieme comunicativo ed espressivo, di cui disponiamo il linguaggio” (p. 130): è ciò che differenzia dall’essere vegetale e animale ed è l’espressione essenziale dello spirito, esprime ciò che sei, la tua identità.

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  In verità, la poesia del Novecento andrebbe insegnata a scuola, così come la storia di questo secolo proprio perché si possa comprendere l’oscurità di determinati accadimenti, la bellezza dell’inconscio, educare il ragazzo a cogliere il significato salvifico della poesia e il senso di quei numerosi poeti quale Primo Levi, ma non soltanto italiani, si pensi alle tragiche esperienze di Paul Celan e Osip Mandel'štam, i quali hanno considerato la poesia non solo la massima espressione della libertà di pensiero ma anche un modo per affrontare il ‘vivere quotidiano’ nei lager.

   In particolare, su “La verità della poesia”, Celan dirà che essa è come “un meridiano, una linea nello stesso tempo verissima e inesistente che indica una direzione attraverso molti territori. Su questa linea a ciascuno è data la possibilità di tracciare il proprio cammino verso quel sapere e quel sentire che appaiono lontani da chi è assediato dal rumore”: da qui, dal silenzio del cuore si scorge la verità, la profondità della vita. La poesia non mente. È forse anche questo aspetto potrebbe avere un considerevole messaggio educativo e far parte di ciò che lo stesso Bertoni definisce il suo pensiero di “pedagogia poetica”. Potrebbe addirittura costituire un nuovo insegnamento.         

Il volume di Alberto Bertoni prosegue concludendo con una dettagliata parte dedicata a interrogativi riguardanti i nuovi strumenti mediatici relativi alla comunicazione e un invito a prendere coscienza su ciò che si scrive rivolto a quei poeti che si affacciano per la prima volta nella scrittura poetica di imparare a riconoscere i propri limiti tentando di “riplasmare gli automatismi più passivi del codice linguistico, permettendo a chi si lancia nell’intrapresa poetica di cooperare a quell’azione di igiene sociale e comunicativa cui la poesia è vocata” (p. 211). In parallelo sarebbe auspicabile l’eliminazione di concorsi e concorsini vari ed eventuali sulla poesia che proliferano di anno in anno, pullulano dalle Alpi agli Appennini sino alla Sicilia ma che talvolta danneggiano la poesia stessa e arrecano danno illudendo più di qualcuno a sentirsi poeta. Per un giorno.

   Mentre, per fortuna, in “Poesia italiana dal Novecento a oggi” si consolida l’idea della grandezza della “vera” poesia, della sua storia e del suo schierarsi senza inciampi sempre e comunque “dalla parte delle cose come stanno”, mirando a ricrearle su un nuovo piano, “piuttosto che a rappresentarle in forma mimetica”. L’originalità della poesia, della vita nella sua individualità e universalità, in questa comprensione del tutto difficile da abbracciare risiede in un esperimento di Gianpaolo G. Mastropasqua dal titolo “Ologramma in La minore. Accordatura orchestrale 432Hz”, edito da Caosfera.      

 

   Occorre innanzitutto conoscere più di qualche nozione sulla musica, sapere in cosa consista l’olografia, apprezzare la poesia visiva e alcuni dei suoi maggiori rappresentanti quali ad esempio Adriano Accatino, Francesco Saverio Dodaro, Francesco Aprile. Insomma, prima di leggere e comprendere il progetto poetico “Ologramma in La minore” è opportuno studiare.

   Tuttavia a prima vista si resta affascinati da un’elegante copertina e curatissimo format che illustra l’intensità di una materia incandescente quale è la parola: carne e sangue di ogni essere umano. Spingendosi oltre si può constatare la struttura di alcune poesie simile a quella di frammenti di DNA che si intrecciano vorticosamente. L’autore, per l’appunto, Gianpaolo Mastropasqua, sostiene di aver composto questa silloge nell’aprile del 2003, attuando una sillabazione metrica in musica alternando la sillabazione comune a quella con sinalefe e dialefe secondo una dominante idea sonora, abolendo la divisione sillabica data dall’apostrofo e trasformando simbolicamente sia “Io” che “Dio”. Gioca di immagini e simboli l’Autore in un esperimento che di certo non si può dire comune. Di studio intenso. Verrebbe da chiedersi però se Mastropasqua abbia inseguito la sua “verità”, il “meridiano” descritto da Celan, tra quelle che apparentemente sembrano eccessive sovrastrutture – non lo saranno per l’Autore - rischiando di disorientare il lettore. E allora ci si addentra in ciò che è poesia, vita: “Tu / sempre / insegni / madremente / sradichi il verbo / se rubi l’impronta / il dolore antenato / evaso in troppa polvere / torna favoleggiante vento / divento pura di sabbia e urlo / busso alla terra nel mistico bacio per muse estinte o angeli andati / cieca e orante come una pelle / […] / sanguinando / il tempo / varco / Io (p.19): in questa e in altre Gianpaolo Mastropasqua pone in relazione reciproca, non necessariamente conciliante il “Tu” e l’“Io”. Si tratta di una dualità essenziale atta a creare un dialogo, comunicare; le relazioni sorgono anche tra forme di spazio e di tempo, un “Lì” e un “Qui”. Le poesie di “Ologramma in La minore” oltre a una sfida rischiosa che Mastropasqua sembra abbia intrapreso con se stesso, un desiderio spasmodico di superarsi, sono canti di dolore, di malinconia lambiti tra figlio e madre, spasmi di sofferenza che sgorgano da un mare “assassinato / che cantava / il verbo / giace / Qui” (p. 27).             

   Si tratta di una silloge che accoglie una vista del mondo e raccoglie in sé la sua visione di mondo, l’intreccio originario di una donna e di un uomo: un figlio. Il dramma di qualcosa non vissuto, che si attende ancora, un “coup de théâtre”: un cambio improvviso che sorprende e rapprende, a tratti, gela quando sul “tango della morte” si vedono sottrarre “i giocattoli umani / che ho composto per legarlo forte / nella ninnananna ossessiva / che sonnecchiava nell’isola / che gli ho venduto oggi” (p. 29). Impossibile dormire con questo “Ologramma in La minore” con l’“accordatura orchestrale 432Hz”. Provate. Mentre ci si aggira nel silenzio e si coglie la trama come un ragno che tesse la tela si cade giù, in basso, nell’abisso, a suon di Wagner, Bach, Mozart, Beethoven, Rossini o di Mastropasqua e si è obbligati a scrutare l’inganno celato. Il segreto mai svelato. In una misterica atmosfera, ancestrale, ci si può anche ritrovare in un letto comodo, stile liberty, da qualsiasi lato si voglia, ciò che importa è “esserci” e questo che Giampaolo Mastropasqua ha dimostrato con il suo sublime “Ologramma in La minore. Accordatura orchestrale 432Hz”.  Con tutto se stesso.       

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