"Roma per le strade 2" (Azimut), 29 scrittori raccontano la città eterna. Per beneficenza. In esclusiva su Affaritaliani.it il racconto del curatore Massimo Maugeri

Giovedì, 22 aprile 2010 - 11:57:00

Letteratitudine, dal blog al libro. La creatura di Maugeri ormai è un cult. TUTTI I PARTICOLARI

LO SPECIALE

Libri

Speciale libri/ Scrittori, editori, editor, classifiche, interviste, poltrone, recensioni, brani in anteprima, blog, e-book, riviste online, notizie, curiosità, anticipazioni. Su Affaritaliani.it tutto sull'editoria

Può sembrare ambiziosa la sfida di presentare in un'unica raccolta ventinove scrittori da Roma e dintorni – oppure nati altrove e trasferitisi nella Capitale – eppure la grande ricchezza di questo volume risiede proprio nel crogiuolo dei molteplici punti di vista di cui è composto. Non una sola generazione di scrittori ma almeno tre, a confrontarsi tra di loro e con i mille volti di una città che ha alle spalle la gloria di un Passato mai dimenticato e cerca di aprirsi la via del Futuro, attraverso le contraddizioni laceranti del Presente. Ventinove luoghi di Roma vanno a comporre la cartografia di una città troppo vasta e troppo ricca di energie contrastanti per essere abbracciata interamente da un unico sguardo.

IL LIBRO - "Roma per le strade – vol. II" (Azimut) fa parte del progetto organico NO PROFIT Città per le strade: una sorta di stradario, un “Tuttocittà” dei narratori. I racconti che compongono i volumi hanno infatti come unico tema l'ambientazione: Roma, con i suoi quartieri e le sue strade. I narratori, non vincolati da tematiche o da elementi comuni, non hanno alcuna limitazione se non quella di collocare la propria storia in un quartiere o in una via della città. Prende così corpo un mosaico di avventure e intrecci, di personaggi e situazioni, il tutto per creare la mappa di una città che va svelandosi nella sua topografia attraverso la fantasia di chi scrive. E, proprio come nelle città nuovi quartieri vanno aggiungendosi a quelli antichi e conosciuti, anche nella collana Città per le strade narratori esordienti si affiancano a nomi già affermati nel panorama letterario nazionale, e internazionale.

Il curatore: Massimo Maugeri, scrittore siciliano, è nato nel 1968. Collabora con le pagine culturali di magazine e quotidiani tra cui: “Il Mattino”, “Il Riformista”, “La Sicilia”, “Satisfiction”. Suoi racconti sono stati pub­blicati su antologie, giornali e riviste letterarie. Ha scritto il romanzo Identità distorte (Prova d'Autore, 2005 - Premio Martoglio). Ha ideato e gestisce “Letteratitudine” (www.letteratitudine.blog.kataweb.it) blog letterario d'autore del Gruppo L'Espres­so. Ha partecipato alla scrittura del romanzo collettivo Le Aziende In-Visibili (Scheiwiller, 2008). Ha curato il volume Letteratitudine, il libro - vol. I (Azimut, 2008). Fa parte della redazione del blog letterario collettivo “La poesia e lo spirito”.

roma maugeri

Racconti di:  Dora Albanese, Adelia Battista, Gaja Cenciarelli, Rita Charbonnier, Francesco Costa, Laura Costantini - Loredana Falcone, Mario Desiati, Andrea Di Consoli, Pasquale Esposito, Massimiliano Felli, Gianfranco Franchi, Andrea Frediani, Luca Gabriele, Enrico Gregori, Luigi La Rosa, Silvia Leonardi, Lia Levi, Dacia Maraini, Piera Mattei, Massimo Maugeri, Italo Moscati, Stefania Nardini, Antonio Pascale, Sandra Petrignani, Rosella Postorino, Tea Ranno, Carlo Sirotti, Cinzia Tani, Filippo Tuena

I proventi degli autori, dei curatori, degli agenti, e dell'editore saranno devoluti al reparto pediatrico del Policlinico “Umberto I” di Roma.

In esclusiva su Affaritaliani.it (per gentile concessione dell'editore Azimut) il racconto dal titolo "Incontro a Porta Pia" di Massimo Maugeri tratto dalla raccolta "Roma per le strade vol.2" (a cura dello stesso Maugeri)

INCONTRO A PORTA PIA

di Massimo Maugeri


Se è puntuale dovrebbe trovarsi già lì, alla fine di via XX Settembre, da almeno un quarto d’ora. Magari sarà indispettito dal mio ritardo, dunque è bene che cominci a pensare a una scusa plausibile.
Plausibile, ma al tempo stesso inusuale. Così poi racconto tutto agli amici e ci facciamo quattro risate.
Vediamo. Potrei provare una di quelle scene tipo Amici miei.
Oppure no. Potrei semplicemente far notare che sono arrivato in ritardo, mostrando una faccia contrita (in modo da far capire che sono dispiaciuto), per poi glissare.
No, aspetta. Perché mostrare una faccia contrita? Dirò che sono in ritardo, punto e basta. In fondo sto facendo un favore. È bene non dimenticarlo (e spero che i responsabili della casa editrice ne tengano conto).
Certo che dev’essere uno strano tipo.
Voglio dire, con tutti i luoghi e monumenti che abbiamo qui a Roma ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta. Altro che Porta Pia! – che però, per quanto mi riguarda, è un luogo fondamentale: è qui che ho conosciuto Virginia, qualcosa come ventisette anni fa (ventisette anni, sposati da venticinque: un quarto di secolo. Ogni volta che ci penso mi vengono i brividi).

Vediamo. Ci sono parecchie persone nei dintorni. Qualcuno passeggia, qualcun altro è intento a visionare mappe cittadine grandi come lenzuola. Ecco... quel tale, con lo zainetto in spalla, fermo all’angolo della strada a scrutare i passanti. Dev’essere lui.
Mi avvicino tenendo la carpetta dell’agenzia turistica con il logo ben in evidenza, così come da accordi.
Dài. Guarda qui. Forza, bello.
Bravo. L’ha vista. Perfetto. Mi fa un cenno con la mano. È lui.
Però.
È un po’ più giovane di quanto mi sarei aspettato. Chissà perché, mi immaginavo un ultracinquantenne con lo sguardo greve e gli occhiali con le lenti spesse. Insomma, uno con la faccia da scrittore. Questo, invece, mi pare uno qualunque.

La stretta di mano è vigorosa, quindi dev’essere un tipo sicuro di sé.
Oppure no. È un insicuro che cerca di nascondere il proprio disagio stritolando la mano altrui. Dal tono della voce non riesco a individuare altri indizi.
Ecco, lo sapevo. Iniziamo a parlare del più e del meno. Non posso dire che mi dispiaccia. Ma neanche che mi faccia piacere. Di certo non ho alcuna intenzione di rimanere qui tutta la mattinata.
Apprendo che non è romano, né residente a Roma. “Altrimenti”, precisa, “non avrei avuto bisogno di una guida”.
“Non è detto, sa?”, glielo dico con il tono di chi la sa lunga. “Crede davvero che tutti i romani, o tutti i residenti a Roma, conoscano così bene la città?”
Ovviamente è una domanda retorica. Non mi aspetto risposta (infatti non arriva). Aggiungo: “Avrei tanti aneddoti da raccontare. Potrei anche scriverci un libro. E non è escluso che un giorno lo faccia”.
Ecco. Perfetto. Così, se è scaltro, capisce che anch’io ho velleità narrative.

“Mi scusi se glielo chiedo… ma lei fa la guida per mestiere?”
La domanda mi sembra idiota. Oppure no. Che cosa vorrebbe intendere? Che non sembro un professionista? No, aspetta. Questa non è una domanda: è un’offesa bella e buona. Ma chi si crede di essere, ‘sto deficiente?
“Certo che lo faccio per mestiere”, gli dico. “Anche se - una bella pausa, ecco, così il «se» risulta ben evidenziato - in genere porto in giro gruppi di turisti, e non una persona sola. Nel suo caso ho fatto un’eccezione”.
Perfetto. Ho pronunciato la parola eccezione con un tono caustico. E devo aver colto nel segno, perché noto un alone di smarrimento nei suoi occhi. Bene. Credo che da questo momento in poi eviterà di fare altre domande idiote.
Oppure no. Forse ho esagerato. Forse quell’alone che ho colto nei suoi occhi è risentimento, non smarrimento.
“Però sono felice di essere qui con lei”. Lo dico mostrando il mio miglior sorriso, poggiandogli una mano sulla spalla. “Il direttore editoriale mi ha chiesto questo favore e non me la sono sentita di dirgli di no. Sa… scrivo anch’io…”
Ecco. Gliel’ho detto. Papale papale. Così non ci sono dubbi.
Annuisce. Dunque il fatto che anch’io abbia ambizioni di scrittura non gli dà fastidio. Tutt’altro. E poi, a guardarlo bene, non c’è un riflesso di ammirazione nel suo sguardo? Magari riesco a farmi un sostenitore. Vuoi vedere che oggi è il mio giorno fortunato? Oh, sì. Lo sento. Credo sia il caso di insistere. “A dirla tutta sta valutando un mio romanzo. Così, be’… se posso farlo contento, di certo non mi tiro indietro. A proposito, mi scusi se mi permetto, ma lei ha qualche potere all’interno della casa editrice?”
“No. Sono solo uno scrittore”.
Sorride mentre lo dice.
Oppure no. Non è un sorriso vero e proprio. È più un mezzo sorriso, espresso con una parte delle labbra e il solo angolo sinistro della bocca. Mi sta deridendo. È ovvio. Nel suo intimo si starà sbellicando dalle risate. E non poteva scegliere risposta più odiosa: sono solo uno scrittore. Che significa: sono solo uno scrittore? È una frase che a prima vista si direbbe intrisa di modestia, ma in realtà rivendica una specie di appartenenza di casta. Della serie: amico, io sono solo uno scrittore. Ma tu no, bello.

“Ha mai letto qualcosa di mio?”
Questa domanda, in un certo senso, mi spiazza. D’istinto vorrei dirgli che non avevo nemmeno idea che esistesse. Figuriamoci se ho mai letto qualcosa di suo. E magari potrei aggiungere: perché, c’è qualcuno che ti legge?
Ma non vorrei che se la prendesse. Magari, per ripicca, potrebbe mettermi in cattiva luce nei confronti del direttore editoriale. Lo sanno tutti che gli scrittori sono permalosi... soprattutto quelli sconosciuti. Del resto non posso nemmeno rispondere di sì, perché con ogni probabilità mi chiederebbe che cosa, in particolare, ho letto di suo. Meglio mantenersi sul generico, dunque.
Dico: “Credo di sì, anche se non ne sono del tutto sicuro. Sa, non ho una buona memoria”.
Lo scrittore annuisce. Non pare risentito.
Aggiungo: “Si figuri che il mio autore preferito, Moravia… be’, i suoi libri non faccio altro che rileggerli”.
“Non dev’essere facile fare la guida turistica con simili problemi di memoria”.
Ancora una volta parla sorridendo. Ma stavolta più che un sorriso è un ghigno. (Avrei voglia di mollargli un cazzotto sui denti).
Oppure no. In fondo non ha tutti i torti. Anzi, ha proprio ragione. Il suo ragionamento non fa una grinza. E ora cosa gli rispondo? Sempre la stessa storia. Quand’è che imparerò a essere un po’ più riflessivo? Quand’è che imparerò a pensare, prima di aprire bocca?
“È vero”, gli dico. “Però deve considerare che mi tengo in allenamento costante. Non faccio altro che ripetere sempre le stesse cose. Anche se le confesso che di tanto in tanto dò una bella ripassata ai miei manuali”.
Pare convinto. In ogni caso decido di dare prova dell’efficienza del mio lavoro. Allungo il braccio, punto l’indice e comincio con la solita solfa: “La Porta prese il nome da papa Pio IV, che nel 1561 diede a Michelangelo l’incarico di costruirla. Michelangelo la disegnò e la porta fu realizzata tra il 1561 e il 1565”. Gli spiego che l’obiettivo era quello di sostituire Porta Nomentana, posta a meno di un centinaio di metri verso est.
Pausa. Attendo l’immancabile domanda.
“Quale fu il motivo di questa sostituzione?”
“Problemi di carattere urbanistico. L’esigenza di costruire Porta Pia dipese dal nuovo assetto dell’area, che determinò – appunto - problemi di transito dalla vecchia Porta. Quest’ultima nel frattempo venne chiusa”.
“Porta Pia è opera di Michelangelo, dunque”.
“Esattamente. Anzi, fu proprio il suo ultimo lavoro architettonico. Il Buonarroti morì poco prima che l’opera venisse completata”.
Lo scrittore pare perplesso. Eppure mi era sembrato che, finalmente, il nostro incontro si stesse sviluppando nel modo giusto.
“Tutto bene?”, gli domando.
“Sì. Stavo pensando a un possibile spunto per la scrittura di un racconto”.
Uno spunto. Questo vuole uno spunto. E che spunto gli posso dare? Non sarebbe più semplice prendere quattro appunti, tornare a casa, mettersi davanti al computer e poi - bel bello - farselo venire lì, lo spunto?
“Forse potrebbe esserle utile sapere che la Porta acquisì un’importanza particolare a partire dal 20 settembre del 1870; il giorno in cui, dopo ben cinque ore di cannoneggiamento, le forze armate del Regno d’Italia aprirono una breccia nelle Mura aureliane, affondando in pieno territorio pontificio”.
“La famosa Breccia…”
“Infatti.”
“Sì, sì. Ma mi parli ancora di lei. Mi diceva che ama le opere di Moravia. Cosa sta leggendo in questo momento?”
Mi parli ancora di lei. E se io non volessi parlare di me? Perché dovrei parlargli di me? Faccio finta di niente e non rispondo.
Oppure no. Meglio rispondere con un’altra domanda.
“Perché me lo chiede? Ha a che fare con il racconto che deve scrivere?”
“No. Ma non si può mai sapere. Magari potrebbe saltar fuori un’idea”.
Saltar fuori un’idea? Ma come parla? Voglio dire: una banalità raccapricciante. Se scrive allo stesso modo, sono ben lieto di non aver mai letto nulla di suo. Vorrei dirglielo in faccia, ma credo sia preferibile fare buon viso a cattivo gioco.
“Sto leggendo una bellissima raccolta di racconti dei primi anni Sessanta. Le garantisco che è ancora attualissima. Si intitola L’automa. La conosce?”
“Sì. L’ho letta diversi anni fa. Ma mi ha anche detto che scrive, giusto?”
“Ho scritto un romanzo, sì. Come le dicevo, è in lettura presso la casa editrice”.
“Posso chiederle di che parla, se non sono indiscreto?”
“Perché lo vuole sapere?”
“Così… Per curiosità”.
Alt! Questa non me la bevo. Che vuol dire per curiosità? Ho un attimo di titubanza. E se fosse un trucco? Chi mi garantisce che questo carneade non mi plagerà l’idea? È una cosa che accade di continuo, in letteratura. E il fatto di aver già spedito il dattiloscritto all’editore potrebbe tutelarmi da un eventuale furto narrativo? Sono sicuro che la sua è una richiesta fraudolenta.
Oppure no. In fondo, se avesse scopi loschi, gli verrebbe più semplice recuperare il dattiloscritto in casa editrice.
E se invece fosse d’accordo con il direttore editoriale? Magari è un modo per mettermi alla prova. Per verificare che la mia idea regga al confronto con un altro scrittore.
I suoi occhi mi sono addosso. Lo sguardo sembra placido. Che fare? Vediamo. Potrei mantenermi sul vago e raccontare solo l’inizio della trama…
“È la storia di una donna”, dico. “Una pittrice appartenente a una nobile famiglia romana che vive in una lussuosa villa con il padre. Tra lei e il padre non c’è un rapporto ottimale. Anzi, entrano spesso in conflitto perché lei disprezza i valori borghesi che lui, viceversa, difende. Lei dipinge, ma è sempre preda di una noia terribile che avvolge la sua intera esistenza. A un certo punto incontra un uomo, il quale assumerà - nei confronti della donna - un atteggiamento equivoco, doppio. Decide di vivere con lui, abbandonando la villa paterna. Continua a dipingere, ma…”
“Mi scusi se la interrompo...”
“Prego”.
“Questo suo romanzo ha già un titolo?”
“Si chiama Gli annoiati. Perché?”
Lo scrittore non risponde. Mi guarda con aria perplessa, indagatoria. Comincio a preoccuparmi.
“E allora? C’è qualcosa che non va?”
“Niente. Però, forse, non farebbe male a rileggersi l’opera omnia di Moravia… in tempi brevi”.
In tempi brevi? Opera omnia? Che significa? Ma è scemo?
Oppure no. Forse ho capito cosa vuole intendere.
“Senta… lo so. Il titolo richiama Gli indifferenti. Ma è fatto apposta. Una specie di tributo al famoso romanzo”.
“Non mi riferivo solo al titolo. Ma non si preoccupi. Non importa.”
Non importa? Che vuol dire non importa? A me importa. E moltissimo, pure.
Lo sopporto sempre meno. Sto quasi per dirgliene quattro, ma poi cambio idea: l’ipotesi di un suo accordo pregresso con il direttore editoriale continua a sembrarmi tutt’altro che peregrina.
In ogni caso, ho deciso di tirarmi fuori da questa specie di terzo grado. Ora gliela pongo io, una domanda.
Dico: “Mi scusi… ma perché ha scelto di scrivere proprio su Porta Pia? Con tutti i luoghi che abbiamo qui…”
“Perché ha fatto breccia nel mio cuore”.
Lo guardo. Dal suo volto non traspare nulla. Non so che ribattere. Queste sono le classiche frasi che mi fanno impazzire. Perché ha fatto breccia nel mio cuore. Che significa? È una battuta, fondata sull’uso della parola breccia? Oppure davvero questo luogo, per lui - come per me, in fondo - ha una valenza sentimentale. Se è una spiritosaggine e non sorrido rischio di sembrare un cretino che non capisce le battute, se è un’espressione seria e sorrido rischio di fare la figura opposta. Decido di simulare un colpo di tosse. Chi può dire se dietro un colpo di tosse si nasconde un sorriso, oppure no?

Mentre tossisco, proprio sotto Porta Pia, scorgo una figura femminile. Rimango colpito dall’abito: rosso, lucido, elegante, aderente al corpo come una seconda pelle. Non vorrei sbagliarmi (anzi, sono sicuro di non sbagliarmi), ma quello è il vestito che ho regalato a mia moglie per il suo compleanno. C’è pure la striscia di tessuto grigio attorno alla vita. La vedo di spalle, eppure sarei pronto a scommettere che quella donna è lei: Virginia.
Oppure no. Aspetta. Mi sto facendo condizionare dal vestito. L’ho acquistato in un negozio; ma mica era un esemplare unico, giusto? E poi non può essere lei. Oggi aveva gli scrutini a scuola. Me l’ha detto stamattina. E a guardarla bene, non è un po’ troppo snella per essere lei?
Oppure no. È lei. Proprio lei. Guarda i capelli: uguali. Raccolti sulla nuca, come faceva qualche anno fa. Non ci sono dubbi. Quella degli scrutini è una balla, ha un amante, lo incontrerà tra breve. A pensarci bene, da un po’ di tempo a questa parte Virginia non fa che ripetere che gli uomini -anche quelli giovani - continuano a guardarla, a osservarla con desiderio. E se avesse un relazione con un ventenne?
L’ammazzo.

Mentre il pensiero fa il giro delle sinapsi, mi viene in mente uno dei racconti di Moravia raccolti nell’antologia L’automa. L’avrò letto un paio di sere fa. C’è un uomo che, giunto nei pressi di casa, per distrazione dimentica di scendere dall’autobus. Scende alla fermata successiva, che però è parecchio distante. L’uomo si è trasferito da poco nel quartiere. Non conosce quella zona: gli sembra quasi un altro luogo. Mentre torna indietro, a piedi, scorge una donna bionda. La vede solo di schiena, ma la trova affascinante e decide di seguirla. Si sente così attratto che, a un certo punto, gli viene in mente che per lei sarebbe disposto ad abbandonare persino la moglie e i figli. Più la segue, più l’attrazione cresce. La donna entra nell’androne di un palazzo. Lui continua a seguirla. Solo quando la blocca sulle scale si accorge che la donna è sua moglie e che l’androne dov’era entrato era quello di casa sua. Era bastato che la moglie si tingesse i capelli (era stanca di essere bruna) e che la incontrasse in una zona non conosciuta del quartiere perché lui (l’automa) la scambiasse per un’estranea.
Ma io non sono un automa. E ho sempre pensato che quel racconto fosse poco credibile. Andiamo, come si fa a non riconoscere la propria moglie? Più che automi si dovrebbe essere imbecilli, proprio come questo tipo che continua a fissarmi senza tregua.
Intanto la donna (mia moglie?) prosegue per via Nomentana. Non so che fare. Che scusa posso inventare allo scrittore per seguirla senza dare nell’occhio?
“Senta”, gli dico, “ha già fatto colazione?”
“No, perché?”
“Perché avrei il piacere di offrirgliela”.
“Nemmeno per sogno. Gliela offro io. Ho visto un bar qua dietro”.
“No…”
“No?”
No? Che cavolo vuol dire no? E ora che gli dico? Sono stanco. Mentalmente stanco. Non riesco a pensare a niente. Intanto questo si ostina a fissarmi con uno sguardo inquisitorio, mentre quella (una sconosciuta?) procede a passo rapido, allontanandosi.
“Le spiego. Ho seri problemi di stomaco e devo stare attentissimo a quello che mangio. Non ha idea delle porcherie che mettono dentro cornetti e compagnia bella. In questa zona c’è solo un bar di cui mi fido. Ed è poco più sopra, in via Nomentana. Le dispiacerebbe accompagnarmi?”
Ma mentre parlo gli ho afferrato un braccio e lo sto già trascinando con me, sulla scia della donna (è mia moglie, porca troia).
“No. Affatto. Ma poi torniamo qui?”
“Certo. Intanto potrei raccontarle qualche aneddoto su Porta Pia. Magari trova spunti per la sua storia”.
“Magari...”
Eh, magari. Magari se questo pezzo di idiota allunga il passo potremmo evitare di perdere le tracce della zoccola.
“Su un lato della Porta c’è una decorazione particolare realizzata da Michelangelo. Ricorda una bacinella con un asciugamano intorno e un sapone al centro. C’è chi sostiene che si tratti di uno scherzo del Buonarroti…”
“Cioè?”
“Pare che Papa Pio IV discendesse da una famiglia di barbieri. Un modo per ricordarne l’origine. Capisce?”
“Una specie di tributo”.
“Eh. Una specie”.
“Come il titolo del suo romanzo nei confronti di Moravia…”
Decido di non battere ciglio. Pur essendo evidente l’intento derisorio dello scrittore, faccio finta di niente. Anzi, allungo la falcata. Non m’importa di null’altro, ormai. Voglio solo raggiungere mia moglie. Mi pregusto già la scena. Io che l’afferro per una spalla, lei che si gira e mi guarda con la faccia stravolta. Non ho idea di cosa le dirò. Ci penserò al momento. Ma dovrà trovare una valida giustificazione alla cazzata degli scrutini. Manca poco ormai. Giusto un paio di passi.
Ecco.
Allungo il braccio e l’afferro per una spalla. Lei si gira. Mi guarda. In effetti ha la faccia stravolta. Probabilmente anche la mia lo è. Adesso dovrei dire qualcosa, ma mi s’inciampa la lingua.
Lo scrittore ci guarda. Mi ero quasi dimenticato di lui. Decido di presentarglielo.
“Lui è uno scrittore. Maurizio… Maurizio…” (accidenti, mi sfugge il cognome).
“Massimo. Mi chiamo Massimo. Ma non si preoccupi, non è il primo a sbagliare. Credo sia per via dell’assonanza con il cognome: Maugeri”.
Lei lo guarda e si stringe nelle spalle. “Mai sentito. Piacere”, dice. Poi, rivolta a me: “Ma tu che stai a fa’ qua?”
“Che ci faccio io? Dimmi che ci fai tu, piuttosto”.
“Ma… me stavi a pedina’?”
“Io? Ma sei scema?”
“M’hai fatto prende ’n colpo. Ho pensato che eri un rapinatore, un pazzo, che ne so”.
“E invece sono io, va bene?”
Le indico l’abito. “E questo?”
“È quello… lo so, del compleanno, che tu hai comprato…”
“E sì. Lo so che lo sai. Perché te lo sei messo?”
“Perché oggi c’avevo il colloquio pe’ quel lavoro”.
“Colloquio di lavoro?”
“Ma sì. Te l’avevo pure detto. C’avevo ‘sto colloquio e allora ho chiesto a mamma se me lo prestava. Papà, certo che ormai sei annato: rincojonito del tutto. …Perfetto, eh? Secondo me funziona, ‘sto vestito”.
Rincoglionito, come no. Intanto lo scrittore ci guarda con aria divertita. E fissa mia figlia. È la volta buona che gli alzo le mani.
“Vabbè, papà. Me spieghi tutto dopo. Mo’ io vado che me se fa tardi”.
“Sì. Vai, vai. In bocca al lupo, eh!”
Mi scuso con Maurizio (o come cavolo si chiama); ma lui mi invita a raggiungere mia figlia, che tanto l’idea per il racconto gli è già venuta. E sa anche come intitolarlo: Incontro a Porta Pia.
Ci stringiamo la mano. Gli chiedo di salutarmi il direttore editoriale. Lui mi invita a continuare a scrivere. E a leggere Moravia.
Lo vedo allontanarsi, stretto nella sua camicia celeste, con lo zainetto in spalla. Porta Pia sullo sfondo. Si volta un attimo per ribadirmi che la lettura di Moravia favorisce la nascita di idee narrative.
Idee narrative, sì. Perché no? Magari lo scrivo anch’io un racconto. Qualcosa di moraviano, tipo: L’attenzione e il disprezzo che provai per la bella vita d’uno scrittore sconosciuto e conformista, nella romana cornice della Porta detta Pia, costruita dal Buonarroti anziano per il pontefice Pio IV, che nel 1561…

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