Libri/ "Scrivere di sport si è rivelato un marchio di infamia nel mondo della letteratura". Lo scriba Gianni Clerici ad Affari

Venerdì, 20 febbraio 2009 - 16:10:00


Gianni Clerici
di Antonio Prudenzano

Gianni Clerici è un uomo speciale. Il suo è uno dei rari casi in cui un aggettivo tanto abusato risulta appropriato, quasi inevitabile. A novembre Rizzoli ha pubblicato il suo ultimo libro, “Una notte con la Gioconda”, una raccolta di racconti che si può solo leggere tutta d’un fiato. Settantotto anni di simpatia, creatività, spirito libero e infinite esilaranti storia da raccontare, Gianni Clerici nella sua vita ha viaggiato tanto, per passione e per lavoro, e proprio da questi continui spostamenti ha attinto a piene (e leggere) mani la sua ispirazione. Ex tennista di buon livello, storica “firma” del tennis per Repubblica, scrittore di romanzi, racconti e opere teatrali, poeta, viaggiatore e inimitabile commentatore di tennis in tv in coppia con l’amico di sempre Rino Tommasi, che per lui ha coniato la celebre definizione “Dottor Divago” Clerici, nonostante gli anni che passano, si mantiene dinamico, sempre pronto a ironizzare e aperto alla vita. Nel 2006, unico italiano dopo Nicola Pietrangeli, è stato inserito nell’International Tennis Hall of Fame. Lo “scriba” Clerici concede poche interviste…

Clerici, partiamo da “Una notte con la Gioconda”. Nel racconto che dà il titolo alla sua ultima raccolta, lei una notte, al Louvre di Parigi, ascolta il litigio tra due celebri quadri di Leonardo da Vinci: la “Gioconda” e “La Belle Ferronière”.
“Durante una visita a una mostra mi sono bloccato incredulo di fronte a un dipinto che raffigurava un modello simile alla Gioconda dotato di un superbo cazzo in erezione (sic!). Ricerche mi hanno reso edotto che il proprietario del dipinto fosse il  professor Carlo Pedretti, noto studioso di Leonardo, titolare di una cattedra all’Università della California di Los Angeleses. Poi a Lugano ho potuto ammirare un altro quadro: la Monna Vanna, meglio conosciuto come la Gioconda nuda, di Gian Giacomo Caprotti, detto il Salai, allievo di Leonardo. Sono convinto che la Gioconda del celebre quadro del Louvre ritragga proprio Caprotti, nella realtà amante del grande artista e scienziato di Vinci. Non aspiro certo a uno scoop, ma mi sarebbe piaciuto che, a seguito dell’uscita del libro, si parlasse di più della mia provocazione. Invece i critici d’arte, a parte il mio amico Flavio Caroli, non hanno ritenuto di interessarsi alla questione. Si è parlato di questo racconto solo dal punto di vista letterario”.

Negli altri racconti lei narra storie ironiche e bizzarre, dove sullo sfondo spesso c’è il mondo del tennis.
“Gran parte della mia vita l’ho vissuta, e la vivo, a contatto con questo sport. E’ inevitabile che un certo ambiente trovi ampio spazio nei miei libri”.

Lei scrive spesso in prima persona, non solo nei suoi testi giornalistici.
“Credo che solo un quarto della mia produzione sia scritta in prima persona, che in molti casi in realtà è piuttosto un io narrativo. Mi dà più libertà, mi aiuta a sentirmi più disinvolto. Ma ci tengo a precisare che ho scritto anche romanzi in terza persona”.

Lei non si definisce scrittore, ma “scriba”.
“E’ un modo, un tentativo, per sfuggire alle categorizzazioni. Preferirei non essere catalogato”.
Italo Calvino la definì “uno scrittore in prestito allo sport”. Enzo Biagi amava parlare della sua monumentale opera 500 anni di tennis come del “libro italiano più conosciuto all’estero dopo la Divina Commedia e Pinocchio”. E’ consapevole di essere un grande scrittore?
“Non sono un grande scrittore, diciamo che sono bravino. Peccato però…”.

In che senso?
“Quello del giornalismo sportivo per me si è rivelato un marchio d’infamia. Una volta Oreste Del Buono disse di me come autore: Dobbiamo sdoganare Clerici. Per un periodo abbastanza lungo le case editrici  hanno rifiutato i miei manoscritti rispondendo alle miei richieste con fogli prestampati. Le racconto un aneddoto…”.

Dica pure.
“C’era la Fiera del Libro di Torino. Arrivai con una Rolls-Royce affittata. Addosso avevo una giacca su cui avevo fatto cucire, all’interno di una stella gialla, una J, che stava per Jew (ebreo) e per Journalist (giornalista). Con me c’era un maggiordomo che mi seguiva portando tra le braccia i miei libri. Era la mia personale forma di ribellione alla presunta infamia del giornalismo sportivo e all’editoria italiana che non voleva accettarmi. Il mio amico Beniamino Placido, direttore della Fiera del Libro, mi convinse a non fare scandalo e a togliermi la giacca…”.

Nella narrativa italiana lei è tra i pochi che ambienta le sue storie quasi sempre lontano dall’Italia.
“E’ inevitabile, visto che nella mia vita ho viaggiato tantissimo. Quando non si ha la possibilità o la voglia di spostarsi, poi è normale raccontare il proprio mondo, la propria città. Il grande Giorgio Bassani, insieme a Soldati il mio primo maestro, ne aveva cavato qualcosa come “Le Storie Ferraresi”. E dunque viaggiare o non farlo è la stessa cosa.

Nei suoi scritti si sente la ricerca di quella “leggerezza” descritta da Calvino nelle “Lezioni americane”.
“Involontariamente spero di riuscirci. La considero una grande qualità, non un difetto”.
Prima di arrivare alla sua passione per il giornalismo, passiamo al  Clerici poeta: “Postumo in vita”, Sartorio editore, finora è la sua unica, illuminante, raccolta di liriche. Raboni così la descrisse: “Ho trovato nelle poesie di Clerici, e mi ha davvero toccato, una sorta di ansiosa fermezza, di sfuocata precisione, che è, ai miei occhi, una qualità rara, se è vero che la poesia, e solo la poesia, ha la possibilità di testimoniare, insieme la necessità e l'impossibilità di dire ciò che sta dicendo”.

Cos’è per lei la poesia?
"Cos’è la poesia? E’ una domanda troppo impegnativa per me (ride). In effetti avrei pronto un nuovo libro. . Dovrò trovarmi un editore adatto, visto che l’editore dei miei tre ultimi libri, e presto di un quarto, non ha una collana di poesia (Rizzoli, ndr). Lei ha ricordato la bella frase che mi ha dedicato Raboni. Sa che lo incontrai per caso, in metro? Trovai il coraggio di sottoporgli alcune cose che avevo scritto, e con mia grande sorpresa a lui piacquero, tanto che mi assicurò che le avrebbe fatte pubblicare. Morì prima di riuscirci. Dopo alcuni anni, grazie all’aiuto del mio agente Roberto Santachiara (lo stesso, tra gli altri, di Roberto Saviano, ndr), ho trovato un piccolo editore di qualità, Sartorio".

In “Postumo in vita” c’è una breve poesia, bellissima: “Cercato ho la bellezza a te negata / quasi un enorme fiore luminoso / e l'ho reso piccino / distillato / tanto che quasi sempre stinge / evapora / lasciandomi sul foglio / una minima traccia iridescente / un puntino / di polline divino”. In risposte a quale critico l’ha scritta?
“Parce sepolto”.

E adesso il Gianni Clerici giornalista. Lei iniziò prestissimo a collaborare con la Gazzetta dello Sport diretta da Gianni Brera. Aveva 20 anni e ancora non aveva abbandonato la carriera tennistica. Già allora, però, scriveva “elzeviri”. Poi, nel 1956, passò al Giorno, sempre con Brera. Subito una “firma”, già da giovanissimo…
“Conobbi Brera per caso. Scrivevo di tennis per una rivista pubblicata ancora oggi, Il Tennis italiano. Lui e Luigi Gianoli (altra grande firma della Gazzetta dello Sport,) lessero questi miei pezzi, li apprezzarono, e così iniziai la mia collaborazione alla Gazzetta, che aveva allora una terza pagina. Da lì è cominciata la mia carriera nel giornalismo, che avrebbe anche potuto seguire altre strade…”.

Quali?
Ho rinunciato a fare il corrispondente da Mosca per il Giorno, a dirigere un periodico di Mondadori, e lo sport delle tre delle televisioni di Berlusconi. Ma queste sono storie del passato ormai… ”.

Il suo rapporto con Gianni Brera, a cui lei è da molti paragonato.
“Non ho meriti storici equivalenti a quelli di Brera, e per questo un paragone tra noi è impossibile. Lui ha rappresentato una rottura nel giornalismo sportivo italiano, che prima di Brera era francamente impresentabile”.

Il suo è uno stile giornalistico unico, a proposito del quale, sempre il suo amico Tommasi, ha detto due cose: La prima: “Clerici non racconta bugie… crede alle cose non vere!”. La seconda: leggendo Clerici non saprete mai quello che è successo, ma lui vi spiegherà il perché…”. Com’è nato questo modo, assolutamente originale, di raccontare il tennis?
“I testi che scrivo per Repubblica sono una sorta di diario personale che passa attraverso il tennis, oppure contributi alle pagine culturali. Resta il fatto che per chi fa il mio mestiere, è sempre dietro l’angolo il rischio di trasformarsi nella parodia di sé stessi…”

Quali sono i giornalisti sportivi che ammira di più oggi?
“Per fare alcuni nomi di giovani sotto i cinquanta dico Stefano Semeraro, che scrive di tennis e di rugby in modo ammirevole, per la Stampa, e ovviamente Maurizio Crosetti, di Repubblica. Senza dimenticare Perrone del Corsera, che ammiro anche come scrittore.

Cosa pensa del giornalismo sportivo di oggi?
“Ormai non lo seguo più attentamente da molti anni. Ho un autentico rigetto per il calcio inquinato. Non me la sento di dare un giudizio”.

A un giovane che vorrebbe fare il giornalista, che consigli si sente di dare?
“Oggi è molto difficile, ma se ad animarlo c’è una grande passione, non si può impedirgli di provarci”.

Guarda la televisione?
“Non posseggo l’apparecchio. Però sono un appassionato di internet. E’ troppo utile.”.

Quindi conoscerà Facebook? Tra l’altro, esistono alcuni gruppo a lei dedicati: ad esempio, “Discepoli dello Scriba”, “Fan di Gianni Clerici”…
“Sì, mi è stato detto, e non posso negare che ne sia lieto. A proposito, adesso che me lo ricorda vado a controllare a quanti fan sono arrivato (ride)”.

Nonostante l’età, lei conserva una grande vitalità. Qual è il suo rapporto con la morte?
“La mia tesi di laurea è sulla Storia della Religione romana. Sin da giovane ho letto testi esoterici, e mi sono pure avvicinato al Buddhismo. Una mia idea sulla morte credo di essermela fatta, ma non mi sento ancora sufficientemente pronto ad affrontarla, amo troppo questo mondo.

Chiudiamo con tre domande più leggere. La prima: Federer (l’ex numero uno a cui lei, dopo le prime inaspettate sconfitte, ha chiesto se avesse mai letto Freud sentendosi rispondere di no, come forse già prevedeva) riuscirà a tornare a battere l’attuale leader della classifica Nadal?
“Sarà molto difficile. Nel tennis moderno determinante è la fisicità, e da questo punto di vista Nadal è insuperabile. Federer sta tradendo i suoi tanti innamorati, tra cui il sottoscritto, rifiutandosi di ammettere di non essere più il più forte”.

La seconda: si parla tanto della bellezza delle tenniste contemporanee, e lei stesso nei suoi articoli ne canta non solo la bravura con la racchetta, ma pure la sensualità e la perfezione delle curve. Qual è oggi la più bella per Gianni Clerici?
“In generale sono molto attratto dalle donne. Se giovani, ancora di più… Nella mia vita giovanile ho avuto più di una fidanzata dalla pelle nera, ecco perché la mia preferita resta Venus (Venus Williams, sorella di Serena, ndr). Tra i miei amici, c’è chi considera la mia una forma involontaria di razzismo, ma è forse vero il contrario”

L’ultima: gioca ancora a tennis?
“Certamente. Tra pochi giorni mi aspetta un doppio con il mio agente Roberto Santachiara. Abbiamo un raro talento, simile a quello che già dimostravo nei primi turni di Wimbledon e Roland Garros. Perdiamo sempre. Anche per questo siamo simpatici agli avversari ”.

 

 

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