l volti femminili della Cecenia che sanguina, lotta e spera. Le ragazze della guerra nel reportage di Susanne Scholl

Martedì, 10 novembre 2009 - 11:30:00

Di Maria Teresa Melodia

scholl
Susanne Scholl
Un filo rosso lega in modo indissolubile Cecenia, drammi atroci e donne che lottano ogni giorno. Susanne Scholl, corrispondente da Mosca per la televisione austriaca, arrestata dalle autorità russe per i suoi reportage sulla Cecenia, ha conosciuto Natalya Estemirova, attivista per i diritti umani, rapita e uccisa il 15 luglio di quest’anno. Al lavoro di Natalya e della giornalista Anna Politkovskaja, entrambe assassinate per il loro amore per la verità, la Sholl dedica Ragazze della guerra (Voland), un toccante e profondo reportage, un viaggio al femminile tra le storie di un paese in ombra, solo a parole pacificato.

Una Cecenia che continua ad essere in guerra, fatta di donne coraggiose che provano a resistere e pagano in prima persona per dei diritti inesistenti, in una terra nelle mani di un’elite politica russa corrotta e clan in continua lotta. “Il personaggio conduttore del libro - racconta Susanne Sholl ad Affari - è Eva, una mia amica carissima che vive una vita molto pericolosa in Cecenia e che mi ha aiutato a conoscere le leggi della montagna”; leggi non scritte piene di inibizioni, legate alla volontà implicita di voler preservare l’etnia cecena.

Norme che, come si legge nel libro, portano le donne a essere trattate come schiave e a essere rapite per essere sposate in matrimoni combinati che non possono rifiutare. Mogli e madri coraggiose, vedove umiliate, donne che partoriscono sotto le bombe, “spose di Allah”, che hanno perso tutto, pronte a morire per uccidere. E uomini padroni, violenti, ubriaconi, terroristi. Ad Affaritaliani la giornalista-scrittrice racconta una realtà da non dimenticare, ancora troppo sconosciuta, eppure non così lontana.

Susanne Sholl, nella premessa del libro, scrive che l’uccisione di Anna Politkovskaja è stata un vero e proprio trauma per le donne cecene…
“Anna andava spesso in Cecenia, faceva molte ricerche, andava a sentire le storie delle donne, le ascoltava e ne scriveva. Portava le loro vite fuori. La sua presenza manca anche per questo”.

Quale prospettiva vede per la Cecenia di oggi?
“Fino a due anni fa, prima dell’uccisione di Anna, ci poteva essere ancora qualche speranza, ma oggi ce ne sono ben poche. Quella che era stata annunciata dalle autorità russe come una prossima normalizzazione non è di fatto realizzabile. C’è molta paura e la gente vive nel pericolo. La sola strada possibile per un cambiamento è quella di un rinnovamento radicale della classe politica russa. Solo ciò porterebbe a una situazione diversa in Cecenia e permetterebbe alle donne di avere un loro ruolo”.

Lei è stata arrestata dagli uomini di Putin. Ci racconta quell’episodio?
“Ci hanno fermato all’ora di pranzo, volevano sequestrare del materiale video, era il 2006 e stavo preparando un film su Anna. Il mio passaporto austriaco è stato la mia salvezza. Ho comunicato immediatamente con l’ambasciata e dopo 6 ore sono tornata libera. Mi sono spaventata molto quando al ritorno a casa ho letto le minacce orribili che avevano fatto ad Anna quando era stata a sua volta fermata”.

Dal periodo sovietico ad oggi cosa è cambiato per le donne e la popolazione cecena?
“Oggi non c’è più il problema di dire anche solo una parola sbagliata e andare in carcere, ma non c’è rispetto dei diritti umani, né delle leggi. Manca uno Stato legislativo. C’è stato un brevissimo periodo dalla fine dell’Unione Sovietica alla venuta di Putin in cui si è cercato di andare in una direzione democratica, ma questo processo si è poi bruscamente arrestato”.

Oggi come si vive a Grozny , capitale della Cecenia?
“C’è molta paura: ci sono i cafè, le luci e tutto quanto, ma vedi sempre dei ragazzacci con il kalashnikov tra le mani. Una città che sarebbe anche un posto molto bello, ideale per il turismo, ma più i posti sono meravigliosi, più li distruggono”.

Cosa l’ha colpita di più nelle donne che ha incontrato e raccontato?
“Sono ancora in grado di fare qualcosa, di vivere la loro vita”.

E di Anna Politkovskaja che ricordo ha?
“Anche se non l’ho conosciuta bene, posso dire che non si fermava davanti a nulla; era, in un certo senso, una fanatica: andava in posti dove succedevano avvenimenti terribili. Quando conobbi Natalya Estemirova, fu lei stessa a raccontarmi che Anna voleva sempre ‘infilarsi’ dove c’era qualcosa che secondo lei non andava, stava fisicamente male quando succedevano fatti di una tale ingiustizia nel suo paese”.

Di Natalia Estemirova, incontrata due anni prima dell’omicidio, traccia un profondo ritratto nel libro. Ce ne parla?
“Era una donna mezza russa e mezza cecena, anche lei per un certo verso fanatica. Da insegnante di storia, quale era, era arrivata a immortalare la storia in quanto attivista per i diritti umani. Era una donna molto bella. Le piaceva parlare della vita, anche di cose superficiali, come i trucchi. Anche lei, come Anna, sentiva l’obbligo di scovare le brutalità che succedevano”.

Nel libro ci sono storie di donne che subiscono violenze psicologiche e fisiche, “spose di Allah” che cadono nella rete del fondamentalismo islamico, ma comunque donne che vanno avanti, reagiscono, pur tra difficoltà e ristrettezze. Ma gli uomini?
“Gli uomini sono i primi ad essere traumatizzati dalle due guerre cecene, sono rassegnati e alle donne non resta che mandare avanti la vita giorno per giorno”.

Una curiosità, alcune delle donne cecene intervistate hanno potuto leggere il suo libro?
“Mentre lo scrivevo lo traducevo a Eva, la mia amica, in modo che mi confermasse quanto raccontavo. In Austria quando abbiamo presentato il libro, oltre alle donne sono venuti anche alcuni uomini ceceni. Sono rimasti gentili, composti, ma non hanno detto una parola”.

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