A proposito, qual è il suo rapporto personale con i tartufi?
"Mia moglie è delle Langhe, proprio della zona dov'è ambientato il libro, e abbiamo una cascina circondata da boschi pieni di tartufi...".
Tornando allo stile, sembra avvicinarsi a quello del 'primo' Tondelli. Condivide?
"Mi fa un complimento. Amo Tondelli, anche se non lo leggo da tempo. Ma sinceramente non ci avevo mai pensato finora".
Il suo romanzo pare prendere in giro la moda della noir-mania. E' così?
"No, non direi. Amo il noir classico americano, e mi riferisco ai romanzi hard boiled, alla vecchia scuola di Chandler e soci per intenderci, dai quali per un periodo sono stato addirittura 'ossessionato'. Gli italiani, invece, mi appassionano meno. Sì, mi piace Lucarelli, lo stesso Camilleri, ma nessun 'innamoramento' particolare...".
Ha letto della discussione sul cosiddetto 'post-noir' che ha coinvolto alcuni autori 'di genere' italiani?
"Sì, ma sinceramente non è una questione che mi interessa".
Torniamo al suo libro. Cosa le piace dell'ispettore Arnaboldi...
"E' un lupo solitario. Pur essendo un poliziotto somiglia molto ai detective della letteratura di una volta".
Lei si occupa (anche) di cinema. Il suo romanzo è stato pensato per diventare un film?
"Al contrario! E' nato come sceneggiatura per una pellicola mai realizzata. A quel punto ho deciso di lavorarci e trasformarlo in libro".
I ringraziamenti alla fine de "Il tartufo e la polvere" potrebbero essere un romanzo a parte. Da Edwige Fenech alla Fiat Panda, da Rocco Siffredi a Tuttosport (e alla Juventus), fino a Viale Papiniano (Milano) e alla Salerno-Reggio Calabria, mette insieme di tutto. Ha dimenticato qualcuno (o qualcosa) e vorrebbe approfittare per rimediare?
"Penso proprio di non aver dimenticato nessuno. Anzi, preso dall'entusiasmo qualcuno l'avevo pure citato due volte, per fortuna gli editor se ne sono accorti prima di stampare il libro!".
A proposito, sta lavorando a un nuovo romanzo?
"Mi piacerebbe continuare con la serie dell'ispettore Arnaboldi...".