di Nicole Cavazzuti
Dall’America all'Asia, dall’Africa all’Europa: le statistiche rivelano che
l’obesità si diffonde nella popolazione mondiale e soprattutto, dato ancora più allarmante, fra i bambini. Un caso su tutti: in Zambia il 20% dei bimbi di 4 anni è obeso. Non è un errore: i bambini africani nascono con un metabolismo programmato per immagazzinare quanto più cibo possibile e quando diminuisce la malnutrizione questa sorta di garanzia di sopravvivenza si ritorce contro il suo titolare.
Ma il problema ci tocca ancor più da vicino, se è vero che
le abitudini alimentari degli europei sono sempre più simili a quelle (pessime) degli americani. Effetto della globalizzazione, quella delle multinazionali, dal quale derivano a catena fenomeni tutt'altro che collaterali come cancro, deficienze renali, disturbi diabetici e attacchi di cuore.
L’industria agroalimentare rifiuta in blocco qualsiasi idea di responsabilità nella pandemia di obesità, ma il giornalista francese
William Reymond, da tempo residente negli Stati Uniti, punta il dito su alcune delle più grandi multinazionali del settore: da McDonald's alla Coca-Cola, da Starbuck's a Mars. Attraverso studi scientifici comprovati, nel suo nuovo libro “
Toxic. Obesità, cibo spazzatura e malattie alimentari: inchiesta sui veri colpevoli” mostra come gusti e abitudini dei consumatori vengano costantemente "addomesticati" o addirittura subdolamente forzati, in nome di interessi economici che poco hanno a che vedere con la tutela della salute.
Secondo Reymondo, il problema dell’obesità dilagante si può ricondurre in parte al "principio dell’ingordigia" diffuso da David Wallerstein, che intuì negli anni ’60 che per vendere di più, bastava aumentare le dimensioni delle porzioni degli snack venduti nella sua catena di cinema, con un semplice stratagemma: proponendo la versione "maxi" a un prezzo appena più alto di quella normale, il consumatore era portato a scegliere la prima, ritenendo di fare un affare acquistando più cibo per pochi spiccioli in più. E abituandosì così a consumare di più durante la proiezione del film.
Era solo l'inizio: dopo aver registrato con una telecamera di videosorveglianza i consumatori di un McDonald's di Chicago e osservando che capovolgevano i sacchettini di patatine fritte per andare a recuperare il più minuscolo pezzetto di patata, Ray Kroc, titolare della catena di fast food negli anni '60, decise di introdurre patatine e bibite in formati più grandi.