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Culture
Adriana Di Paola: “Vi racconto Monteverdi secondo Bob Wilson”

di Martina Fragale
 

Al Teatro alla Scala, grande successo per “L’incoronazione di Poppea” firmata dal regista americano Bob Wilson. L’opera, in scena fino al 27 febbraio, rappresenta l’ “ultimo atto” della trilogia monteverdiana, realizzata dal teatro milanese in collaborazione con l’Opéra di Parigi. Sul podio, Rinaldo Alessandrini con Miah Persson, Leonardo Cortellazzi, Monica Bacelli, Silvia Frigato, Sara Mingardo. E fra gli interpreti principali, c’è anche il mezzosoprano Adriana Di Paola: giovane, talentuosa, applauditissima dal severo pubblico scaligero. È lei che ci racconta la Poppea secondo Bob Wilson, il regista che ha conquistato i palcoscenici europei con la sua originale visione del tempo e dello spazio scenici.

“L’incoronazione di Poppea” è – di fatto – la storia di un’arrampicatrice sociale: un personaggio molto antico o molto moderno?
Molto moderno, direi. Poppea è una figura in cui potremmo incappare tutti i giorni, nel mondo del business, in politica, per strada. Fa quasi strano pensare che Monteverdi l’abbia raccontata in musica quattro secoli fa.

Alla Scala – si sa – il pubblico è tutt’altro che tenero, ma questa “Incoronazione” ha riscosso un successo di massa. Perché?
Per molti motivi, fra cui la direzione di Rinaldo Alessandrini e la regia di Bob Wilson.

Parliamo della musica: come ha fatto Alessandrini ad adattare un’opera pensata per un piccolo teatro del Seicento al contesto dilatato di un grande teatro come la Scala?
Alessandrini è noto per la fedeltà alla strumentazione originale: in questo caso, ha accostato alla moderna orchestra del teatro alcuni strumenti antichi, con l’uso di qualche accorgimento pensato ad hoc, come l’introduzione delle trombe in buca per potenziare la sonorità dell’organico. Le male lingue hanno parlato di mezzi di amplificazione in scena. Sì, qualcuno ha parlato di riporti sulla quarta fila di palchi ma si trattava dell’impianto utilizzato per “Die Soldaten”, l’opera che è stata rappresentata prima dell’ “Incoronazione”: niente a che vedere con noi…

Veniamo alla regia: che tipo di lettura ha dato Wilson di un lavoro complesso come l’ “Incoronazione”?
La regia di Wilson non tende a indagare il lato psicologico dei personaggi: in questo senso il libretto è già abbastanza eloquente mentre l’aspetto emotivo viene espresso dalla musica. Ciò che emerge, invece, è una forte connotazione visiva, resa secondo il minimalismo tipico del teatro di Wilson: sulla scena – a scacchiera – tutto è apparentemente statico, geometrizzante, i personaggi stessi sono posizionati in modo da descrivere delle diagonali.

Nell’opera tu interpreti il ruolo di Arnalta, la nutrice di Poppea: un personaggio che non è propriamente statico…
No. Fra tutti, Arnalta è sicuramente il personaggio più dinamico. D’altra parte è un “mezzo carattere”, un personaggio grottesco. Si tratta di una parte complessa per una donna: non è un caso che venga spesso e volentieri cantata da uomini. La tessitura è molto bassa, più da tenore che da contralto e anche l’aspetto caratteriale, fortemente caricaturale, è più facile da rendere per un uomo: difficile, che una donna riesca a trasformarsi nella parodia di se stessa! 

Com’è stato lavorare con Bob Wilson?
Davvero emozionante… il suo modo di fare teatro è all’opposto rispetto a una pura e semplice imitazione della realtà. Al contrario, in lui c’è tutta l’intenzione di dar forza alla potenza naturale della parola attraverso un distacco che è ben espresso dalla cosiddetta “teoria dell’elastico”. 

Cioè?
L’idea secondo cui più le estremità si allontanano, più automaticamente aumenta la tensione emotiva. È per questo che sulla scena i cantanti sono così distanti l’uno dall’altro. I gesti, poi, sembrano congelati in una fissità strutturale, che però non è rigida, ma morbida e tesa al tempo stesso. Devi “sentire la musica con gli occhi” e rielaborarla mentre il corpo rimane freddo, senza essere coinvolto dalla dolcezza del canto e della melodia. È un linguaggio tutt’altro che comune! Il teatro d’opera tradizionale tende a un’enfasi del movimento corporeo che è agli antipodi rispetto alla gestualità rarefatta di Wilson. E il punto è proprio questo: ciò che insegna Wilson è a non “violentare” l’attenzione del pubblico. È difficile da spiegare, ma l’idea è quella di portare il pubblico verso il palco, non l’artista verso la platea.

Il che, per un cantante d’opera non deve essere semplicissimo…
Per un cantante non c’è niente di più difficile che stare fermo: il corpo tende sempre naturalmente a seguire la voce. Con Wilson funziona esattamente al contrario: devi imparare a vivere lo spazio circoscritto che occupi, senza rompere le fila. Il che, poi, si connette in modo molto naturale al concetto di “slow motion”: il ritmo quasi parossisticamente rallentato, che scava nel gesto e lo rivela. Tutto il contrario rispetto alla realtà quotidiana, alla frenesia che trapela dalla vita di tutti i giorni, dagli spot pubblicitari, dai trailer cinematografici… Una prospettiva volutamente inattuale.

E il pubblico, in genere, questo come lo recepisce?
In modo molto soggettivo, ma d’altra parte non credo che l’arte debba riscuotere il consenso o l’interesse di tutti. Anche su questo piano, Bob Wilson agisce in controtendenza rispetto ai tanti registi d’opera che – per accaparrarsi l’attenzione del pubblico – finiscono addirittura per stravolgere il libretto.

Un’ultima domanda: a meno di trent’anni, calchi già il palcoscenico di un teatro ambito e temuto come la Scala. Com’è nata questa collaborazione con Alessandrini?
Ero a Bolzano per un concerto, quando il maestro Alessandrini mi chiese di presentarmi alle audizioni per il ruolo di Arnalta. Era la prima volta che Alessandrini sceglieva una donna: come ti dicevo, spesso la parte viene cantata da un tenore. Alla fine dell’audizione, Alessandrini mi disse che avremmo lavorato insieme. Non ci credevo… Altro che “Incoronazione di Poppea”: è stata la coronazione dei miei sogni!

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