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Culture

di Alessia Liparoti

 

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LeeChild

Dopo aver sbancato i botteghini con il suo alter ego cinematografico Tom Cruise, Jack Reacher, l'ex militare e poliziotto che non tollera le ingiustizie, è pronto a scalare le classifiche dei libri più venduti con il suo ultimo capitolo. Uscito per i tipi di Longanesi, "Una ragione per morire" (è il 18esimo capitolo delle avventure create dallo scrittore britannico ed ex autore televisivo Lee Child, pseudonimo di James L. Grant. Reacher, in viaggio verso la Virginia, pesto e malconcio, si imbatte nel bar di un motel nel medico locale, ubriaco e poco incline a rispondere alla richiesta di soccorso di una giovane donna riempita di botte. Per quale motivo un dottore non si precipita dalla sua paziente? E perché Seth Duncan, il marito della donna, incute tanto timore da far pensare due volte al medico di recarsi a curarla? Reacher non può sottrarsi dallo scoprire ciò che muove i fili di questa apparentemente innocua comunità nel cuore degli States. Viene così a conoscenza e in conflitto con i Duncan, un clan locale che terrorizza l’intera contea soggiogandone gli abitanti. Ma viene soprattutto in contatto con il caso irrisolto della scomparsa di una bambina di otto anni, risalente a un paio di decenni prima, che lo tormenta. Quale migliore ragione per morire? Lee Child confeziona con questa nuova avventura del suo doppio letterario un romanzo destinato a non lasciare delusi i suoi tanti seguaci anche in Italia (negli Usa a febbraio ben 5 suoi titoli erano presenti nella classifica del New York Times). Reduce dal successo e dalla notorietà scaturiti dal film Jack Reacher – La prova decisiva, dove recita in un piccolo cameo alla Hitchcock, un film diretto da Christopher McQuarrie e con un cast di stelle (oltre a Cruise, Robert Duvall, Rosamund Pike e il regista tedesco Werner Herzog nei panni di uno spietato criminale russo), l’ex autore della tv britannica votato alla scrittura tout court, si confessa in questa intervista, scritta e video, in cui non manca di palesare il suo humour anglosassone, naturalizzato statunitense (“In fondo ognuno di noi vorrebbe sparare in testa a qualcuno. Noi non possiamo farlo. Ma Reacher sì”) e la sua sete di giustizia (e vendetta) a cui dà sfogo. Almeno sulla pagina.

video Lee Child

 

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Lee Child

Jack Reacher è stato recentemente inserito nella classifica dei 30 più affascinanti detective letterari di tutti i tempi, accanto a Sherlock Holmes e Maigret. Un bel risultato…
È una bella emozione. Sapere che Jack Reacher è stato inserito in questa classifica non può che rendermi felice visto che io sono un accanito lettore di queste storie e di questi detective, quindi ne sono molto lusingato.

Cosa aggiunge in più al personaggio di Jack Reacher “Una ragione per morire”?
Il libro aggiunge una sorta di profondità emotiva in più al personaggio. In questo romanzo c’è come co-protagonista una donna di mezza età che 25 anni prima ha perso la propria figlia, scomparsa e di cui non si è mai saputa la verità. Lei non ha avuto giustizia per quello che è accaduto. Dunque è un personaggio particolarmente vulnerabile, sfortunato. La risposta di Reacher, il fatto che lui decida di aiutarla, mostra non solo quanto lui odi le ingiustizie – e questo lo sapevamo già – ma mette in luce anche il suo lato un po’ più tenero, più sentimentale. Il fatto che lui si prenda a cuore la sua tragedia e soprattutto l’idea che i bambini debbano essere protetti sempre e comunque, fa giustizia per tutti noi.

A proposito di questa madre, nel raccontare la drammatica sorte accorsa alla figlia, la donna chiede a Reacher se abbia dei figli e lui risponde: ‘Non che mi risulti. Ma per tredici anni sono stato un poliziotto. E da sempre sono un essere umano’.
Ritengo che la combinazione di un personaggio duro e molto forte come Reacher, un ex militare che ha la capacità e la possibilità di essere anche molto brutale, unita ad un aspetto un po’ più soft, sia la carta vincente con i lettori. Per la figura della madre mi sono ispirato ad una persona reale, ad una nostra vicina di casa. Quando la conoscemmo, le chiedemmo se avesse dei figli e lei rispose che ne aveva uno ma che era morto, sebbene non sapesse come: era malato, lo avevano portato all’ospedale ed era morto. In quegli anni non c’era la propensione ad indagare a fondo sui dettagli della morte o ad interrogare i medici. Gli scrittori tendono ad utilizzare questi eventi così drammatici per costruire le loro storie. Di solito i personaggi affondano le radici in qualcuno che è esistito veramente. Questa donna ha abitato a lungo dentro di me in questi anni ed è diventata alla fine questo personaggio.

“Una ragione per morire” è ambientato nella landa desolata e selvaggia del Nebraska, lontano dalle metropoli come in molti dei suoi libri. Con Jack Reacher è come se ad ogni libro si compisse un viaggio nel cuore degli Stati Uniti. Da dove ha origine questa scelta?
È motivata dalla ricerca di varietà e poi dal vantaggio che Reacher non abbia un lavoro, né un posto fisso. Può muoversi liberamente e sarebbe assurdo non farlo spostare. Inoltre mi piace esplorare nuove società e nuovi ambienti. Nello specifico quella zona del Nebraska è particolarmente isolata e totalmente diversa da quello che noi europei ci aspetteremmo a livello di paesaggio e ho pensato fosse un’ambientazione perfetta per una storia. A questo si aggiunge la presenza dei Cornhuskers, questi giocatori universitari di football americano, dunque non dei professionisti. Questo è uno sport molto popolare negli Usa e io mi sono sempre chiesto che cosa succeda a questi ragazzi una volta finita l’università, dopo che sono stati delle superstar dello sport. A 22 anni si reputano inutili? Che cosa fanno? Come reagiscono? Ho voluto esaminare questo.

In questo libro, così come nel film, viene ribadito il ruolo della libertà per Reacher. Ma cosa è per lei la libertà?
Per me consiste nel fare quello che voglio perché non ho più responsabilità di genitore, visto che ho una figlia adulta che vive da sola e non ho preoccupazioni finanziarie. Faccio un lavoro piacevole, viaggio, incontro sempre gente nuova e posso decidere se dire di sì o di no quando mi invitano. La libertà è per me fare ciò che desidero e avere tutte queste opportunità che non tutti possiedono.

“Una sola legge, una sola giustizia: la sua”. Così recita il lancio del libro. Anche questa volta per Reacher la ricerca di giustizia è essenziale, ma quanto si può prescindere dalla legge?
Nella fiction noi andiamo alla ricerca di una versione più semplificata della realtà, dove non sempre si ottiene giustizia grazie alla legge poiché possono presentarsi dei problemi di carattere tecnico. Ad esempio, in “Una ragione per morire” sappiamo che la famiglia dei Duncan ha ucciso 40 donne eppure non vogliamo vedere che vanno sotto processo e magari che la fanno franca per dei cavilli. Preferiamo vederli morti ammazzati. E Reacher soddisfa questo nostro desiderio, ci dà soddisfazione perché finalmente grazie a lui giustizia è fatta.

Il suo collega Michael Connelly l’ha definita “distintamente americano. È una cosa alquanto singolare che uno scrittore inglese, alimentato da una collera tipicamente inglese, sia in grado di creare un personaggio perfettamente adatto a Tom Cruise”. Come commenta questa definizione?
Direi che Michael è stato molto gentile. È altrettanto ironico che lui abbia creato un personaggio straordinario come Harry Bosch tipicamente europeo, ovvero avrebbe potuto essere plasmato da uno scrittore francese o italiano, mentre Michael è americano. È come se ci fossimo scambiati i ruoli. Tutto ciò è emblematico di come il mondo anglofono abbia una cultura molto più omogenea di quanto si pensi: ci sono molte meno differenze tra Inghilterra e Stati Uniti di quanto si immagini. È i nostri libri ne sono una riprova.

 

 

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lee childlonganesilee child intervista"una ragione per morire"
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