Vivere e morire a Hollywood. William Friedkin, 40 anni da outsider...

IL PERSONAGGIO/ Schiaffi alla morale e alle critiche, per uno dei registi simbolo della "New Hollywood": William Friedkin. Da “L’esorcista” al grottesco e morboso “Killer Joe” (una lezione di cinema autentica), una serie di film che sono sempre pugni nello stomaco per lo spettatore... I PARTICOLARI E LE IMMAGINI

di Marco Rovaris

Con “Killer Joe” William Friedkin ha sfondato davvero gli argini, bucato la stratosfera. Il suo ultimo film è appena sparito dalla programmazione nelle sale, dopo aver navigato a vista appena sotto il decimo posto del box-office.

Sotto lo schermo radar e sopra il livello mare, “Killer Joe” è il suo film più grottesco e morboso. Inizia con sequenze surreali, quasi alla Coen, poi accarezza il più sfrontato David Lynch e finisce alla Friedkin, liberando una violenza esasperata, caricata a molla per tutto il film.

Tecnicamente ineccepibile nelle geometrie degli spazi e delle inquadrature, mai un personaggio fuori posto. Una lezione di cinema autentica, da cui ci si distrae per non perdere una battuta della sceneggiatura, splendida. L’epilogo è arte contemporanea, tra una fellatio a una coscia di pollo e una lattina, eco warholiana, in collisione perpetua con il volto del povero Emile Hirsch, sempre bravo. Anche se è Matthew McConaughey a portare a casa l’interpretazione della vita, in un clamoroso ‘casting against type’.

 

Il solo soggetto è geniale. Un giovane spacciatore indebitato fino al collo si accorda con il padre per assoldare un killer che uccida la madre, per poi riscuoterne l’assicurazione sulla vita. Non potendo pagare il killer in anticipo, cede a questo la sorella svanita come caparra.

Friedkin dice di aver esaurito gli argomenti sul sesso e sulla violenza e che, con “Killer Joe”, ha varcato un limite. Come dargli torto, dal momento che ci troviamo al teatro dell’assurdo, allegoria della famiglia corrotta fino al midollo, dove il peggiore non è in realtà il giovane criminale, ma gli altri.

Un massacro totale, dove la vittima si confonde con il carnefice. Non c’è morale, solo caos. Un capolavoro, il più coraggioso specchio dei tempi.

Ogni suo film è un pugno nello stomaco, di quelli che scatenano emorragie che non si riassorbono. È sempre stato così, perché Friedkin ha alzato l’asticella ogni volta, spiazzando il pubblico, nel bene e nel male. Non ha mai confermato un’aspettativa, scegliendo di girare anche film massacrati dalla critica e non compresi dalla gente, ma sempre con un sorriso beffardo. Non ha mai permesso di essere ingabbiato come autore monolitico, pur essendosi mosso molto nelle varianti del genere poliziesco.

“Il braccio violento della legge” (1971) ha portato una dose di realismo e crudezza mai vista prima; droga e questione razziale per una regia invasiva e senza censure, che si sofferma sui particolari meno gradevoli e inaugura uno stile che quasi nessuno è stato in grado di replicare. Incredibile la dilatazione temporale e l’attenzione per i dettagli; un manuale di regia che si assicura cinque Oscar.

Già evidenti la crisi della morale e il non rispetto del codice hollywoodiano che impone di far atterrare lo spettatore sul morbido. Si precipita sull’asfalto.

Dopo due anni altri due Academy con il cult, la maledizione, il film che ha fatto vomitare e svenire la gente in sala. Su “L’esorcista” (1973) si è detto tutto. Un’altra spinta, questa volta, al genere horror. Con una fotografia e un sonoro eccezionali, Friedkin si misura con ritmi completamente diversi dal film precedente e costruisce la tensione con una battaglia di controcampi e primi piani che tolgono il fiato. Atmosfere del primo Polansky, il trucco e i trucchi su Linda Blair, l’orrore delle sequenze della possessione e la censura hanno fatto il resto.

Neanche il tempo di pronunciare ‘regista rivelazione’, la magia si esaurisce e gli insuccessi di pubblico e le smorfie della critica intorno ai suoi film seguenti condannano Friedkin a un oblio di più di dieci anni, prima che, con un altro poliziesco, la sua stella torni a brillare.

In controtendenza con i buddy movie e i toni fracassoni del decennio, “Vivere e morire a Los Angeles” (1985) è un capolavoro di montaggio e celebra la durezza e l’equivocità del rapporto tra polizia e mondo criminale. Ascoltare la colonna sonora dei Wang Chung, in particolare la hit “To live and die in L.A.” (omonimo successo di Tupac Shakur del 1996), è come sentire battere il cuore della metropoli californiana. La morte del protagonista è un colpo di scena indimenticabile e non è un caso che a Los Angeles il criminale sia un falsario con attitudini da artista: Hollywood, apparenza, inganno, morte.

Da qui in poi si perde davvero il filo conduttore della produzione del regista e le opinioni diventano, come non mai, più efficaci di constatazioni oggettive, obiettivamente impossibili.

“L’albero del male” (1990), storia di una tata che cerca neonati da sacrificare al diavolo, è un horror oscuro, costruito sull’antitesi tra scene diurne e notturne. Le prime ambiscono a un’aura onirica totalmente inefficace, mentre le altre trovano qualche momento di rilievo, come la notevole sequenza dell’uomo sbranato dai lupi, emissari del demonio che penetrano nella sua abitazione nel cuore della notte. Film particolare, da cui sembra che Friedkin volesse dissociarsi, dopo che in un passaggio televisivo americano la regia fu accreditata ad Alan Von Smithee.

“Blue chips – Basta vincere” (1994) non se lo ricorda nessuno. Ambientato nel mondo del college basket americano, è un ritratto senza retorica di come funzioni l’ingaggio dei liceali da parte delle università, senza, però, la redenzione di “He got game” di Spike Lee. Un grande Nick Nolte compensa una regia inesistente, spazio per le star NBA Shaquille O’Neal e Penny Hardaway; il fattore Friedkin si vede solo nel finale, uno dei più amari che si ricordi per un film di sport.

Molto più solido il successivo “Jade” (1995), il migliore della decade. Commistione di noir, poliziesco e thriller, il film descrive il percorso pericoloso di un detective che non rinuncia a indagare su un omicidio a sfondo politico, tra perversione e erotismo di straordinario effetto. Elegante e cadenzato, è il potere dello sguardo a comandare, che si moltiplica sia nel campo visivo dei personaggi sia nei continui riavvolgimenti dei videotape su cui si svolge l’inchiesta.

La insistita e delirante ricerca del dettaglio raggiunge l’apice con “Bug” (2006), vero inno alla paranoia, girato tra le quattro pareti di una roulotte. L’ossessione contagiosa di un uomo per gli insetti trascina una donna in una spirale di monomania esasperante che porterà entrambi alla morte. L’occhio della mdp si spinge fino all’atomo dell’atomo, scomponendo gli oggetti, sfilando ogni strato di pellicola, sfidando l’impenetrabilità della materia alla quale è sottomesso il cinema.

Giusto per essere ancora più controcorrente, nessuno come Friedkin ha dato così spazio a volti nuovi per i suoi successi. Ha fondamentalmente lanciato William Petersen (Grissom) e Willem Dafoe, ha reso dei protagonisti nomi di contorno come David Caruso (Horatio Caine), Linda Fiorentino e Chazz Palminteri.

Il caso. Introvabile e sparito dai palinsesti “Cruising” (1980), con Al Pacino nei panni di un detective che indaga su un omicidio nel sommerso omosessuale newyorchese di fine anni Settanta. Disturbante e volutamente sconcertante, è una delle pellicole che più ha inchiodato alla croce il regista nativo di Chicago.

Riscrivere le regole e far perdere le proprie tracce; sembra questo il sunto della carriera di Friedkin.

Poi, “Killer Joe”… il suo film migliore?

Anche se lo fosse, anche se fosse stato spinto di più dalla distribuzione, lui ne parlerebbe comunque con ironia, perché all’opinione degli altri non ha mai dato peso. Ogni volta che lo abbiamo dato per finito, ci ha sempre preso in giro tutti.

Con “Killer Joe” lo vediamo spiccare il volo, noi restiamo a guardarlo.

Un altro ciclo che inizia? Non si può sapere…

È il suo cinema, croce e delizia.


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