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Dottori
Intervista al Dott. Bisagni

Oggi abbiamo incontrato il Dott. Francesco Bisagni, Psicanalista, Psicoterapeuta e Psichiatra, per scoprire alcune curiosità sul suo percorso professionale e approfondire il suo punto di vista su alcuni temi di attualità legati alla Sanità.

 

1) Come mai ha scelto di fare il medico?

Tutte le scelte professionali sono legate a mille fattori, tra cui la propria storia personale, fin dalle sue origini nell’infanzia. E’ stato così anche per me. Sono sempre stato curioso di come funziona le mente, di come le persone soffrono e si ammalano psichicamente, di come sono capaci di costruire cose di valore così come di distruggere la propria esistenza. In un certo senso, mi sono trovato costretto da me stesso a interagire con queste realtà.

 

2) Perché proprio la specializzazione in Psicoanalisi?

La Psicoanalisi, ma oggi occorrerebbe dire le Psicoanalisi al plurale viste le ramificazioni che si sono sviluppate dal ceppo originario, è la migliore sintesi tra le scienze della natura e le scienze umane. Non ne esaurisce le contraddizioni, ma le compone in una dialettica creativa.  

 

3) Come è cambiata la sua professione grazie all’avanzamento tecnologico in Medicina?

L’avanzamento tecnologico ha, fra le molte cose, dato negli anni più recenti un enorme sviluppo al campo delle neuroscienze e alla complessa questione del rapporto mente-cervello. Ciò, a sua volta, ha avuto una grande influenza sulla teoria e sulla tecnica della psicoanalisi, confermando alcune intuizioni dei Maestri, smentendone altre, obbligando comunque ad una rivisitazione critica di molti punti nodali. Questo ha modificato l’approccio a molte patologie, e alla stessa idea di sviluppo psichico, nel lavoro coi bambini, con gli adolescenti e con gli adulti.

 

4) Vivere in un mondo sempre connesso ad internet ha modificato, e se si come, il suo modo di rapportarsi con i pazienti?

Uno psicoanalista per definizione non può vivere fuori dal modificarsi dei tempi, deve cogliere ciò che si modifica, e ciò che resta uguale, tra le righe di ciò che muta. Le forme del comunicare, i parametri di definizione del privato, il concetto di intimità e di condivisione, i modi di innamorarsi e di sperimentare la sessualità sono molto cambiati negli ultimi anni.
Lo sforzo dello psicoanalista di mantenere una identità culturale, non può prescindere dall’interazione con queste diverse forme del vivere.     

 

5) Internet ha modificato il modo in cui i pazienti affrontano la malattia? Si sente messo in competizione con il “Dottor Google”?

Forse, un punto difficile riguarda la relazione col senso e con l’uso del tempo. C’è sempre stata una differenza tra il tempo oggettivo, imposto dalla realtà, e il tempo intimo del soggetto e della sua crescita psichica.
E da sempre lo psicoanalista ha dovuto giostrarsi tra l’essere difensore del tempo soggettivo da una parte, e l’essere in un’inevitabile relazione con il tempo della realtà.
Questa differenza si è accentuata recentemente, per un’accelerazione del tempo oggettivo e per la pressione a render veloce, ciò che non può esserlo. La domanda di “wikianalisi” obbliga lo psicoanalista ad un lavoro non facile sul doppio registro dell’adeguamento e della contraddizione. Ma, guarire da una sofferenza mentale non sarà mai veloce quanto aprire un’app e di questo i pazienti si rendono inevitabilmente conto non molto dopo avermi conosciuto.

 

6) Secondo lei, sanità pubblica e privata, come potrebbero integrarsi in futuro per fornire al cittadino un servizio migliore?

Nel campo della salute mentale, occorrerebbe una maggiore attenzione alla profilassi, alla prevenzione primaria, a tutto ciò che avviene a monte del manifestarsi della malattia. Il privato dovrebbe contribuire a strutturare interventi di prevenzione e di terapia, laddove la sanità pubblica non può arrivare.
Evidentemente, il privato dovrebbe essere reso accessibile alle fasce di popolazione che non dispongono di mezzi economici adeguati. Ma questo riguarda una complessiva ridefinizione del welfare e un ovvio problema di reperimento delle risorse. La psicoanalisi certamente dovrebbe essere un patrimonio a disposizione di più ampie fasce di popolazione.

 

7) Lei, come psicanalista, si è mai imbattuto in una particolare leggenda metropolitana che vorrebbe smentire?

La più diffusa leggenda metropolitana che tocca la mia categoria è che gli psicoanalisti sono solo dei venditori di fumo. Non posso negare che alcuni, nella mia professione, hanno purtroppo contribuito negli anni a non smentire queste leggende, ma anzi a rinforzarle. E’ sempre consigliabile che i futuri pazienti scelgano persone di solida formazione e di provata esperienza a cui affidare la loro salute mentale.

 

8) Lo psicoanalista può considerarsi un “medico generico” della mente? Lei come psicoanalista si occupa di tutte le patologie mentali e pensa che la psicoanalisi possa curarle tutte?

Un collega molti anni fa così ci definiva, dei “generici”. Questa definizione, unita a quello che era un certo inevitabile entusiasmo giovanile, in quegli anni di apprendistato mi rafforzò la pericolosa idea che la psicoanalisi fosse una sorta di super-scienza adatta a tutte le situazioni.

Con gli anni ci si rende conto che, evidentemente, non è così. Da psicoanalista, in quattro decenni, ho potuto approfondire alcune condizioni cliniche più di altre, e ho potuto sperimentare limiti e possibilità di un metodo e di una teoria che, se applicati con passione, rigore e flessibilità, possono dare alle persone sofferenti una consistente prospettiva di cambiamento.

E’ un lavoro che richiede la partecipazione totale degli individui coinvolti, compreso lo psicoanalista, una totalità che include il senso del limite.

    

Il Dott. Francesco Bisagni riceve nel suo studio di Milano, per maggiori informazioni o per prenotare un appuntamento, potete visitare il suo profilo:

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