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Dottori
Intervista al Dott. Nicoletti

Oggi abbiamo incontrato il Dott. Vincenzo Nicoletti, Psichiatra, per scoprire alcune curiosità sul suo percorso professionale e approfondire il suo punto di vista su alcuni temi di attualità legati alla Sanità.

 

1) Come mai ha scelto di fare il medico?

Mi sono approcciato all’ambito sanitario come infermiere e, ‘cammin facendo’, mi sono appassionato alla Medicina.
 

 

 

2) Perché proprio la specializzazione in Psichiatria?

Ho sempre desiderato fare lo psichiatra. Da bambino immaginavo gli  psichiatri come  una sorta di esseri soprannaturali che avevano il dono di leggere nei pensieri  delle persone.

Quando stavo per concludere  la laurea Medicina mi sembrava che la Psichiatria fosse la  specializzazione  che  più rispecchiava la mia personalità e i miei interessi.  Prima di fare Medicina, ero iscritto la facoltà di Lettere moderne, mi hanno sempre appassionato la Filosofia e le materie umanistiche.

Nella mia professione di psichiatra avere un approccio “umanistico” mi ha aiutato molto nel costruire la relazione e l’alleanza terapeutica con i pazienti.
 

 

3) Come è cambiata la sua professione grazie all’avanzamento tecnologico in Medicina?

Ad essere sinceri l’avanzamento tecnologico ha toccato poco la Psichiatria. Più che altro, è stata la psicofarmacologia nata negli anni 50 e 60 forse ad aver cambiato la prognosi di alcune condizioni di grave malattia. I farmaci sono un grosso aiuto nelle fasi iniziali di una patologia, se parliamo di condizioni molto gravi quali schizofrenia o depressione maggiore.

Tuttavia, assistiamo sempre di più al giorno d’oggi a situazioni di disagio psichico esistenziale  reattivo a delle problematiche esterne di vita che intaccano delle aree importanti del funzionamento di una persona quali: affetti, relazioni interpersonali e lavoro. In tali situazioni, l’approccio farmacologico è solo una parte di un intervento complesso che  deve aiutare le persone a ritrovare e potenziare la loro capacità di affrontare lo stress e i problemi, attraverso le  proprie  risorse  personali.

Spesso, i pazienti nutrono delle aspettative irrealistiche rispetto all’efficacia dei farmaci nel risolvere le loro problematiche, affidandosi passivamente e ciecamente soltanto all’effetto dei medicinali. Forse la colpa è anche di noi medici, che non sapendo  accogliere e contenere la sofferenza dei pazienti se non attraverso una risposta di tipo farmacologico, alimentando tali aspettative. Alcune volte, dopo un colloquio, gli stessi pazienti che entravano in ambulatorio lamentando l’inefficacia di una terapia, riferivano di sentirsi meglio per il solo fatto di essersi sentiti  accolti e ascoltati. 
 


4) Vivere in un mondo sempre connesso ad internet ha modificato, e se si come, il suo modo di rapportarsi con i pazienti?
A mio parere, vi sono degli aspetti negativi e positivi. Sicuramente il web ha incrementato una maggiore diffusione della cultura medica e  farmacologica. Questo ci deve far riflettere rispetto al nostro modo di approcciare i pazienti quando suggeriamo una terapia.
Non è più pensabile una relazione asimmetrica con il paziente, nella quale il medico, dall’alto del suo sapere, indica una terapia o un trattamento indispensabili, che il paziente è obbligato ad accettare passivamente.
Una maggior diffusione della cultura e delle informazioni, ha reso i pazienti più informati e attenti nella scelta e di questo il medico deve tenerne conto. Per cui, l’atto terapeutico diventa sempre di più una negoziazione e una consulenza circa l’intervento migliore per lo specifico paziente, tenendo conto delle sue esigenze, preferenze, timori o pregiudizi.
Questo, infine, obbliga i medici ad essere sempre informati e critici rispetto ai trattamenti che vengono proposti e alle “novità” in ambito terapeutico che il paziente spesso ritrova in modo parziale e superficiale sulla rete.  

 

5) Internet ha modificato il modo in cui i pazienti affrontano la malattia? Si sente messo in competizione con il “Dottor Google”?  

Credo che internet abbia arricchito il panorama delle offerte, rendendo al contempo più difficoltosa la scelta per un paziente.

 
 

6) Secondo lei, sanità pubblica e privata come potrebbero integrarsi in futuro per fornire al cittadino un servizio migliore?

Da quando le strutture sanitarie sono diventate delle aziende, per cercare di salvaguardare il budget sanitario, queste hanno interiorizzato metodologie e obiettivi propriamente economici, e questo ha avuto un enorme peso sulla qualità delle prestazioni erogate.

L’obiettivo del servizio sanitario sembra essere quello di  offrire  delle  prestazioni  sanitarie a costi sempre più bassi e competitivi, a scapito della soddisfazione dei pazienti e degli stessi operatori sanitari, che non si identificano con tali logiche economiche.

E’ inevitabile che, operando con strategie volte al profitto e a monetizzare le prestazioni, venga sacrificata al budget la qualità del servizio offerto. Di conseguenza i pazienti, a fronte di questo processo di aziendalizzazione, si sentono sempre più spinti a ricorrere a strutture e professionisti  privati, perché li fanno sentire più tutelati in termini di qualità delle cure che riceveranno.  
 

 

7) Lei, come psichiatra, si è mai imbattuto in una particolare leggenda metropolitana che vorrebbe smentire?

In Psichiatria, vi sono molte leggende metropolitane, in base anche alle mode e correnti di pensiero del momento.

Al momento, ad esempio, si parla molto di recovery sociale, che inerisce alla guarigione sociale del paziente in termini di interventi riabilitativi sul territorio (centri diurni residenzialità, attività riabilitative, ecc.), di fatto proponendo con un termine anglofono quanto veniva offerto ai pazienti già 30 anni orsono, all’indomani della riforma Basaglia, in un’epoca in cui la Psichiatria aveva una forte connotazione ideologica e, soprattutto, non era costretta a scontrarsi con logiche economiche come al giorno d’oggi.  

I tagli economici e un appiattimento e omologazione delle procedure e dei trattamenti sulla base delle linee guida internazionali, hanno portato secondo me a penalizzare l’innovazione e la creatività, fondamentali strumenti epistemologici nelle discipline scientifiche.

Tutto questo, ha contribuito a impoverire alcune branche della Medicina tra cui la Psichiatria, con il paradosso di avere, da una parte, slogan anglofoni forieri di novità ed innovazioni, dall’altra, essere costretti a lavorare nel mondo reale in condizioni di estrema precarietà e povertà di risorse.
 

 

8) Cosa le piace di più della sua professione?

Il processo dialettico che si stabilisce fra due persone, il medico e il paziente, che si stanno conoscendo. Spesso nella mia professione mi sono ritenuto fortunato di poter entrare nelle storie dei pazienti ed essere spettatore e attore insieme a loro di quanto veniva raccontato e messo in scena nel momento della seduta.

Le prime volte, però, l’ansia di voler essere d’aiuto e trovare subito a tutti i costi una risposta o un rimedio adeguati, mi impedivano di pormi con un atteggiamento di umiltà e curiosità.

Notavo che i pazienti, in qualche modo, percepivano questa mia difficoltà e stanchezza, e ciò non solo polarizzava i loro discorsi in senso negativo, solo sui loro problemi, ma si sentivano anche più sofferenti e incompresi nel corso del colloquio.

Ho imparato, col tempo, che un ascolto attivo e un’autentica partecipazione alle storie del paziente, indipendentemente da quanto veniva o non veniva proposto dal medico, alla fine del colloquio faceva sentire le persone più tranquille e sollevate ed persino in grado, a volte, di trovare da sole delle soluzioni alternative ad un problema.

 

 

Il Dott. Vincenzo Nicoletti riceve nei suoi studi di Milano, Mondolfo e Mariano Comense, per maggiori informazioni o per prenotare un appuntamento potete visitare il suo profilo:

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