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Economia
Argentina, il rischio ha un impatto modesto sui conti dei gruppi italiani

Ci mancavano solo le tensioni politiche in Argentina: mentre i mercati finanziari italiani cercano ancora di prendere le misure alla crisi politica italiana, in attesa di maggiore chiarezza sui tempi e sugli esiti della stessa, e mentre i dati macroeconomici in arrivo dalla Germania come dal Giappone confermano che la congiuntura economica mondiale sta attraversando una fase di rallentamento a Piazza Affari tiene banco il tema dell’esposizione alla crisi argentina di gruppi come Cnh Industrial, Fiat Chrysler Automobiles, Pirelli, Salini Impregilo, Enel, Guala Closures, Masi Agricola, Carraro, Sogefi e Tenaris.

Le primarie per la corsa alla Casa Rosada di domenica hanno visto trionfare il “ticket” peronista formato da Alberto Fernandez e dall’ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner col 48,86%, delle preferenze, davanti all’accoppiata liberista Mauricio Macri (presidente in carica) - Miguel Angel Pichetto, col 33,27%. Visto che solo un altro paio di coppie di sfidanti hanno superato lo sbarramento dell’1,5% dei consensi, se il rlsultato a ottobre venisse confermato l’Aregntina eleggerebbe Fernandez già al primo turno.

Un’ipotesi che ha fatto fuggire a gambe levate gli investitori sia dal mercato azionario (l’indice Merval, che fino a inizio settimana guadagnava il 42% da inizio anno, ha chiuso ieri a -37,93% ed è ora in rosso del 12% circa da inizio 2019), sia dal peso argentino (- 13,5% sul dollaro ieri, oggi è in calo di un altro 5,2%). Perchè la sconfitta di Macri fa tanta paura? Perchè il presidente in carica aveva tentato di rimediare ai danni causati dalla Fernandez de Kirchner, adottando sia pure gradualmente un approccio “pro-mercato” che ha portato alla chiusura delle controversie ancora pendenti coi creditori internazionali apertesi all’epoca del default sovrano del 2002.

Ottenuto un prestito da 57 miliardi di dollari dal Fmi guidato ad Christine Lagarde (che a fine ottobre succederà a Mario Draghi alla guida della Bce), Macri ha poi inaugurato una progressiva stretta fiscale, che prevedeva per quest’anno tagli ai susssidi per lo 0,7% del Pil, tagli agli investimenti pubblici dello 0,5% e minori trasferimenti agli enti locali per lo 0,3%. Non proprio numeri “tedeschi”, ma per un paese ancora prostrato da una crisi ormai più che decennale sono bastati a evitare il riaccendersi dell’inflazione, mentre il rialzo del dollaro tornava a destabilizzare il peso e il presidente vedeva la sua popolarità crollare. Ora i mercati temono la vittoria del ticket peronista perché questo porterebbe con ogni probabilità ad un nuovo default sul debito estero e l’Argentina in toto torna ad apparire un paese “tossico” da cui allontanarsi quanto più e quanto prima possibile. Ma chi tra le blue chip di Piazza Affari è la più esposta al “rischio Argentina”? Per la verità solo un manipolo tra i nostri principali gruppi e per percentuali assolutamente modeste.

Per Cnh Industrial, ad esempio, l’Argentina rappresenta circa l’1,8% del fatturato totale, per Fiat Chrysler Automobniles pesa 1,4% delle vendite ma solo 1,1% dei ricavi. Nel caso di Pirelli l’intera America Latina pesa il 13% dei ricavi (non è disponibile il dato puntuale dell’Argentina), ma la gran parte delle attività sono in Brasile con tre stabilimenti produttivi contro uno stabilimento in Messico e uno in Argentina.

Anche Salini Impregilo è impegnata in America Latina con un’esposizione complessiva pari al 3% del fatturato; il gruppo, in queste settimane impegnato nella realizzazione del Progetto Italia che prevede l’integrazione delle attività di costruzione di Astaldi come primo tassello, aveva appena annunciato a giugno una commessa da 215 milioni in Argentina. Salini Impregilo possiede inoltre il 20% di Autopistas del Sol, valutata in bilancio 42 milioni di euro, ma il cui valore di mercato è ormai inferiore ai 30 milioni.

E poi ancora: Enel (operante nel paese tramite Empresa Distribuidora Sur) risulta avere un’esposizione a livello di Ebitda dell’1,5% avendo chiuso il primo semestre dell’anno con un utile di circa 8,6 milioni di dollari (lo 0,4% a livello di gruppo), mentre Guala Closures realizza in Argentina circa il 4% del suo giro d’affari, Masi Agricola circa il 5% (attraverso Masi Tupungato Vigneti La Arboleda), Sogefi e Carraro poco meno del 5% ciascuna.

Un capitolo a parte è poi Tenaris: l’Argentina per la holding della famiglia Rocca, che vi opera attraverso Siderca, rappresenta circa il 20% della capacità totale del gruppo, ovvero il 10%-12% circa del fatturato. Il gruppo però potrebbe beneficiare della svalutazione del Peso argentino, visto che i costi sono in valuta locale mentre la gran parte dei ricavi è espressa in dollari. Oltre il 70% dei prodotti ad alto valore aggiunto realizzati da Tenaris in Argentina vengono infatti esportati in altri paesi.

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