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Economia
Banche, Abi ferma le trattative sul contratto. Lo zampino di Patuelli. Rumors
Foto: LaPresse

di Andrea Deugeni
twitter11@andreadeugeni

Inatteso stop nel negoziato sul contratto di lavoro dei 300mila dipendenti delle banche italiane. La riunione di ieri tra banchieri e sindacati è durata pochissimi minuti. Una frattura, non irreparabile, causata dall’atteggiamento di due sigle sindacali che hanno innervosito e spinto l’Abi ad assumere una posizione piuttosto rigida, chiudendo l’incontro rapidamente. L’Associazione bancaria italiana non gradisce, nel dettaglio, l’atteggiamento dei segretari generali della First Cisl, Riccardo Colombani, e della Fisac Cgil, Giuliano Calcagni.

Antonio Patuelli (pres. Abi), Giovanni Sabatini
 

Colombani – a cui probabilmente ha giocato un brutto scherzo l’inesperienza, visto che è diventato segretario generale da poco più di un mese – è stato “rimproverato” per aver anticipato a mezzo stampa alcune richieste che avrebbe dovuto illustrare, per prassi, al tavolo negoziale. A Calcagni, invece, viene imputata una scarsa chiarezza: minaccia virtualmente la guerra all’Abi, quando parla all’interno della Fisac; e poi – secondo i rumor interni alla stessa Abi - diventa più mansueto dinanzi ai banchieri.

Due grane – quelle sul fronte sindacale – che stanno mettendo in imbarazzo le altre sigle, costrette in qualche modo a tenere botta: Lando Sileoni della Fabi, Massimo Masi della Uilca ed Emilio Contrasto di Unisin stanno così lavorando per ricomporre il quadro in vista del prossimo appuntamento, lunedì o martedì, a Palazzo Altieri. In quella occasione si capirà quale direzione prendere sulle trattative e soprattutto si dovrà decidere se prorogare il contratto nazionale, scaduto il 31 dicembre 2018, fino al 31 maggio o al 30 giugno. Parallelamente, come Affaritaliani.it ha già raccontato con dovizia di particolari, resta da sciogliere il nodo del trattamento di fine rapporto.

banche
 

Il contratto scaduto aveva stabilito uno sconto, ma il 4 febbraio tutti i segretari generali dei sindacati hanno chiesto ufficialmente alle banche che il tfr va pagato interamente con decorrenza 1 gennaio 2019. Per gli istituti di credito si tratta di versare ai lavoratori circa 210 milioni di euro l’anno in più: a pagare il conto più salato, ovviamente, sarebbe Intesa-Sanpaolo. Qui entra in gioco Calcagni, che entro il 28 febbraio dovrà dichiarare definitivamente la sua posizione e si trova di fronte a un bivio: corre il rischio di andare contro Ca de’ Sass qualora confermasse la richiesta sul tfr al 100%.

Sta di fatto che Calcagni comincia a scatenare più di un mal di pancia in casa Fisac. Per quanto riguarda le banche, con l’ultima sortita, il presidente del Casl, Salvatore Poloni, ha mostrato di avere la necessaria autorevolezza per ricoprire un ruolo delicatissimo e strategico per l’intero settore.

All’interno del Casl si registra una certa chiarezza e concretezza da quando i dirigenti più esperti delle relazioni sindacali - quelli di Intesa, Unicredit, Monte paschi, Ubibanca e Bnl Bnp Paribas – stanno a supporto del neo presidente Poloni. In molti, ci vedono la lunga mano del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che pur dichiarando ai quattro venti di non essersi mai interessato di argomenti sindacali sta ben saldo nella cabina di regia che gli compete.

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