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Economia
Banche, PopBari e il danno da 430 milioni. Così l'onda Ue ha travolto l'Italia

I banchieri italiani iniziano a tirarsi fuori qualche sassolino dalla scarpa. Per la Corte di giustizia europea la Commissione Ue nel 2015 ha agito in modo illegittimo quando bloccò l’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd) nel salvataggio di Banca Tercas, poi finita a Banca Popolare di Bari (Bpb). Forte di questa sentenza Marco Jacobini, che di Bpb è il presidente, va all’attacco e preannuncia: chiederemo i danni “e di danni ne abbiamo avuti un’infinità”, basti pensare che in termini di raccolta “abbiamo perso un miliardo, che poi in parte abbiamo recuperato”.

Per chi non ricordasse la vicenda, la Cassa di Risparmio di Teramo (Tercas) si trovava in amministrazione straordinaria dal 2012 a seguito di irregolarità di gestione contestate dalla Vigilanza di Banca d’Italia. Per evitarne il dissesto intervenne Bpb che si disse pronta a rilevare l’istituto una volta che il “buco” patrimoniale emerso sino ad allora fosse stato colmato, un compito quest’ultimo che fu assunto in prima battuta dal Fitd. 

Ma la Commissione Ue contestò l’intervento e in particolare il versamento a Tercas, avvenuto nel 2014, di 265 milioni di euro con cui ripianare le perdite e riportare a zero il patrimonio, giudicandolo irregolare e differente dagli interventi effettuati dal fondo per rimborsare i depositanti di una banca nel momento in cui l’istituto viene liquidato e finisce fuori mercato. Irregolare e differente perché in questo caso Fitd agiva preventivamente per evitare il fallimento di Tercas.

Ma quali danni possono essere emersi nei confronti di Banca popolare di Bari? Quando l’istituto controllato dalla famiglia Jacobini decise di intervenire come cavaliere bianco nella crisi di Tercas (e di Caripe) già presentava una scarsa copertura dei crediti, ma decise di varare un aumento di capitale da 330 milioni per salvare Tercas stessa. I mezzi che quest’ultima dovette restituire al Fitd non furono però messi dagli Jacobini, bensì dall’intervento dello Schema Volontario del Fitd stesso, costituito, come ricordò una nota della stessa Banca Popolare di Bari, “allo scopo di tenere indenne Banca Tercas dalle conseguenze del provvedimento della Commissione Ue”.

A seguito della ridefinizione dell’intervento, “il gruppo Banca Popolare di Bari continuerà nell’opera di risanamento e di rilancio di Banca Tercas, già avviata, che ha visto realizzare investimenti ed azioni strategiche mirate a riprendere l’ordinaria operatività e che hanno permesso il ritorno al ruolo di banca del territorio attraverso il sostegno ad imprese e famiglie” commentava nel dicembre 2015 l’istituto barese, che quindi deve oggi riferirsi a danni d’immagine o di altra natura non materiale.

In effetti stoppando il Fitd e rendendo necessaria la creazione in tutta fretta dello Schema Volontario, la Commissione Ue ha scaricato il peso dei salvataggi bancari sul sistema bancario stesso, in particolare sugli istituti sani di maggiori dimensioni. Probabilmente ha anche contribuito a esacerbare la crisi dei crediti deteriorati, peraltro già esplosa prima di tale intervento “a gamba tesa”. Il bilancio 2015 di Bpb, ad esempio, si chiuse in rosso di 297 milioni in seguito a una serie di rettifiche straordinarie tra cui in particolare 10 milioni di contributi allo Schema Volontario Fitd, 251 milioni di rettifiche su crediti (erano stati 104 milioni nel 2014) e una svalutazione non ripetibile prudenziale dell’avviamento di 271,5 milioni di euro.

Senza l’intervento Ue avrebbero potuto essere minori, anche di 430 milioni (ossia all’incremento di queste ter voci rispetto all’anno prima)? Bpb inoltre cartolarizzò, nell’agosto 2016, un portafoglio di 480 milioni di euro lordi di crediti deteriorati di Tercas e Caripe, rilevati dal fondo Lone Star ad un prezzo pari al 25% del valore nominale (un prezzo neppure dei peggiori se confrontato al 21% ottenuto da Mps per la sua maxi cartolarizzazione da 24,1 miliardi e al 13% ottenuto da Unicredit per la sua operazione da 17,7 miliardi). Senza la pressione determinata anche dall’atteggiamento della Commissione Ue in merito ai supposti aiuti di stato, quel prezzo avrebbe potuto essere maggiore e di quanto?

La determinazione del danno spetterà evidentemente agli avvocati di Banca Popolare di Bari in prima battuta e ai giudici europei in via definitiva, ma visto che finora la crisi del credito si stima sia costata tra i 60 e i 70 miliardi di euro, per meno di un terzo finito in capo allo stato, anche solo un “minor danno” del 10% vorrebbe dire miliardi di euro di oneri in meno, ovvero di patrimonio in più. Patrimonio che avrebbe consentito alle banche italiane di rispettare più facilmente le richieste della Bce in tema di solidità e posizione del capitale, forse anche limitando l’impatto occupazionale della crisi (anche se su questo fronte molto ha inciso anche l’innovazione tecnologica e l’emergere di nuovi competitor) e consentendo un più rapido recupero di quella redditività ancora oggi troppo modesta che resta il vero tallone d’Achille di molti istituti tricolori.

 

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