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Economia
Carige, tutti i nomi dei debitori nell'era post-Berneschi

di Luca Spoldi 
e Andrea Deugeni

Il vice premier Luigi Di Maio va all’attacco su Banca Carige, che tra giugno e dicembre del prossimo anno dovrà rimborsare 3 miliardi di finanziamenti ottenuti dalla Bce a tasso zero tramite le due Tltro (ma già a dicembre di quest’anno, stante le norme di Basilea 3, vedrà calare di 2,5 miliardi il coefficiente di stabilità finanziaria Net stable funding ratio), non a caso l’importo previsto dal governo per la garanzia statale su nuove emissioni di debito dell’istituto ligure. Il governo, ha annunciato Di Maio, “pubblicherà la lista di tutti i debitori” e “se troveremo i soliti noti, i soliti soggetti che hanno avuto favori dalle banche in questi anni non solo ve lo comunicheremo ma la faremo pagare a tutti quei banchieri che in questi anni hanno ridotto così quella banca”.

banca carige crolla
 

In verità Di Maio arriva tardi: i beneficiari della generosità degli ex vertici di Banca Carige, sostituiti da nuovi manager dopo l’ingresso nel capitale del gruppo Malacalza, sono noti da tempo, così come sono già arrivati al secondo grado di giudizio i processi contro gli stessi. Lo scorso anno, infatti, Giovanni Berneschi, ex presidente e “deus ex machina” dell’istituto, si è visto condannato in appello a 8 anni e 7 mesi di reclusione (5 mesi più che in primo grado) per la maxi truffa ai danni del ramo assicurativo Carige Vita Nuova. Con Berneschi, che ha anche subito la confisca di 21 milioni di euro, sono stati condannati Ferdinando Menconi, ex amministratore delegato del ramo assicurativo (8 anni e sei mesi e 23 milioni confiscati), il commercialista Andrea Vallebuona (6 anni e un mese), l’imprenditore Sandro Maria Calloni (9 anni e 7 mesi, 5 in più che in primo grado) e l’imprenditore Ernesto Cavallini (8 anni e sei mesi e 11 milioni confiscati).

piero montani
Piero Montani

Anche il nome di molti dei “grandi debitori” è ormai noto, a partire dal Gruppo Messina: la compagnia di navigazione un mese fa ha trovato un accordo grazie al quale il debito di 450 milioni nei confronti di Banca Carige sarà rimborsato nell’arco dei prossimi 13 anni, anche grazie all’ingresso nello stesso Gruppo Messina del Gruppo Msc (che fa capo agli Aponte di Sorrento). Un’altra compagnia in crisi verso la quale Carige era esposta era la triestina Premuda, il cui controllo nel 2017 è passato dalla famiglia Rosina a Pillarstone (che fa capo alla società d’investimento americana KKR) che ha poi proceduto a delistare il titolo dalla borsa di Milano e a rinegoziarne il debito a 3 anni e mezzo.

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Paolo Fiorentino con Vittorio Malacalza

Enrico Preziosi, proprietario del Genoa, ha invece saldato i residui 81 milioni di euro di debito con Carige lo scorso novembre, dopo che la scorsa estate Paolo Fiorentino pur di definire la questione entro il 31 dicembre 2018 aveva concesso uno “stralcio”, ossia uno sconto, di 15 milioni a Preziosi a cui la banca faceva credito almeno fin dal 2011, come riferito dall’ex consigliere di amministrazione di Carige, Stefano Lunardi (dimessosi proprio per “divergenze relative alla governance e alla gestione della banca”). Accordo di ristrutturazione raggiunto già nel settembre 2015 per la Genova High Tech (Ght), società costituita da 34 tra imprenditori e manager per dar vita al progetto Erzelli e controllata da Leonardo Technology. Il parco scientifico tecnologico che ha preso il nome dall’omonima collina (ceduta dall’ex presidente del Genoa, Aldo Spinelli) aveva con Banca Carige un’esposizione debitoria di 250 milioni di euro, da quel momento classificata come Npl.

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Enrico Preziosi

Un progetto “sfortunato” che però piacque molto a tutto il mondo politico ligure (su 500 milioni di euro di finanziamenti 130 milioni vennero da fondi pubblici) e che fece il paio con quello di Marina Genova Aeroporto, in questo caso facente capo alla società Prodit dell’imprenditore Giuseppe Rasero, un ex manager a capo della Sme negli anni Ottanta (ai tempi della presidenza Iri di Romano Prodi), i cui finanziamenti finirono tra i crediti dubbi come emerse dall’ispezione Bankitalia del 2013.

Tra i debitori illustri di Banca Carige figura anche la famiglia Orsero (tra i “capitali coraggiosi” chiamata nel 2008 dal premier Silvio Berlusconi al capezzale di Alitalia), cui fa capo l’omonima multinazionale della frutta che dopo il passaggio generazionale del 2006 ha diversificato nell’immobiliare collezionando un “flop” dopo l’altro, la banca ha concesso un fido di una novantina di milioni di euro, come pure il gruppo immobiliare Cozzi Parodi, che tra gli altri progetti ha costruito il porto di Ventimiglia e che nel 2016 ha azzerato il debito con 8 delle sue 9 banche creditrici, mantenendo però quello con Banca Carige in quanto ritenuto “sostenibile”.

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Da sinistra: Guido Bastianini, Giuseppe Tesauro e Vittorio Malacalza

Tra i grandi debitori di Banca Carige compare anche il costruttore albenganese, rinviato a giudizio lo scorso anno per bancarotta fraudolenta (ma dal 2012 latitante “dorato” ad Abu Dhabi), Andrea Nucera, cui la banca concesse, sempre in “era Berneschi” 70 milioni di euro di finanziamenti (di cui 57 milioni relativi a una lottizzazione a Ceriale, poi valutata dal consulente fallimentare di valore inferiore a 38 milioni), nonostante lo stesso avesse già ricevuto un’interdittiva antimafia dalla Prefettura di Savona. Insomma: shipping e immobiliare sono stati i due settori che hanno affossato in questi ultimi 10 anni almeno i conti di Banca Carige, andando a beneficiare un ristretto, ma non troppo, numero di imprenditori.

Chissà se dopo la caduta di Berneschi qualcuno di loro avrà continuato a fare affari con Genova, attendendo il rilancio che tarda a giungere per entrambi i settori? La risposta potrebbe giungere a breve, quando i commissari decideranno quali e quanti Npl cedere dei 4,8 miliardi lordi (2,3 miliardi netti) che ancora risultavano tra le pieghe del bilancio di Banca Carige a fine settembre scorso, dopo che gli ultimi tre Ceo (Piero Montani, Giudo Bastianini e Paolo Fiorentino) erano già riusciti a ridurle rispetto ai 6,5 miliardi lordi (3,9 miliardi netti) di fine 2014, alzando al contempo il grado di copertura dal 41,3% al 53,7%.

 

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