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Economia
Cdp: Palermo parte da 35,9 mld di partecipazioni e 100 milioni di plusvalenze

Il nuovo piano industriale di Cdp targato Massimo Tononi (presidente) e Fabrizio Palermo (amministratore delegato) ridisegnerà il ruolo e il portafoglio di investimenti di quella che il governo Lega-M5S vorrebbe trasformare in una “nuova Iri”, in grado di assicurare lo sviluppo di infrastrutture giudicate strategiche come la banda ultralarga, ma anche gli acquedotti.

Per intanto però Cassa depositi e prestiti, gestore del risparmio postale italiano, può già contare su un attivo di 419,5 miliardi di euro triplo rispetto a quello che fu dell’Iri e un patrimonio netto consolidato di 35,9 miliardi, con partecipazioni tra le più diverse sia dirette sia indirette, queste ultime tramite Cdp Equity (di cui Cdp controlla il 97,1% e che ha impegnato finora 3,7 miliardi di euro per acquisire partecipazioni in 11 società) sia tramite quote di fondi di private equity e venture capital come il Fondo Italiano d’Investimento (partecipato al 43%), QuattroR (40%), Fondo Italiano per le Infrastrutture (14,01%) o Fondo Fsi (39%), oltre che tramite Simest (controllata al 76% tramite Sace, a sua volta controllata al 100%).

Quali sono i nomi che Palermo si è trovato in portafoglio? Ovviamente le partecipazioni strategiche come quelle di Fintecna (100%), Fincantieri (71,64%), Poste Italiane (35% costato 2,93 miliardi, vale oggi 3,29 miliardi), Snam (30,1% pagato 3,517 miliardi, ne vale 3,922), Terna (29,85%), Italgas (26,04%) ed Eni (25,76%), cui vanno aggiunte quelle in Bonifiche Ferraresi (19,98%), Saipem (12,55%, costato 903 milioni nel 2015, ora vale circa 585 milioni), Elite (15%), Telecom Italia (4,78%, pagato circa 765 milioni, ora ne vale circa 490) e Trevi (16,86%, pagato 101 milioni nel 2014, vale poco più di 8 milioni in attesa di un aumento di capitale).

Oltre a questi, Palermo dovrà decidere come valorizzare al meglio gli investimenti in Open Fiber (50%), Ansaldo Energia (59,94%) ma anche Inalca (28,4%), Kedrion (25,1%), Rocco Forte Hotels (23%), TH Resort (45,9%), Sia (49,5%) e Valvitalia (49,5%). Senza scordare che, tramite Simest, Cdp è già ora tra i soci di altre 29 imprese italiane, alcune delle quali in affanno, tra cui Pasta Zara (11,76%), Bricofer (circa il 12%), Gruppo Psc (10,71%), Industrialesud (18,75%), Marnavi (45%), Rustichella d’Abruzzo (26,4%), OmitechIT (49%), Oma (30%), Imr Automotive (18,75%), Bucci di Faenza (13%), Terra Moretti (14%) e Paolomar (13%).

Solo le partecipazioni italiane di Simest, considerate anche le quote di minoranza in Paypermoon, Green Network, Pietro Coricelli, Proger, Promar e Solo Components, sono costate 159,5 milioni di euro, ma in alcuni casi potrebbero finire coll’azzerarsi: è il rischio che corre ad esempio l’investimento nella trevigiana Pasta Zara, in concordato preventivo, che ha tempo sino all’8 ottobre per trovare un accordo coi sindacati da presentare poi ai creditori per scongiurare il rischio di un fallimento.

Un portafoglio decisamente ricco, cui potrebbero aggiungersi ulteriori partecipazioni sia in grandi imprese come Atlantia (l’ipotesi di un ingresso di Cdp nel capitale della holding infrastrutturale del gruppo Benetton potrebbe smorzare le polemiche createsi dopo la tragedia del viadotto Morandi) sia in decine o centinaia di startup e le piccole e medie imprese innovative, specie al Sud Italia. In questo modo Cdp finirebbe con l’adottare un approccio meno finanziario e più industriale il che non è detto sia un male, dato che soprattutto le operazioni più recenti della “vecchia” Cdp non hanno prodotto un gran risultato, anzi.

Infatti se le partecipazioni in Poste Italiane e Snam sono state in grado di generare plusvalenze latenti che valgono oggi quasi 800 milioni, già solo quelle in Saipem, Trevi e Telecom Italia registrano ad oggi una minusvalenza potenziale complessiva di quasi 700 milioni. Avere forse 100 milioni di plusvalenza potenziale su un patrimonio netto di quasi 36 miliardi significa non essere riusciti a remunerare gli investimenti neppure lo 0,5% in conto capitale, il tutto a fronte dei rischi corsi e che ancora si corrono avendo investito anche in aziende che, pur sane al momento dell’investimento, sono poi incappate in situazioni di tensione finanziaria come Pasta Zara. Una lezione che dovrebbe indurre alla prudenza i nuovi vertici di Cdp per garantire risultati migliori in futuro ai contribuenti italiani, nel loro complesso i veri azionisti di riferimento della Cassa.

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