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Economia
Cdp vuole il polo dei pagamenti. Nozze Sia-Nexi a servizio delle Pmi

Cassa depositi e prestiti è sempre più calata nella parte di “banca di sistema”, ruolo che negli scorsi decenni era stato ricoperto (e in parte è ancora) da Mediobanca prima e Intesa Sanpaolo poi ma che col ritorno dello “stato padrone” era naturale attendersi venisse reclamato da un soggetto pubblico. Fabrizio Palermo, dal luglio scorso amministratore delegato di Cdp, non intende certo gettarsi a capofitto in qualsiasi salvataggio: dovranno essere operazioni “di sistema”, sia che di tratti di reti sia di partecipazioni industriali.

Così si spiega il ruolo sempre più importante che Cdp sta assumendo in Telecom Italia (dove è socia al 5% ma ha annunciato di voler salire ulteriormente, con gli operatori che scommettono che l’obiettivo sia arrivare attorno al 10%), nell’ottica di favorire la nascita di un gestore integrato rame-fibra-5G con Open Fiber (di cui Cdp è socia al 50%). Ma anche la disponibilità manifestata dal Cfo della cassa, Massimo Ferrari, all’ingresso nella veste di coinvestitore istituzionale nel polo delle costruzioni che Salini Impregilo si è detta pronta a creare intervenendo in Astaldi.

Polo che un domani potrebbe anche allargarsi a Trevi, altro costruttore che vede Cdp nel ruolo di primo socio col 29,85% del capitale. Sul fronte industriale sembra al momento molto modesto per non dire nullo l’interesse ad un eventuale “risiko” nel settore delle torri di trasmissioni (Cdp tramite F2i controlla il 97,4% di Ei Towers) o nell’ennesimo remake del salvataggio di Alitalia, come pure in un eventuale matrimonio Fincantieri-Leonardo (per Palermo “la scelta va fatta soprattutto dalle aziende”, perché “i matrimoni devono essere frutto di libere scelte e non di costrizioni”).

Più probabile invece che Cdp possa avere un ruolo nell’eventuale consolidamento del settore dei sistemi di pagamento, uno dei più “caldi” del fintech, in cui la Cassa è presente controllando Sia (il 49,48% da capo a Cdp Equity, il 17,05% al fondo F2i), tra i cui azionisti sono presenti con un 21,5% anche banche come Banco Bpm, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banca Mediolanum, società che secondo molti potrebbe integrarsi alla perfezione con Nexi (nata dalla fusione tra Icbpi CartaSi).

Quest’ultima, controllata al 93,2% da Mercury (holding che raggruppa i fondi di private equity Advent, Bain e Clessidra), vede come soci di minoranza Banco Bpm (2,5%), Creval (2%), Bper (1,5%), Ubi Banco (1%), Banco Popolare di Cividale (0,7%) e Banca Sella (0,2%), già apparsi negli ultimi mesi disponibili a fare un passo indietro e probabilmente destinati a uscire con l’Ipo che dovrebbe portare Nexi sul mercato entro aprile. Ipo che dovrebbe valorizzare il 100% di Nexi tra 7 e 7,5 miliardi a fronte di circa 2,7 miliardi di pagamenti processati ogni anno, con circa 856 milioni di fatturato e 79 milioni di utile a fine 2017, a fronte di 3,3 miliardi di operazioni processate, un fatturato di oltre 567 milioni e un utile di 80 milioni (sempre a fine 2017) di Sia.

Numeri molto simili, dunque, che potrebbero consentire un matrimonio “alla pari” dopo la quotazione di Nexi e dare la possibilità ai suoi azionisti vecchi e nuovi di veder crescere il valore dei loro titoli. Numeri soprattutto che inizierebbero ad assumere una rilevanza non solo a livello nazionale ma anche a livello europeo, un mercato dove a fine 2016 si registravano già 108,5 miliardi di transazioni non in contanti secondo un’analisi sul settore di Cap Gemini (che prevedeva che si sarebbero superati i 132 miliardi di transazioni a fine 2019, per poi salire ulteriormente oltre il 151 miliardi di operazioni a fine 2021), dando una connotazione “di sistema” all’eventuale integrazione.

A quel punto, poi, la presenza di banche tra gli azionisti di minoranza sia di Nexi sia di Sia garantirebbe probabilmente l’erogazione da parte delle stesse di servizi di pagamento “su misura” delle esigenze delle Pmi italiane (e non), al cui sviluppo Palermo ha più volte fatto capire di essere molto interessato. Ce n’è abbastanza per pensare che potrebbe trattarsi di un’operazione “win win”, almeno sulla carta.

Luca Spoldi

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