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Economia
Confimprese: contro l’online, la risposta è un’allenza fra retail e finanza

Si è tenuto questa mattina a Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, un incontro promosso da Confimprese dal titolo “Finanza  & retail. Nuovi canali e nuovi strumenti per l’attrazione di finanziamenti e investimenti”.

C’è un rapporto sinergico tra finanza e retail, con il primo che fornisce le risorse necessarie per stimolare la crescita delle reti commerciali: una priorità in questo ciclo economico in cui il mondo del retail cerca di rintuzzare l’offensiva dell’e-commerce.

Per stare al passo con le vendite online cresciute quest’anno del 16% sul 2017 con un fatturato di 27,4 miliardi di euro, di cui 3,9 spesi dai consumatori stranieri che acquistano il made in Italy sui portali Internet, è necessario domandarsi quali sono i fattori di aumento della competitività da parte dei player tradizionali del retail. Nuovi competitor non sono soltanto le grandi firme dell’e-commerce, ma anche le piattaforme di delivery che stanno lanciando al mondo della ristorazione una sfida importante. Il delivery ha infatti una penetrazione del 7%, stimata al 30% nel prossimo biennio, con una quota di mercato del 3.3% sul totale ristorazione. Ciò nonostante al consumatore continua a piacere il negozio fisico: le ultime rilevazioni Confimprese segnalano nel fashion il 49% degli acquirenti ancora attratto dall’esperienza fisica in negozio contro il 37% di chi acquista online.

“Molti analisti e investitori”, ha commentato Mario Resca, Presidente Confimprese, in apertura di giornata, “considerano i big dell’online dei formidabili realizzatori di utili e fatturati destinati a soppiantare i canali di vendita tradizionali, tanto da pensare all’online e al delivery come un iceberg contro cui il retail rischia di urtare pericolosamente. Per evitare l’impatto è necessario adottare nuovi modelli organizzativi e risorse”.

La strada da percorrere, oltre all’innovazione, passa anche dalla finanza, da intendersi sia come l’ingresso nel capitale aziendale di fondi di private equity sia come quotazione in Borsa. Quest’ultima nel retail è ancora agli albori. Le imprese presenti sul listino al momento sono ancora poche – Unieuro, Autogrill, Eprice, Amplifon, Geox, Stefanel, Bialetti, Oviesse – ma testimoniano che anche in questo settore qualcosa si sta muovendo e che la quotazione può essere un passo decisivo per rastrellare capitali da investire in innovazione e per contrastare l’avanzata dell’online.

“Tra i maggiori e più evidenti benefici dello sbarco in Borsa”, ha dichiarato Resca di Confimprese ad Affaritaliani, “vi è la possibilità di raccogliere risorse fresche emettendo nuove azioni. Uno strumento, quello dell’aumento di capitale riservato al mercato, che ben figura tra le modalità di finanziamento alternative al classico canale bancario. Spesso le aziende che si quotano non emettono nuove azioni e finanziano la crescita grazie alla capacità di generare cassa, ma lo status di quotate fornisce la credibilità per poter accedere in ogni momento al mercato. La finanza è dunque un importante acceleratore di crescita a fronte di avvenimenti che remano in senso contrario, come l’ipotesi di abrogare il Decreto sulle aperture domenicali paventato dall’attuale Governo. Come Confimprese, in rappresentanza di oltre 600mila dipendenti, 31mila punti vendita e 300 catene di retail diciamo no a questa proposta perché è una misura recessiva in un momento in cui l’Italia ha bisogno di sviluppo”.

A seguire, Raffaele Jerusalmi, Amministratore Delegato di Borsa Italiana, ha parlato della volatilità dei mercati augurandosi, per il mondo retail, che le incertezze politiche ed economiche mondiali si dipanino, a partire dalla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti.

Nuovo contesto distributivo e cliente ibrido

I dati di una ricerca Bain&Company hanno poi chiarito le modalità con le quali è cambiato il contesto distributivo e le abitudini del cliente. Oggi esiste un nuovo paradigma di acquisto: prima il cliente era abituato a fare dei compromessi, oggi invece vuole tutto; da analogico è passato a essere digitale, scegliendo diversamente i canali di contatto ma chiedendo soprattutto una diversa esperienza di acquisto. In questo modo le imprese del retail hanno iniziato a sviluppare formati di prossimità e a investire in omnicanalità. In questo contesto di cambiamento, la ricerca ha evidenziato che il Decreto sulle aperture domenicali ha avuto un impatto positivo (tra il 2 e il 3% in più del volume di acquisto), aiutando il retail italiano a uscire dalla crisi. Qualora il Decreto venisse abrogato, la ricerca stima che ci sarebbero impatti molto negativi sul settore quali una contrazione del fatturato di 19 miliardi, di cui il 5% nell’alimentare e il 10% nel non alimentare. A beneficiarne sarebbe l’e-commerce che si accaparrerebbe parte degli acquisti programmati e parte di quelli a impulso tipici della domenica. Sul fronte occupazionale vi sarebbero ricadute severe con quasi 70mila esuberi per le sole catene. La previsione insomma è tutt’altro che rosea.

Finanza e retail: un’alleanza auspicabile

A detta di Enrico Sassoon, Direttore Responsabile Harvard Business Review Italia, che ha moderato la giornata e che Affaritaliani ha intervistato: “Il mondo del retail sta attraversando un momento difficile per l’emergere delle piattaforme di tecnologia digitale. Oltre a questo c’è anche la concorrenza di realtà molto dinamiche, come le startup. Per riuscire a compiere il passaggio da fisico a digitale le società della GdO devono investire, mettendo paletti alla propria strategia verso la coniugazione fisico-virtuale. In questo passaggio le forme di finanziamento alternative sono fondamentali quindi serve a tutti i costi un’alleanza tra finanza e retail”.

Tra i fattori principali responsabili del calo del retail a fronte di un aumento dei consumi, vi sono sicuramente l’emergere dei discount e dell’e-commerce, questo non solo in Italia ma in tutto il mondo. A dichiararlo in apertura di tavola rotonda è Luigi Consiglio, Presidente di Gea, che ad Affaritaliani ha dichiarato: “Tutto il retail tradizionale è nelle condizioni di dover cambiare il business model e il management alla velocità della luce. La finanza può aiutarli a compiere questo turn-around in modo più veloce, come è stato per Walmart, il cui modello è risultato vincente”.

Paolo Orrigoni, Amministratore Delegato di Tigros, ha confermato le parole di chi lo ha preceduto ma si è detto più ottimista: “Non abbiamo una necessità impellente di cambiamento. Certamente c’è bisogno di evolvere, di capire che la competizione non è sul prezzo, ma sull’efficienza organizzativa e sulla cura del rapporto con il cliente, attraverso vicinanza fisica e uso dei big data per conoscerlo sempre meglio e inseguirlo lungo i diversi canali”.

Al suo turno Franco Manna, Presidente e Direttore Generale Sebeto (Rossopomodoro), ha aggiunto: “Cinque anni fa ho sentito parlare per la prima volta di Deliveroo che all’epoca iniziava a prendere piede a Londra. Oggi il delivery fa l’8% del settore ristorazione e nel 2025 si prevede che farà il 15%”. “Non è soltanto questione di numeri”, ha continuato Manna parlando con Affaritaliani, “il delivery sta cambiando le abitudini del cliente e incide sui costi che devono aumentare per tenere conto del 20-25% da dare alle società di delivery. Prezzi più alti non significano però aumento di fatturato del punto vendita, ma spostamento dello stesso verso le aziende che fanno delivery. Di fronte a questi stravolgimenti, bisogna prepararsi preservando il servizio all’interno dei ristoranti, dando ai clienti fisici priorità sul delivery, instaurando con loro una relazione sempre più stretta. Non ci dobbiamo dimenticare che i clienti che si spostano e acquistano da noi tramite le piattaforme di delivery sono loro clienti, non nostri. Rinsaldare la relazione col cliente diventa dunque di primaria importanza. Una soluzione potrebbe essere la strada intrapresa da Walmart che ha iniziato a gestire in proprio la distribuzione; in Italia tuttavia si tratta di una cosa molto complessa da fare e non del tutto legale. In futuro, inoltre, le piattaforme di delivery fungeranno sempre più da hub per produrre direttamente il cibo. Quindi la sfida sarà ancora più importante”.

Per Marco Preti, Amministratore Delegato di Cribis, “la vera competizione con i discount e le piattaforme di delivery si gioca sulla qualità, non solo del prodotto ma anche dell’intera filiera. Nel 2010 si è aperta una crisi epocale perché le imprese non avevano più accesso al credito. Oggi la finanza è fondamentale per curare tutto l’ecosistema (fornitori ingaggiati e di qualità). Per questo esistono strumenti di finanza alternativa convenienti che prevedono tempi brevi e semplicità di richiesta, i quali permettono alle imprese di avere accesso ai capitali e lavorare per ottenere più qualità”.

A confermarlo è anche Ugo Loser, Amministratore Delegato di ARCA Fondi Sgr, che ad Affaritaliani ha commentato: “Gli strumenti sono molteplici e si stanno moltiplicando. C’è stato un flusso importante di risorse nel canale dell’asset managament grazie ai Pir e ad altre forme di finanziamento. La chiave rimane la sostenibilità del business retail in un mondo in forte trasformazione”.

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