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Economia
Da rottamatore a inconsistente, Draghi smaschera Renzi

Il Re è nudo. Dopo lo striminzito +0,7% di crescita del Pil dello scorso anno con un debito pubblico che ha segnato un nuovo record assoluto, il presidente della Bce Mario Draghi toglie ogni alibi a Matteo Renzi. Nella consueta audizione trimestrale al Parlamento europeo, il numero uno dell'Eurotower ha spiegato che "circa metà della ripresa degli ultimi due anni può essere attribuita alle scelte della Bce: anzi, negli ultimi quattro anni la nostra è stata l'unica politica di stimolo" nell'Eurozona. Se facciamo due calcoli per l'Italia, dando per buono quello che ha detto Draghi, poco più di un +0,3% di crescita del Pil quindi è stato indotto da altri fattori extra-Bce.

Merito, finalmente, dell'azione del governo, si ipotizzerà visto che l'esecutivo Renzi ha ormai tagliato il nastro dei due anni di vita. Non è proprio così però, perché stando a quanto ha fatto sapere venerdì il rinomato ufficio studi di Intesa-Sanpaolo, la prima banca italiana per capitalizzazione di Borsa, il recupero del Pil del 2015 è stato innescato da una ripresa guidata dalla domanda interna (più che dall'export, ndr)", all'interno della quale hanno giocato un ruolo fondamentale "i consumi" (e meno "gli investimenti"). Facciamo ancora un passo avanti: qual è stata la molla per i consumi? Nel loro report, gli enonomisti di Intesa lo scrivono in maniera chiara: "Degli shock esogeni il più efficace sembra ancora essere quello sul prezzo dell'energia, che ha innescato già nel 2015 un visibile recupero di potere d'acquisto per le famiglie (dopo 7 anni consecutivi di contrazione)".

Insomma, i driver principali della ripresa italiana sono stati la politica monetaria espansiva della Bce e la guerra dell'Arabia Saudita allo shale oil americano che non ha sanato la situazione di eccesso di offerta sul mercato petrolifero, calmierando ancora il prezzo del petrolio e, in ultima battuta, la bolletta energetica delle famiglie italiane. A questo punto, pare che il contributo dato alla ripartenza dell'economia nazionale dal governo della rottamazione sia marginale.

C'è da aspettarsi uno scatto d'orgoglio per il futuro? Le prospettive non sono rosee, perché nel delinare agli Stati di Eurolandia la road map per rafforzare la ripresa economica, su cui pesa minacciosa il vistoso rallentamento dei Paesi emergenti che ne penalizza la capacità di importare, Draghi, di cui oggi il Financial Times ha messo in dubbio l'efficacia nell'intervenire sulla deflazione, ha spiegato chiaramente che ora è arrivato il momento per i governi nazionali di fare la propria parte. Gli stimoli monetari della Bce da soli non bastano per stabilizzare la ripresa economica, ha detto infatti il numero uno dell'Eurotower e "diventa sempre più chiaro che le politiche di bilancio dovrebbero sostenere la ripresa".

Già ma come? "Tramite investimenti pubblici e una tassazione più bassa", ha spiegato Draghi. Se nell'azionare la seconda leva Renzi ha deciso, contrariamente a quanto predica l'Europa, di puntare tutto sulle tasse sulla casa (non sarebbe meglio avere una busta paga mensile più pesante?), la ricetta indicata dal presidente della Bce, però, rischia di essere per noi non sottoscrivibile perché nella legge di Stabilità, ancora sub judice di Bruxelles, di investimenti pubblici non ce n'è traccia e, stando all'andamento dei saldi di finanza pubblica (a meno di qualche vero miracolo della spending review), saranno assenti anche nella prossima manovra.

Pare che nelle ultime settimane nelle stanze dei bottoni dei poteri forti, dopo due anni di governo renziano si inizino a tirare i primi bilanci dell'esperienza rottamatrice e si sottolinea come l'impatto dirompente non ci sia assolutamente stato. E meno male che avevamo mandato a casa Letta, accusato di non avere i numeri per mettere in moto una svolta veloce nella congiuntura. E dire che ora, oltre alla procedura d'infrazione europea, rischiamo pure, si vocifera, il downgrade delle agenzie di rating.

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