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Economia
Dazi: dopo la Cina Trump mette l’Ue nel mirino, trema anche l’export italiano

Di Luca Spoldi

Che l’Italia sia un paese che importa materie prime e semilavorati ed esporti prodotti finiti è cosa nota, che le nostre esportazioni (oltre 463 miliardi di euro lo scorso anno) restino ben al di sopra delle nostre importazioni (tanto che il 2018 si è chiuso con un surplus  commerciale di 38,9 miliardi) è altrettanto vero, anche se già lo scorso anno, dopo l’introduzione dei dazi su acciaio e alluminio da parte del presidente americano Donald Trump contro la Cina e la minaccia di un rialzo delle tariffe doganali nei confronti di tutta una serie di beni importati dall’Europa (a partire dalle auto tedesche), qualcosa è cambiato.

In dicembre, in particolare, le importazioni si sono ridotte del 2,7% su base annua, mentre le importazioni sono aumentate nello stesso mese dell’1,4%, complice una marcata frenata dell’export extra Ue (-5,1%) e un incremento dell’import sempre extra Ue (+8,1%). Andamento che è poi stato seguito da ulteriori frenate in gennaio e febbraio 2019, anche se finora proprio l’andamento delle esportazioni verso gli Usa e più limitatamente verso la Germania ha consentito di limitare i danni.

Mentre sembra ormai prossima un’intesa con la Cina, Trump pare intenzionato ad aumentare la pressione nei confronti della Ue e della Germania perché riequilibrino a loro volta i flussi commerciali a vantaggio degli Stati Uniti. In questo senso i “tweet” di Trump contro gli “aiuti ad Airbus”, diretto concorrente del gruppo Boeing (da parte sua sotto pressione per la vicenda degli incidenti ai B737 Max) sembrano essere un segnale preciso della volontà del presidente americano di replicare la strategia già utilizzata verso Pechino.

Se i nuovi dazi Usa potrebbero costare alla Ue una decina di miliardi di minori esportazioni, quali sono i gruppi italiani maggiormente esposti al rischio-dazi? L’Italia sia verso gli Usa sia verso la Germania esporta principalmente macchinari e strumentazioni meccaniche, automobili e mezzi di trasporto, prodotti chimico-farmaceutici (Recordati realizza oltre un miliardo, su 1,35 miliardi di fatturato complessivo, all’estero), del settore gomma-plastica (come nel caso, ad esempio, di Guala Closures) e produzioni alimentari ed enogastronomiche, oltre che prodotti di moda-lusso (questi ultimi soprattutto negli Usa) e armi (a partire dal gruppo Beretta).

Tra i singoli gruppi, Leonardo è in una situazione particolare: è partner produttivo sia di Airbus sia di Boeing, ma con gli americani gli affari sono più sviluppati che col consorzio franco-tedesco e Boeing si è rivelato un partner strategico per vincere alcune commesse militari negli Usa (come quella da 2,4 miliardi dello scorso settembre per fornire elicotteri MH 139 all’Us Army). Leonardo poi, come anche Fiat Chrysler Automobiles, ma anche Prysmian (dopo l’integrazione di General Cable) negli Usa possiede impianti produttivi e dunque potrebbe evitare i dazi all’import.

Decisamente meno comoda la situazione di chi, come Lamborghini, è entrata negli anni a far parte di un gruppo tedesco (Volkswagen, dal 1998) mantenendo peraltro in Italia la produzione e la catena di fornitori (dalle gomme Pirelli alla verniciatura presso la Carrozzeria Imperiale di Mirandola). Nel mezzo vi sono quei gruppi come Brembo o Magneti Marelli (ceduta da Fca ai giapponesi di Calsonic Kansei per 6,2 miliardi) che hanno i principali produttori auto tedeschi tra i loro migliori clienti.

Rischiano anche i grandi e piccoli nomi del lusso-abbigliamento: non solo marchi come Armani, Gucci, Loro Piana, Prada, Moncler o Salvatore Ferragamo sono da anni apprezzati negli Usa come in Germania, anche la calzatura italiana sta sempre più conquistando spazio, soprattutto nel vecchio continente. In Germania, in particolare, vengono vendute ogni anno 34 milioni di paia di calzature italiane tanto che la Germania rappresenta il secondo maggior mercato per volumi (subito dopo la Francia), il terzo per valore.

Pur essendo ritenuto un settore anticiclico, soprattutto nel caso dell’alto di gamma, l’introduzione di dazi in America o un rallentamento dei consumi in Germania, magari a causa di una crisi del settore auto già alle prese con un delicato processo di riorganizzazione della produzione dopo la stigma caduta sulle motorizzazioni diesel ed in attesa che l’auto elettrica riesca a rappresentare una percentuale significativa di ricavi e utili, non farebbero certamente bene ai marchi italiani più venduti.

E poi ancora: rischiano i grandi produttori di vini come Lunelli (cui fanno capo Ferrari, il Prosecco Bisiol, acqua Surgiva, Tenute Lunelli e Segnana) che pur vedendo salire a 101 milioni di euro il proprio fatturato ha già accusato una frenata in Inghilterra a causa delle incertezze legate alla Brexit e che proprio negli Usa, in Germania, nell’Inghilterra e nel Giappone registra le sue maggiori esportazioni.

Ma rischiano anche i produttori di alimentari che non dispongano di siti produttivi negli States, a differenza di Barilla, che ormai è arrivata a una quota di mercato del 33% negli Usa, mercato per il quale sta sviluppando nuove linee di pasta a base di ceci e lenticchie rosse e dove possiede impianti produttivi fin dagli anni Novanta.

Insomma: il quadro che emerge di fronte al rischio di un incremento dei dazi Usa e di una frenata del mercato tedesco è preoccupante, ma anche variegato. In un mondo dove le regole della competizione “equa” e globale sono sempre più sotto attacco, l’unica strategia sembrerebbe per chi può aprire direttamente impianti produttivi all’estero, tagliando la produzione in Italia.

Un contraccolpo di cui spesso i sostenitori delle politiche populiste/mercantiliste non sembrano rendersi conto persino in paesi come l’Italia, che proprio sulle sue esportazioni ha costruito buona parte del proprio “miracolo economico” e della sua capacità di resistere, nonostante tutto, alle crisi economiche di questi ultimi decenni.

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