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Economia
De Felice (Protom): le sfide delle imprese italiane nell'era di Industria 4.0

Quali le sfide delle imprese mondiali nell’era dell’industria 4.0?  Di questi temi si dibatterà domani in Argentina a Buenos Aires al B20, il business forum del  G20 nel corso del quale i rappresentanti delle imprese presenteranno quelle che sono le proposte ai governi.

Tra i rappresentanti italiani l’imprenditore Fabio De Felice (nella foto), docente universitario di ingegneria degli impianti industriali e fondatore e presidente di Protom, azienda leader nel mondo della consulenza per l’industria 4.0, che ha il suo quartier generale a Napoli e Milano, che quest’estate ha acquisito Ambra Solutions in Brasile. Protom è anche una piccola e media impresa di eccellenza a cui quest’anno Confindustria ha assegnato il “Premio Imprese per Innovazione”.

 

Nata nel 1995, un anno fa Protom ha avviato il suo percorso all’interno di Elite, il programma di Borsa Italiana e Confindustria per le imprese ad alto potenziale, per supportare il suo percorso di crescita legato a innovazione e internazionalizzazione. Con cuore operativo in Italia a Milano e Napoli, uffici in Francia e Brasile, è un’azienda di consulting e system integration che punta ad essere per i propri clienti un “change manager” in grado di fornire prodotti e servizi che possano supportarli nella progettazione e nella realizzazione di cambiamenti strategici.

 

Digital Skill, potenziamento delle infrastrutture per implementare la Global Connectivity e capacità di utilizzare le tecnologie per ridisegnare i processi produttivi in chiave Industry 4.0: questi sono i pilastri della Rivoluzione Digitale che, oggi, non è più parte di uno scenario futuribile, ma un presente concreto. “Come rappresentante di un’azienda italiana ad alta vocazione tecnologica ed innovativa, sento particolarmente vicino a me le criticità legate all’esistenza di un persistente gap in termini di competenze digitali, che per l’European Commission prima e per il B20 poi è diventata un focus primario. È proprio da un sondaggio della Commissione Europea, infatti, che è emerso un dato allarmante: ad oggi il 44% della popolazione europea non possiede le skill di base. In Italia -afferma ad Affaritaliani De Felice, in partenza per l’Argentina-  questo gap strutturale si aggrava a causa di un atavico problema legato alle sostanziali difficoltà riscontrate nell’ambito del trasferimento tecnologico, che rendono particolarmente complesso e farraginoso il processo di trasferimento delle tecnologie avanzate dai produttori di conoscenza (quali università ed enti di ricerca, di natura prevalentemente pubblica) agli utilizzatori (le imprese). È necessario, dunque, da un lato operare sui giovani, nuove leve del mercato del lavoro, per le quali l’acquisizione di competenze digitali dovrà diventare parte del percorso di formazione scolastica, sin dalle elementari. Dall’altro lato ci si dovrà concentrare sull’aggiornamento di skill e competenze per coloro i quali sono già nel mondo del lavoro. È questa una tematica di vitale importanza, dirimente rispetto alla possibilità di ridurre ineguaglianze sociali e disoccupazione”. Secondo l’imprenditore napoletano, vanno implementati sistemi di Stm, ossia di Strategic Technology Management in grado di favorire la connessione tra i produttori della conoscenza e le imprese, realtà che stentano a comunicare tra loro. “È inoltre auspicabile che le imprese, ed in particolare le pmi, assumano una sempre maggiore consapevolezza della necessità di investire in innovazione e digitalizzazione, non esclusivamente dal punto di vista infrastrutturale ma puntando soprattutto sulla formazione delle competenze delle proprie risorse. Soprattutto per realtà in cui è difficile competere sul basso costo di materie prime e manodopera, come sono le pmi italiane, puntare sulla valorizzazione di competenze capaci di favorire l’innovazione di processi e prodotti è vitale”.

Insomma è indubbio che, secondo quanto afferma De Felice, si debba intervenire su quelle infrastrutture che rendano possibile la rivoluzione digitale (proprio il B20 ha rilevato come attualmente il 95% della popolazione mondiale si coperta almeno da una rete 2G, e solo il 69% abbia accesso a tecnologie superiori al 3G), ma prima ancora si devono formare competenze che possano trasformare la tecnologia in valore per l’economia e per la società nel suo complesso.

“La rivoluzione digitale, lungi da quanto i più pessimisti possono immaginare, non sostituirà il lavoro delle macchine a quello umano tout court. Ma indubbiamente -aggiunge- segna la fine del mercato del lavoro per come lo conosciamo oggi: alcuni mestieri scompariranno, altri nasceranno, altri ancora cambieranno le proprie vesti. La sfida è formare risorse con una maggiore maturità tecnologica”.

 

 

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