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Debito pubblico, chi rischia di più con la sua cancellazione

Cancellare il debito pubblico? La bozza, non smentita, di accordo di governo tra Lega e M5S che prevedeva tra le altre la richiesta alla Banca centrale europea (Bce) di cancellare 250 miliardi di euro di titoli di stato italiani in suo possesso, tecnicamente un “haircut” non dissimile a quello ottenuto nel 2012 dalla Grecia, innervosisce ulteriormente i mercati e i bond vigilantes, come il responsabile dei rating sovrani di Moody’s, Dietmar Hornung, che ha subito fatto sapere di guardare con attenzione agli sviluppi politici in atto in Italia per valutare il merito sul credito.

Oltre al Tesoro, che vede lo spread tra Btp e Bund a 10 anni tornare a sfiorare l’1,37% proprio mentre è impegnato a chiudere, in giornata, la prima parte della nuova emissione del Btp Italia  destinata ai risparmiatori retail (le ultime notizie parlano di ordini già raccolti per oltre 3,7 miliardi di euro) e che domani dovrà offrire l’emissione agli investitori istituzionali, a soffrire sono i titoli del comparto bancario e finanziario, sia per l’esposizione ai titoli di stato italiani sia per alcune motivazioni specifiche.

Banca Carige, ad esempio, deve incrociare le dita e sperare che la volatilità non porti ad un nuovo slittamento dell’emissione da 300-350 milioni di euro del bond subordinato che avrebbe già dovuto esssere lanciata lo scorso trimestre e venne invece rinviata in attesa di tempi migliori. Ubi Banca, da parte sua, può reciminare per il fatto che Moody’s pur confermando il merito di credito a lungo termine e il relativo outlook, ha portato da “stabile” a “negativo” l’outlook sul debito senior a lungo termine, in particolare in previsione di una riduzione delle passività “senior bail-in-able” nell’arco dei prossimi 12-18 mesi a seguito del processo di sostituzione di questo genere di obbligazioni collocate presso gli investitori reteil con un funding istituzionale.

Ma come sono ripartiti quei 1.919 miliardi di euro del debito pubblico italiano rappresentati da titoli di stato e prestiti della Repubblica (a fronte di un debito pubblico complessivo pari a 2.302 miliardi a fine marzo), di fortunatamente solo 190 miliardi circa scadono nei prossimi mesi? Dati ufficiali aggiornati non esistono, l’ultima “fotografia” ferma a fine giugno 2017 parla di oltre il 62% dei titoli di stato italiani in mano a banche e assicurazioni, cui si deve sommare un altro 5% abbondante in mano alle famiglie italiane, mentre il 32% circa era posseduto da istituzioni finanziarie estere, ossia ben 20 punti in meno della percentuale detenuta prima della crisi del debito sovrano, nel 2010 (il 52%).

Le banche italiane, peraltro, dopo aver ceduto quasi 40 miliardi di euro di titoli di stato nazionali nel corso dell’ultimo trimestre 2017 dovrebbero detenere meno di 340 miliardi (se le vendite fossero proseguite allo stesso ritmo anche da inizio anno potrebbero però essere scese ulteriormente, sui 300-310 miliardi). La Bce dovrebbe essere stata sostanzialmente l’acquirente “unico” di tali titoli e aver portato ben oltre i 250 miliardi di cui si parla il suo “tesoretto”, che alcuni stimano poter già essere attorno ai 300 miliardi o più e poter salire entro la fine del quantitative easing anche sui 340-350 miliardi.

Se la matematica non è un’opinione, tolti i 340 miliardi ancora in mano alle banche a inizio anno, ad assicurazioni, fondi comuni e fondi pensioni italiani dovrebbero essere rimasti la bellezza di 850 miliardi di euro di bond tricolori. Secondo Banca d’Italia, di questi circa 233 miliardi era nei portafogli di fondi comuni e gestioni patrimoniali italiane. Ricapitolando: se la politica dovesse creare ulteriore tensione sui mercati finanziari attorno al tema della volontà e capacità del Tesoro italiano di rimborsare i propri titoli di debito, a soffrire sarebbero nell’ordine le banche italiane, poi i fondi comuni e gestioni patrimoniali italiane, quindi le assicurazioni e fondi pensione italiane e da ultimo gli investitori esteri.

Sempre che, ovviamente, le agenzie di rating non decidano che l’incertezza è tale da indurre ad un peggioramento dell’outlook sul merito di credito sovrano (o ad un taglio del rating stesso), che si ripercuoterebbe a cascata su tutti gli emittenti tricolori, banche, assicurazioni o aziende private che siano. Con un “effetto-contagio” che rieschierebbe di penalizzare tutta Piazza Affari e produrre conseguenze non trascurabili anche nell’economia reale, ad esempio con un incremento dei costi di rifinanziamento e probabilmente un aumento del tasso di fallimento.

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