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Economia
Dieselgate, c'è chi ha guadagnato.Ecco perché gli Agnelli non piangono con Fca

Era l’aprile del 2015 quando Volkswagen, sentendo sempre più il fiato sul collo da parte dell’Epa (l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente), pensò bene di inviare una lettera ai suoi clienti negli Usa proprietari di vetture diesel per una generica “azione di richiamo per problemi di emissioni”. Pochi mesi dopo, a settembre, l’Epa formulava le sue accuse e nonostante il tentativo del gruppo tedesco di discolparsi, nel giugno 2016 Volkswagen accettava un accordo extragiudiziale per chiudere la vicenda versando 14,7 miliardi di dollari.

Mors tua, vita mea pensarono in molti, ma la vicenda era destinata a non chiudersi lì, con indagini a tutto campo, non solo negli Usa, che hanno coinvolto tra gli altri Fiat Chrysler Automobiles (a cui l’Epa ha notificato solo ieri una infrazione alla Clean Air Act) Renault, Peugeot, Bmw, Daimler e Mitsubishi. Se il gruppo italo-americano rischia secondo molto analisti di dover pagare a sua volta una multa il cui ammontare massimo potrebbe risultare tra i 3,4 e i 4,6 miliardi di dollari, il “dieselgate” dovrebbe pesare soprattutto sui piccoli e grandi azionisti dei maggiori produttori automobilistici mondiali, che per uscire dall’empasse stanno cercando, con qualche affanno, di accelerare lo sviluppo di auto elettriche ed ibride. Un settore sul quale Elon Musk ha già scommesso con Tesla Motor, che peraltro pur vedendo salire del 64% la propria produzione a 83.922 vetture si è fermata a quota 76.230 immatricolazioni (+27%), meno delle 80 mila previste. Ma quanto è veramente costata finora la vicenda “dieselgate” alle grandi famiglie di imprenditori dell’auto mondiale?

Dal primo settembre 2015 a oggi il titolo Volkswagen controllata dalla famiglia Pich-Porsche col 30,8% del capitale ha visto le quotazioni passare da 160 a 149 euro, Fiat Chrysler Automobiles (in cui gli eredi Agnelli, tramite Exor, sono soci col 30,06%) per il momento non ha accusato danni, visto che le quotazioni sono passate da 8,09 a 9,14 euro pur avendo già scontato il coinvolgimento diretto nella vicenda.

Così mentre sui Pich-Porsche il dieselgate ha pesato direttamente per 1,72 miliardi di euro, gli eredi Agnelli pur avendo ieri visto sfumare 540 milioni circa di valore della propria partecipazione, di fatto sono ancora in utile di 490 milioni rispetto a quando la vicenda è esplosa sui giornali e sui mercati borsistici.

Anche ai Quandt, proprietari di Bmw (col 46,8% del capitale), il “dieselgate” per ora ha portato bene, visto che dal primo settembre 2015 a oggi le quotazioni del titolo sono salite da 76,72 a 87,65 euro (+14,2%), facendo aumentare di 3,77 miliardi il valore delle quote in mano alla famiglia. Anche la famiglia Peugeot, che col 14,1% controlla il gruppo Psa in modo paritetico rispetto allo stato francese e alla Dongfeng Motor, può per ora sorridere: le quotazioni sono infatti salite in questo anno e mezzo del 14% abbondante passando da 15,09 a 17,24 euro per azione. Così la loro partecipazione vale stasera 265 milioni di euro in più di quanto non valesse il primo settembre 2015.

(Segue...)

Tags:
fiat chrysler dieselgate volkswagen borsa agnelli exor renault scandalo emissioni fca
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