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Economia
Draghi, ultima eredità: abbandono del totem dell’inflazione non oltre il 2%

L’ultima eredità di Mario Draghi alla Bce? Potrebbe non consistere solo in un taglio dei tassi, che per due terzi degli analisti verrà annunciato a settembre, dopo che già a fine mese la Banca centrale europea avrà modificato il proprio “bias” sottolineando come a fronte di dati macro che continuano ad essere più deboli del previsto i rischi di un’inflazione inferiore agli obiettivi siano ormai preponderanti. Cosa che probabilmente sarà anche ribadita con una revisione, anch’essa al ribasso, delle stime su inflazione e crescita.

In realtà (anche) la Bce potrebbe, sulla scia di un’analoga impostazione della Federal Reserve, rivedere al rialzo il tradizionale obiettivo di un’inflazione attorno al 2% annuo. Perché alzare sopra il 2% annuo l’obiettivo di inflazione se da anni non si riesce neppure lontanamente ad avvicinarcisi, almeno in Europa? Per dare modo a Christine Lagarde, che da novembre prenderà il posto di Draghi sul ponte di comando della Bce, di varare più robusti stimoli monetari.

Il primo potrebbe, come detto, essere lanciato già da Draghi e consistere in una ulteriore limatura del tasso (per S&P Global Ratings potrebbe essere uno 0,1% in meno), già negativo, sui depositi. Così da stimolare l’attività di prestiti alle imprese da parte delle banche, ora che buona parte dei crediti deteriorati sono stati ceduti e che le nuove regole volute da Eurotower renderanno più rapido lo smaltimento delle future sofferenze, che non potranno nascondersi per anni all’interno dei bilanci ma dovranno essere rapidamente ammortizzate.

Il cambio della guardia tra Draghi e Lagarde potrebbe essere poi rappresentato da una ripresa degli acquisti di bond sul mercato (S&P Global Rating scommette su 15 miliardi di acquisto al mese da ottobre). Risultato concreto: se come sospettano gli analisti le limature in arrivo sui tassi e le altre misure di stimolo comprimeranno la curva dei tassi e di riprendere una qualche forma di “normalizzazione” della politica monetaria non si parlerà almeno fino a fine 2021, chi ha un mutuo continuerà a vederlo sui livelli attuali o più bassi per almeno un altro paio d’anni.

Per intenderci: chi ora cerca un mutuo a tasso variabile si vede proporre tassi (Taeg) che possono andare tra meno dell’1% per scadenze decennali a poco più dell’1,5% per contratti di 30 anni. Chi preferisce il tasso fisso può sentirsi proporre tassi (Taeg) tra l’1,2% e il 2% o poco più. Il tutto a fronte di un tasso Euribor a 3 mesi (solitamente utilizzato come benchmark per i mutui a tasso variabile) negativo e pari a -0,37% e un tasso Irs (benchmark per i mutui a tasso fisso) a sua volta negativo fino a 8 anni, mentre è pari a +0,13% a 10 anni, +0,61% a 20 anni e +0,7% a 30 anni.

Se lo scenario descritto potrebbe essere molto favorevole ad una ripresa degli investimenti immobiliari da parte delle famiglie italiane, anche il Tesoro si fregherebbe le mani: con un debito pubblico che ha una scadenza media di oltre 81,4 mesi (ossia oltre 6 anni e 9 mesi), ogni variazione dei tassi viene amplificata di circa altrettante volte in termini di costo del debito. 

Per intenderci: la limatura di uno 0,1% dei tassi ufficiali da parte della Bce favorirebbe un ribasso dei tassi pagati dal Tesoro italiano, mediamente, dello 0,6%-0,65% e visto che già quest’anno le emissioni di titoli di stato italiani dovrebbero raggiungere i 390-400 miliardi e difficilmente ci si discosterà di molto da questi valori nel prossimo biennio, ogni 0,6% in meno di rendimento significa circa 2,5 miliardi in meno di interessi da pagare anno dopo anno.

Ultimo ma non meno importante “lascito” di Mario Draghi, se effettivamente la Bce abbandonerà il “totem” del target di un’inflazione attorno al 2%, potrebbe essere il definitivo superamento del complesso della “repubblica di Weimar” da parte della Germania. Dopo anni di totale assenza dell’inflazione dai radar, con mercati dove di liquidità ce n’è in abbondanza mentre di titoli “AAA” non è quasi rimasta traccia, con investitori istituzionali e non che fanno a gara per aggiudicarsi qualche extra rendimento puntando su titoli leggermente meno “sicuri”, anche Berlino potrebbe mettere definitivamente in soffitta la sua passione per l’ortodossia monetaria e i timori di improvvise fiammate dei prezzi.

In questo modo Christine Lagarde, che come notano gli analisti di Amundi dovrà probabilmente far lavorare la Bce “in stretta collaborazione coi governi europei” potrebbe trovarsi la strada spianata per proseguire il cammino tracciato da Draghi, “whateve it takes”.

 

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