Miliardi che avrebbero dovuto consentire alle banche commerciali di tornare a svolgere la loro attività dando sostegno alle migliaia di aziende che la crisi ha messo in ginocchio e che hanno oggi bisogno di liquidità per riuscire a riprendersi. Invece nella gran parte dei casi questi capitali sono finiti nei corporate bond emessi copiosamente in questi mesi dai principali emittenti mondiali, o in strumenti derivati o ancora sono stati investiti, con maggiore o minore successo, in attività di trading sui mercati finanziari che col loro poderoso rimbalzo dai minimi di marzo hanno aiutato le banche a irrobustire i conti e spesare ulteriori colossali svalutazioni di posizioni in sofferenza.
Ancora oggi la Bce ha segnalato, ad esempio, come in ottobre il credito alle imprese e famiglie in Eurolandia sia calato dello 0,2% da settembre ma, quel che più conta, sia in calo dello 0,8% su base annua dopo il -0,3% segnato nel mese precedente. Questo perché le imprese e le famiglie affrontano la crisi tagliando ove possibile investimenti e spesa, dall'altro perché le banche continuano a non trovare conveniente investire denaro ottenuto in prestito a tasso pressochè pari a zero in impieghi relativamente poco redditizi e con un profilo di rischio percepito come più elevato, visto che la crisi continua a portare nuove aziende a chiudere e vede l'ulteriore esplusione di manodopera.
Un meccanismo perverso, che senza nuove regole, come suggerisce anche un'analisi di Standard & Poor's (che sul settore bancario continua ad avere un giudizio negativo), secondo la quale il recupero del sistema creditizio, in particolare di quello europeo, è dovuto "soprattutto ai robusti risultati di trading" rischia di proseguire ancora per molti mesi. Anche perché la recessione rischia di deteriorare ulteriormente il portafoglio prestiti e di pesare ulteriormente sulla redditività delle banche, col risultato che, secondo gli esperti di S&P, gli accantonamenti per perdite su crediti sono destinati ad aumentare almeno sino al 2011.