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Economia
Embraco, Calenda all'attacco. Whirlpool, giochino sleale degli americani

di Luca Spoldi 
e Andrea Deugeni

Non è stato tenero Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico: i Paesi dell’Est Europa “attirano delocalizzazioni con fondi Ue” e quindi fanno una concorrenza “squilibrata” (per non dire sleale) agli altri partner della Ue, Italia compresa. Le dichiarazioni di Calenda sono arrivate margine della firma per la chiusura del dossier Alcoa, uno dei molti dossier che il ministro sta cercando di chiudere prima delle elezioni del 4 marzo prossimo. Dossier che in alcuni casi restano molto “spinosi”, come quelli di Embraco (multinazionale brasiliana che fa capo al gruppo Whirlpool), che come regalino di inizio anno ai primi di gennaio da una parte ha annunciato 497 esuberi su 537 lavoratori impiegati nello stabilimento di Riva di Chieri, nel torinese - dove si fanno i compressori per frigoriferi della gamma Whirlpool - a tre mesi dalla decisione di ridurre la produzione e dopo decine di giorni di presidio e il coinvolgimento del vescovo di Torino, dall’altra ha rimandato il confronto col governo.

whirlpool ape
 

Una vicenda “indecorosa” per Calenda, che ha scritto alla commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, chiedendo di verificare “le politiche fiscali e di incentivi diretti” della Slovacchia, per sincerarsi che rispettino le regole Ue sugli aiuti di Stato. Whirlpool, che nel 2014 aveva rilevato il gruppo marchigiano Indesit dalla famiglia Merloni battendo la concorrenza dei cinesi di Hayer, aveva già minacciato più volte migliaia di esuberi (2.060 in tutto), prima di prendere l’impegno formale a non licenziare nessuno fino al 2018. Un anno entro il quale il colosso americano da 20 miliardi di fatturato annui ha previsto di spendere 514 milioni, cifra inserita nel budget previsionale (220 milioni di euro spesi da inizio 2015 a inizio 2017). Impegno che però, per quanto riguarda la fornitura di beni intermedi, lascia fuori la controllata Embraco e 500 famiglie. 

embraco ape
 

Ora il sospetto di Calenda è che il gruppo si sia lasciato attirare dalle “sirene” dell’Est Europa, al pari di altre multinazionali come Honeywell (pronta a chiudere la fabbrica di Atessa e licenziare i 400 dipendenti, per investire 32 milioni nel sito di Presov, in Slovacchia occidentale) e Carlson Wagonlit, che vuole chiudere la sede italiana di Torino (dove sono a rischio 50 dipendenti) per delocalizzare in Polonia.

Così Calenda è sbottato: paesi come Polonia e Slovacchia pretendono di riconoscersi “pienamente nei valori europei” ma poi prendono “un sacco di contribuiti” comunitari, dunque pagati anche dai contribuenti italiani, che vengono poi utilizzati come aiuti di stato per fare concorrenza agli altri partner, Italia compresa, “in condizioni di dumping economico, ambientale e sociale”. Da parte loro, le multinazionali sfruttano a proprio vantaggio la compiacenza dei governi dell’Est Europa ignorando ogni principio di responsabilità d’impresa. Un atteggiamento “vergognoso” per combattere il quale Calenda si dice pronto a cercare di “spostare i lavoratori su altre aziende che restano in Italia” anche contattando “i committenti uno per uno”.

(Segue...)

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