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Economia
Eni e petrolio jolly per il governo. Così Tria può mettere a posto i conti

Il premier Giuseppe Conte fa il tifo per il petrolio: con quotazioni dell’oro nero che oscillano poco sotto i 65 dollari al barile per il Wti e sopra i 71,5 dollari al barile per il Brent, il presidente del consiglio non può che essere soddisfatto in cuor suo in vista delle future privatizzazioni, ossia il passaggio dal Tesoro a Cassa depositi e prestiti delle residue partecipazioni in aziende strategiche quotate tra cui un 4,34% di Eni.

Una partecipazione che al momento vale 2,51 miliardi di euro ma che potrebbe valere ben di più in autunno, quando materialmente il trasferimento potrebbe essere effettuato. Nel suo piano quadriennale il cane a sei zampe ha infatti indicato di voler lanciare un programma di riacquisto dei propri titoli a partire da dopo l’assemblea di bilancio, ogni estate, che varrebbe 400 milioni di euro l’anno (equivalente a circa lo 0,7% del capitale ai livelli attuali) se il prezzo del Brent si trovasse tra i 60 e i 65 dollari al barile. Oltre i 65 dollari il buyback raddoppierebbe a 800 milioni di euro spendibili per riacquistare fino a circa l’1,4% di azioni proprie nell’arco dei successivi 12 mesi.

Al contrario se il prezzo scendesse sotto i 60 dollari al barile non vi sarebbe buyback, ma se restasse tra i 60 e i 55 dollari (per il 2019 la cosiddetta “cash neutrality” organica post dividendo) “destineremo la differenza ad incrementare il dividendo e taglio debito” come ha precisato il group Ceo Claudio Descalzi nella recente presentazione delle strategie per il prossimo triennio alla comunità finanziaria. Al di là dell’indubbio effetto di sostegno alle quotazioni del titolo in borsa, un prezzo del petrolio elevato consentirebbe dunque ad Eni di riacquistare in un triennio una quantità di titoli vicina a quella ancora in mano al Tesoro.

Titoli su cui poi non verrebbe pagato il dividendo (destinato a salire già quest’anno da 83 a 86 centesimi per azione, con un rendimento superiore al 5,4%), rafforzando ulteriormente il cane a sei zampe dal punto di vista patrimoniale. Tutto ciò renderebbe più agevole il trasferimento della residua partecipazione del Tesoro in Eni alla Cdp, a valori anche superiori a quelli attuali. Ma quanto è probabile che il prezzo del petrolio si mantenga sopra i livelli attuali?

Molto dipenderà da cosa decideranno di fare Donald Trump e Vladimir Putin: il primo potrebbe decidere di varare nuove sanzioni contro Venezuela e Iran, rendendo probabile un’ulteriore riduzione delle rispettive produzioni petrolifere. Questo potrebbe far volare le quotazioni dell’oro nero anche verso gli 80 dollari al barile, soglia che poi renderebbe quasi certo un intervento dell’Opec e della Russia.

Gli aderenti al cartello viennese dei paesi produttori di petrolio potrebbero nella riunione in programma il prossimo giugno non estendere ulteriormente gli accordi per limitare la produzione del cartello, oppure se anche ciò avvenisse l’Arabia Saudita (che da mesi prepara “l’Ipo del secolo” della sua compagnia petrolifera statale, Aramco) potrebbe aprire nuovamente i rubinetti, visto che al momento estrae circa mezzo milione di barili di greggio al di sotto della propria quota.

Se poi nulla si muovesse all’interno dell’Opec, Putin sembra pronto a muoversi autonomamente, portando la Russia a incrementare nuovamente la propria produzione. Questo dovrebbe calmierare il mercato anche nel caso che oltre a Venezuela e Iran anche la Libia, a causa della crescente tensione politica interna, registrasse un calo di produzione. Naturalmente le modifiche alla politica estrattiva dei singoli paesi e organizzazioni possono avere un impatto sui mercati maggiore o minore delle attese e veder distribuiti i propri effetti nel corso di più trimestri, dunque è difficile dire ora quale potrà essere lo scenario relativo all’offerta e alla domanda di petrolio a fine anno.

La sensazione è tuttavia che se la frenata registrata negli ultimi sei mesi da molte economie mondiali anche in conseguenza delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina dovesse attenuarsi e la crescita ripartire, le quotazioni del petrolio difficilmente scenderebbero sotto i livelli attuali, a beneficio delle quotazioni di Eni e delle future “privatizzazioni” del governo italiano, di cui il passaggio della partecipazione in Eni tra Tesoro e Cdp fa parte integrante. Per questo Giuseppe Conte non può che sperare che il prezzo del greggio si mantenga sui livelli attuali o salga ancora, possibilmente senza strappi eccessivi così da non allarmare gli emiri e non indurre in tentazione il Cremlino.

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