Super Eni/ Avanti a tutto gas. Marco Alverà: l'uomo delle trattative

Marco Alverà
Sedersi al tavolo con i numeri uno mondiali del settore del gas, dalla russa Gazprom all'algerina Sonatrach a soli 31 anni. Per alcuni manager è un sogno. Per Marco Alverà, classe 1975, americano di nascita è già realtà. Fresco di nomina alla direzione della Supply & Portfolio Development Gas&Power dell'Eni ovvero la divisione della società del cane a sei zampe che gestisce le attività del gas, Alverà è considerato uno degli enfant prodige dell'industria italiana.

Il manager, molto stimato dall'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, ha dimostrato fin dai  suoi primi passi di avere la stoffa. Appena laureato alla London of School of Economics di Londra, ha lavorato in Goldman Sachs occupandosi di M&A e private equity, attività che ha abbandonato per fondare una start up in seguito acquistata da Telecom Italia.

Dopo la cessione della sua creazione a Mr. Pirelli, è arrivato il grande salto all'Enel. E così ha iniziato a curare, in prima persona, operazioni di mercato di assoluto rilievo. Come l'Ipo di Terna, la privatizzazione della terza tranche del colosso elettrico, l’ingresso di Enel nel mercato francese, la cessione di Wind come CFO della stessa. Incarichi che gli hanno consentito di mettere in luce le sue capacità e che hanno fatto sì che Paolo Scaroni, allora a.d. dell'Enel, lo scegliesse come stretto collaboratore all’Eni per progetti speciali. La gestione del portafoglio delle attività del gas all'Eni è il suo nuovo banco di prova.

La partita è importante, si parla di gas. Una questione complessa e per certi versi spinosa che tocca interessi economici e diplomatici. Affari ha scelto di commentare con Alverà i recenti avvenimenti che hanno caratterizzato il mercato energetico italiano e mondiale. Dalla crisi dello scorso inverno, alle difficoltà nel puntare sui rigassificatori, dalle strategie internazionali al nucleare. Ecco l'intervista.

Quest'inverno l'emergenza gas è esplosa con tutta la sua potenza. Cos'è successo?
"Un mix di concause congiunturali davvero sfortunate e, speriamo, irripetibili.

Quali?
"Sono state tre. La prima, una congiuntura climatica negativa. L'inverno appena trascorso è stato particolarmente rigido. Il freddo ha generato un consumo di gas aggiuntivo di circa 3 miliardi di metri cubi".

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E la seconda?
"L'alto consumo di metano nel termoelettrico. Dal 2005 l'Italia è diventata anche un Paese esportatore di energia elettrica. Questo ci è costato circa un miliardo di metri cubi di consumi in più. A tutto questo si è aggiunta l'interruzione delle forniture dalla Russia. Il mix dei tre fattori ha generato quella che è stata chiamata emergenza gas".

Si dice che la colpa sia stata anche dell'Ucraina che avrebbe prelevato indebitamente dei quantitativi di metano destinati, in realtà, all'Italia...
"Il taglio delle forniture di gas dalla Russia, sia per il freddo sia per i contrasti con Kiev, hanno pesato solamente per circa 200 milioni di metri cubi. Circa un quinto dell'impatto che ha avuto il maggiore export di termoelettrico e una parte ancora più piccola di quella conseguente al forte abbassamento della colonnina di mercurio. Certo, gli attriti fra la Russia e l'Ucraina sono stati un problema, ma il loro impatto è stato minimo".

Ma allora perché quest'emergenza gas ci ha colto di sorpresa e così impreparati? 
"Non è vero, le parti erano preparate ed hanno reagito con tempestività evitando la crisi per gli italiani., Sotto la regia del Ministero delle Attività Produttive, avevamo operativo da subito un comitato d'emergenza composto dagli operatori italiani del settore".

Impianti di stoccaggio

 

D'accordo, ma si è arrivati a toccare anche le scorte strategiche...
"Sì, si è attinto dagli stoccaggi strategici, ma sono lì per quello e servono proprio per affrontare questo tipo di situazioni".
 
Quali i progetti dell'Eni affinché l'Italia non si trovi in futuro a dover gestire situazioni analoghe?
"Farei una distinzione fra il breve e il medio periodo".

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E cioè?
"Nel breve non si possono costruire né nuove strutture d'importazione come i rigassificatori né costruire in fretta nuovi stoccaggi. Quindi, ci si limita ad essere pronti per riattivare le misure attuate questo inverno. Come la riduzione delle flessibilità contrattuali e delle esportazioni di energia elettrica. Nel breve, quindi, beneficeremo dell'esperienza e di alcune procedure interne che stiamo rivedendo. In più sta entrando ora a regime il Greenstream e cioè il gasdotto che ci porterà il gas dalla Libia".

E per il lungo termine?
"Sono in cantiere il potenziamento del TAG e del TransMed. Due gasdotti che saranno in grado di far affluire nel nostro Paese circa 13 miliardi di metri cubi di gas in più".

E i rigassificatori?
"Ci sono anche quelli. Ma sono difficili da realizzare".

Per problemi tecnici?
"No, tecnicamente, sono impianti facilmente costruibili. Il grosso del lavoro è identificare un sito in grado di accogliere le navi e con le infrastrutture per collegarlo alla rete di trasporto del gas. Non c'è nulla di nuovo nella tecnologia di rigassificazione. La costruzione dell'impianto di Panigaglia che è il primo e l'unico rigassificatore costruito in Italia risale alla fine degli anni ’60 / primi anni '70".

Come mai non procedono i lavori?
"Ci sono molti ostacoli, soprattutto a livello locale. Nella costruzione di

Rigassificatore di Panigaglia
questo tipo di impianti il problema principale è la resistenza che l'opinione pubblica esercita a livello locale. Non ci sono difficoltà di tipo tecnologico-industriale. La realizzazione di questi impianti risolverebbe molti problemi di approvvigionamento".

Perché?
"Sono sufficienti due rigassificatori per portare in Italia circa 16 miliardi di metri cubi di gas in più. Gli aumenti della domanda per i prossimi otto anni".

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Parliamo dello scenario internazionale. L'Italia dipende per le forniture di gas, ovvero contratti che lei gestisce in prima persona, per il 60% dalla produzione di Gazprom e dell'algerina Sonatrach. Come si stanno evolvendo le relazioni con questi due big player del mercato?
"Grazie alla lungimiranza dei fondatori dell'Eni, l'Italia può vantare dei rapporti privilegiati con questi importanti produttori di gas. Faremo di tutto per costruire e ampliare gli accordi esistenti".

Ultimamente si legge molto dei rapporti con Gazprom..
"E` una situazione in evoluzione. E' un accordo che dura da vent'anni e ne durerà altri venti. Si tratta di impegni a lunghissimo termine visto che la costruzione di infrastrutture richiede davvero molto tempo".

Quali progetti ci sono, in concreto?
"L'Eni è un’ azienda unica. Siamo una società upstream con un importantissimo business nel gas downstream. Le altre società petrolifere, come la Shell o la Total, non hanno una divisione Gas and Power con clienti finali nel gas come, invece, ha l'Eni. Gli altri colossi del metano, come Gaz de France o Gas Natural, non hanno un business upstream forte anche nella produzione degli idrocarburi".

E quindi?
"Costituiamo un interlocutore interessante e privilegiato per Gazprom. La società russa, come l'Eni, ha un portafoglio integrato di attività. Dall'esplorazione e produzione di idrocarburi alla vendita al dettaglio. Gazprom, pertanto, è, per struttura, molto simile all'Eni. I nostri competitor nell'upstream non hanno da offrire opportunità downstream e viceversa. Con il gruppo russo possiamo realizzare sinergie a 360°. Dalla produzione sino alla vendita sia di gas sia di petrolio".

Gazprom vuole entrare sul mercato europeo ed italiano della distribuzione diretta del metano...
"Certo e ha tutti gli interessi per farlo. Gli stessi che l'Eni ha nell'espandersi all'estero. Gazprom ha tantissimo gas. La sua, quindi, è un'ambizione europea legittima. Nel '98 l'Europa soddisfaceva, con produzione propria, circa il 40% del suo fabbisogno e la Russia contribuiva con il 20%".

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E ora?
"Secondo alcune stime, nel 2015, la produzione domestica scenderà al 20% mentre l’import della Russia salirà al 33%. Un terzo del fabbisogno del Vecchio Continente, quindi, sarà soddisfatto dalla Russia".
 
Si dice che dietro i progetti di espansione di Gazprom ci sia la volontà di Vladimir Putin di tenere in scacco le nazioni occidentali. Una sorta di braccio operativo del Cremlino...
"Non posso conoscere il pensiero di Putin. Quello che posso dire è che, questo inverno, abbiamo visto cosa accade se c'è un problema in Ucraina. Cambia poco se il cliente finale è dell'Eni, di Edison, dell'Enel o di Gazprom. L'establishment russo questo potere lo ha indipendentemente da chi sia l'utente finale".

Vuole dire che il problema, piuttosto, è quello della dipendenza energetica dell'Europa?
"Esatto. Fra dieci anni un terzo del gas del Vecchio Continente arriverà direttamente dalla Russia. Il suo potere non deriva dall'avere dei singoli clienti finali ma dalla presenza di gasdotti che ci portano il loro gas".

E il TransMed algerino, quando si sbloccheranno i lavori per il potenziamento di questo gasdotto?
"La scadenza è prevista nel 2008. Ci saranno due momenti operativi: uno ad aprile e uno ad ottobre".

C'è anche il Tag, cosa pensa della presa di posizione dell'Authority sulla gara per l'assegnazione delle quote di gas?
"Il Tag è una società estera. L'asta si è svolta secondo le trasparenti procedure europee. Senza alcuna discrezionalità, tant'è che all'asta hanno partecipato numerosissimi soggetti. Non c'è niente da dire sull'assegnazione delle quote".

Cambiamo argomento: il petrolio. Cosa pensa dell'ultima decisione del presidente del Venezuela, Hugo Chavez, di sottrarre all'Eni la gestione di alcuni impianti di estrazione?
"L'Eni opera con successo da molti anni in Paesi che sono difficili. Sono situazioni che possono presentarsi a un gruppo come questo che gestisce un portafoglio di attività così ampio".

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E dell'alto costo che paghiamo per l'energia? L'Italia nel 2005 ha sborsato oltre 33 miliardi per la bolletta energetica. Quali sono i piani dell'Eni per lo sviluppo delle energie alternative?
"L'Eni, che per mission si focalizza sugli idrocarburi, è presente anche nel solare. Non come venditore al dettaglio di energia solare prodotta, ma nella realizzazione di infrastrutture in grado di sfruttare il solare. Puntiamo sulle rinnovabili ma con la consapevolezza che questo tipo di fonti alternative non risolveranno i problemi legati alla diversificazione energetica".

Perché?
"Perchè l'Italia, ad esempio, è poco ventosa. Nei Paesi molto ventosi come la Spagna e la Germania, l'eolico fornisce un importante contributo. Energia in più che, però, non è determinante per abbattere la bolletta energetica, che ha nel consumo delle automobili e nel riscaldamento industriale le principali voci".

E l'idrogeno?
"E´ un discorso di frontiera. Le auto ibride, poi, non saranno determinanti per il risparmio energetico". 

Infine, c`è il nucleare. E´ancora un argomento tabù?
"No, da un po' di tempo, in Italia, si torna a parlarne. E' l'unica soluzione ambientalmente accettabile per il pianeta. Recentemente, anche il fondatore di Greenpeace ha ammesso di essersi sbagliato sull'energia atomica".

Come mai?
"E' l'unica fonte energetica in grado di ridurre le emissioni di CO2 e di altri agenti inquinanti. E' l'Enel che si sta muovendo molto bene su questo fronte. Sia con i francesi di Edf con i quali parteciperà allo sviluppo di reattori di nuova generazione e sia in Slovacchia, dove ha acquisito competenze importanti sulle tecnologie esistenti".

Andrea Deugeni


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