Economia
Ex Ilva, il 2026 si apre nel caos: oltre alla tragedia dell'operaio, rimangono interrogativi sulla vendita. Tutte le offerte sul tavolo
Offerte, impianti fermi e fondi pubblici: perché l’ex Ilva resta appesa a una futuro ancora tutto da chiarire

Ex Ilva, sul tavolo le offerte di Flacks e Bedrock. Ma il governo frena: niente firme e futuro ancora incerto per l’acciaieria
All’inizio del 2026 l’ex Ilva di Taranto – oggi Acciaierie d’Italia – resta sospesa in una lunga transizione, con un futuro ancora tutto da scrivere. La fabbrica è formalmente in amministrazione straordinaria, la produzione viaggia su livelli molto lontani dalla capacità storica e la partita della vendita non è ancora chiusa, nonostante le offerte depositate a fine 2025.
Il nuovo anno si è aperto nel peggiore dei modi: oggi, infatti, i sindacati metalmeccanici hanno proclamato uno sciopero di 24 ore dopo un incidente mortale nello stabilimento di Taranto. Un episodio che ha riacceso le tensioni su sicurezza, condizioni di lavoro e prospettive occupazionali, in un contesto già segnato da cassa integrazione e forte incertezza.
Ex Ilva, le offerte sul tavolo e lo stato della trattativa
Sul tavolo del governo ci sono due offerte vincolanti per l’acquisizione dell’intero perimetro industriale di Acciaierie d’Italia, presentate alla scadenza di dicembre: quella del fondo statunitense Bedrock Industries e quella del gruppo Flacks guidato dall’imprenditore americano Michael Flacks. Si tratta delle uniche due proposte per l’acquisto complessivo di tutti i siti, mentre nel corso dei mesi precedenti erano emersi interessamenti limitati a singoli asset.
L’offerta di Bedrock Industries, società con precedenti esperienze nel settore siderurgico nordamericano, è stata formalmente depositata ma resta, almeno per ora, meno dettagliata sul piano pubblico. I contenuti industriali e finanziari non sono stati illustrati con la stessa chiarezza di altre proposte e, secondo le ricostruzioni circolate finora, prevederebbero un perimetro produttivo e occupazionale più contenuto. Per questo motivo, pur essendo parte integrante della procedura, la pista Bedrock appare oggi meno centrale nel confronto politico e istituzionale.
Maggiore attenzione si concentra invece sulla proposta di Flacks, anche per le modalità dell’operazione. Il piano prevede un prezzo di acquisto simbolico di 1 euro, a fronte di un impegno industriale che, secondo quanto dichiarato dal gruppo, mobiliterebbe circa 5 miliardi di euro di investimenti nel medio-lungo periodo. Il valore dell’operazione non risiede quindi nella cessione formale, ma negli impegni finanziari assunti dal potenziale acquirente, chiamato a farsi carico della continuità produttiva, della messa in sicurezza degli impianti e del percorso di transizione ambientale.
Il prezzo simbolico riflette la condizione dell’azienda, segnata da perdite, costi strutturali elevati e impianti che richiedono interventi rilevanti. Proprio per questo il governo sta concentrando le verifiche non sull’euro della cessione, ma sulla reale sostenibilità del piano: provenienza delle risorse, tempistiche di investimento, garanzie occupazionali e ruolo dello Stato nella governance, ipotizzato come socio nella fase iniziale.
Nonostante le indiscrezioni circolate nelle ultime settimane, la vendita non è stata ancora perfezionata. Non risultano contratti firmati né un via libera definitivo dell’esecutivo. Palazzo Chigi continua a parlare di una trattativa in corso, con tutti i nodi principali ancora aperti.
Impianti fragili e gestione in emergenza
Sul piano industriale la situazione resta fragile. A Taranto gli impianti operano a regime ridotto: negli ultimi mesi è rimasto attivo un solo altoforno, mentre altri risultano fermi o sottoposti a vincoli giudiziari. A inizio gennaio è emersa anche la questione della fermata programmata della cokeria, un passaggio che rischia di incidere ulteriormente sulla continuità produttiva e sulla già limitata capacità operativa del sito.
Per evitare il blocco totale, il governo ha continuato a garantire risorse ponte, con nuovi stanziamenti destinati a coprire le esigenze di cassa e a mantenere in funzione gli impianti almeno fino a febbraio. Si tratta però di una gestione emergenziale, che non può sostituire una soluzione industriale strutturale. È anche per questo che l’esecutivo mantiene una linea di prudenza sulla chiusura rapida della vendita, consapevole che una scelta affrettata potrebbe compromettere definitivamente il futuro dell’acciaieria.
Il contenzioso con ArcelorMittal
A pesare sul quadro complessivo c’è anche il contenzioso con ArcelorMittal, l’ex socio industriale di Acciaierie d’Italia. Il governo ha annunciato l’intenzione di promuovere un’azione legale di ampia portata, legata alla gestione passata degli impianti e al deterioramento degli asset produttivi. Secondo la linea dell’esecutivo, una parte significativa delle difficoltà attuali deriverebbe da investimenti non realizzati e da scelte industriali che avrebbero indebolito la struttura dell’azienda.
Il fronte giudiziario si intreccia inevitabilmente con la partita della vendita. Da un lato rappresenta il tentativo dello Stato di chiarire responsabilità e recuperare risorse, dall’altro introduce un ulteriore elemento di incertezza che viene attentamente valutato dai potenziali acquirenti, con possibili riflessi sui tempi, sulle condizioni e sull’assetto complessivo dell’operazione.
Gli scenari aperti nel 2026
All’inizio del 2026 restano dunque diversi scenari sul tavolo. Il primo è la cessione dell’intero gruppo a uno degli investitori in campo, con una presenza pubblica iniziale e un piano di rilancio graduale. Il secondo è un prolungamento della gestione commissariale, nel caso in cui la trattativa non arrivi a una chiusura rapida. Sullo sfondo resta anche l’ipotesi di un maggiore intervento diretto dello Stato o di una riorganizzazione per asset, soluzione che però metterebbe in discussione l’unitarietà del ciclo produttivo.
Le prossime settimane (o i prossimi mesi) saranno decisive non solo per la scelta dell’acquirente, ma per capire se l’ex Ilva potrà tornare a essere un asset industriale credibile o resterà bloccata in una lunga fase transitoria, sostenuta da fondi pubblici e segnata da continue emergenze operative. Per Taranto e per l’acciaio italiano, il 2026 si apre come un anno di passaggio cruciale.
