Di Luca Spoldi
Negli
Stati Uniti la trasparenza e la correttezza sono valori preziosi, che le consuetudini per prime ma anche stuoli di avvocati sono pronti a difendere. Chi viene meno a questi valori condivisi crea un danno in termini reputazionali con conseguenze spesso determinanti per il suo futuro,
sia che si tratti di rapporti d'affari tra i privati, sia a maggior ragione nel caso dei rapporti tra l'amministrazione pubblica e i contribuenti.
Sta quindi facendo rumore il fatto che in base ad alcuni documenti del Tesoro Usa ottenuti attraverso il ricorso alla magistratura dal Judicial Watch, un gruppo di avvocati che si batte da anni per la trasparenza della pubblica amministrazione negli States, lo stesso Tesoro abbia definito la propria partecipazione da 40 miliardi di dollari nel capitale di AIG "altamente speculativa".
Per la precisione il Tesoro, almeno sotto la precedente amministrazione, che varò in tutta fretta gli aiuti all'ex colosso assicurativo dopo aver assistito al collasso della banca d'affari Lehman Brothers con le conseguenze, per i mercati e l'economia mondiale, che tutti conoscono, prevedeva che "le prospettive di recuperare il capitale e di ottenere dall'investimento azionario un ritorno per i contribuenti siano altamente speculative".
Immediata la replica del Tesoro il cui portavoce ha puntualizzato che il documento citato era solo una bozza preparata dallo staff di Henry Paulson, segretario al tesoro sotto l'ultima presidenza di George W. Bush ed ex amministratore delegato Goldman Sachs, che gli aiuti di stato forniti ad AIG (in tutto oltre 170 miliardi di dollari) hanno aiutato a rafforzare la stabilità economica americana e che la determinazione dell'attuale management di AIG a rimborsare gli aiuti ricevuti resta "totale".
Nonostante il dibattito tra l'opportunità di lasciar fallire i "colpevoli" di eccessive disinvolture finanziarie o di salvare i soggetti "troppo grandi per fallire" stia da mesi andando avanti sia in ambito accademico sia politico, le proteste suscitate da quest'ultimo caso paiono tardive e fuori luogo. Che AIG fosse al collasso era evidente già da settimane nel momento in cui Paulson decise, dopo non poche esitazioni, di agire.
Che la decisione di lasciar fallire prima la "piccola" Bears Stearns e poi la "media" Lehman Brothers avessero a tal punto minato la fiducia del mercato nei principali attori statunitensi e mondiali (in Europa basterebbe ricordare le difficoltà e i salvataggi che hanno coinvolto gruppi che vanno da Societe Generale a Fortis, da Dexia a Commerzbank, da ING a Royal Bank of Scotland) da trasformare una "turbolenza dei mercati" come ancora l'estate scorsa la definiva Mario Draghi, governatore di Banca d'Italia, nella peggiore crisi dagli anni Trenta in poi lo si è ampiamente visto.
Se Paulson non avesse deciso di "investire" in modo così "a rischio" i soldi dei contribuenti, probabilmente ora neppure il triliardo di dollari (sempre dei contribuenti) speso da Obama per sostenere l'economia Usa sarebbe bastato a frenare la caduta, dunque appare poco utile, nell'interesse degli stessi cittadini americani, indignarsi ex post per simile "avventatezza".
Il problema, quando si lasciano crescere (o si favoriscono, vedasi la retorica dei "campioni nazionali" cui nessun paese appare immune) degli oligopoli dominati da pochi "colossi", non è solo che la concorrenza si allenta e i consumatori vengono tendenzialmente a pagare di più per ottenere di meno, sia in termini quantitativi sia qualitativi, ma anche che in caso di difficoltà è quasi inevitabile dover intervenire per evitare un avvitamento della crisi su se stessa, con costi elevati che vengono puntualmente pagati non tanto dai "colpevoli" della situazione, siano essi banchieri, industriali o politici, quanto da lavoratori e contribuenti.
Si dirà: peggio per loro e buon per noi che non siamo in quelle situazioni. Non è proprio così, anche in Italia vi sono evidenti distorsioni alla concorrenza in molti settori e la trasparenza appare una virtù non così apprezzata e diffusa, non solo nel caso del settore finanziario. Con una curiosa variante: che le banche italiane per mesi hanno preferito non dover ricorrere ad alcun aiuto e far emergere gradualmente le magagne che avevano (e in molti casi ancora hanno) nei propri bilanci. Preferendo, insomma, una soluzione alla giapponese (ma anche alla tedesca, a giudicare dagli ultimi esempi di questi mesi), in cui piuttosto si perde un decennio di tempo per risanare "a rate" riuscendo così a non far saltare troppa gente dalla propria poltrona.