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Economia
Huawei, Fujian Jinhua Circuit e Zte: ecco come Trump vuol piegare Xi

Di Luca Spoldi

Cosa rappresenta l’incidente occorso a Huawei, ossia la richiesta d’arresto avanzata dagli Stati Uniti nei confronti di Meng Wanzhou, 41enne figlia del fondatore e Ceo di Huawei Technologies, Ren Zhengfei, oltre che direttore finanziario del colosso cinese della telefonia mobile (terzo produttore di smartphone al mondo dopo Apple e Samsung), in relazione ad una presunta violazione dell’embargo americano nei confronti dell’Iran (cui Huawei avrebbe venduto tecnologia)?

Ha ragione Alessandro Fugnoli di Kairos Partners (gruppo Julius Baer) secondo cui va visto “più come un tentativo americano di aumentare la pressione per una riuscita delle trattative” commerciali che proseguono con la Cina “che come un modo per farle fallire”, pur comportando “qualche rischio vista l’importanza strategica della società”, oppure è la prova della crescente insofferenza dell’amministrazione Trump per le ambizioni di Pechino che punta a contendere a Washington la leadership mondiale in settori strategici dell’alta tecnologia? 

Fatto sta che “l’incidente Huawei” è solo l’ultimo di una serie di attacchi americani a grandi aziende cinesi. Sempre per l’accusa di aver violato l’embargo nei confronti dell’Iran (e della Corea del Nord), ad esempio, Zte ha dovuto pagare lo scorso luglio una maxi penale di 1,2 miliardi di dollari che ha messo quasi fuori gioco il numero due dei produttori cinesi (quarto assoluto al mondo) di attrezzature per telecomunicazioni, sotto inchiesta dell’Fbi fin dal 2012 e nei cui confronti l’anno scorso Trump aveva adottato una misura ancora più dura, vietando alle aziende statunitensi di venderle componenti tecnologici fino al 2025 e bandendo le vendite negli Usa di prodotti di Zte per tre mesi. 

Huawei: Pechino convoca l'ambasciatore Usa

Il governo cinese ha convocato l'ambasciatore degli Stati Uniti per esprimergli una protesta formale in merito all'arresto "estremamente ingiusto" di Meng Wangzhou, vicepresidente di Huawei, e chiedere che sia immediatamente revocata la richiesta di estradizione trasmessa da Washington al Canada. Meng era stata arrestata l'1 dicembre scorso in Canada, accusata di aver violato le sanzioni all'Iran. Il suo arresto aveva causato una forte perdita nei mercati azionari globali, timorosi di una guerra commerciale tra Washington e Pechino, che ha avvertito la prima di "possibili conseguenze".

Una misura, per inciso, che ha generato una perdita di circa un miliardo di dollari nei conti di Zte ancora prima che la penale fosse pagata. Anche in quel caso, come ora per Huawei, non è mai stato chiarito se l’accusa fosse fondata, ma l’incidente è stato usato come leva negoziale e, non casualmente, per mettere i bastoni tra le ruote a Xi Jinping e al suo piano “Made in China 2025” col quale il presidente cinese punta a far diventare la Cina una superpotenza manifatturiera in settori ad alta tecnologia come l’automobile, l’aviazione, i macchinari, la robotica, la logistica, le reti ferroviari e marittime e le tecnologie dell’informazione.

Da parte sua Pechino ha finora evitato ritorsioni dirette, ma Xi Jinping ha lasciato filtrare sulle pagine del Peolple’s Daily la notizia che Apple ha finora beneficiato di un basso costo del lavoro in Cina e dovrebbe condividere maggiormente i suoi guadagni con la popolazione cinese, altrimenti potrebbe diventare oggetto di “rabbia e di un sentimento nazionalista”. “Il mercato cinese è vitale per molti marchi americani famosi” ha continuato il quotidiano, notando come questo possa dare a Pechino “più spazio di manovra per giocare duro nel conflitto commerciale” con gli Stati Uniti, anche se molti analisti sono concordi nell’affermare che in caso di una vera e propria guerra commerciale a rischiare di più, tra due paesi, è l’esportatore netto, dunque la Cina e non gli Usa.

Per evitare uno scontro diretto che potrebbe rivelarsi controproducente, Xi Jinping sta agendo anche su un altro fronte, quello del credito: la Cina ha infatti avviato un massiccio programma che prevede l’erogazione di credito a imprese private in difficoltà per ridurre il debito trasformandolo in capitale. La banca centrale cinese (People’s Bank of China) ha infatti erogato 500 miliardi di yuan alle banche statali del paese perché gli stessi vengano usati per finanziare i programmi di “debt-to-equity” da parte quasi sempre di aziende a partecipazione statale (le cosiddette imprese a “proprietà mista”). Nel frattempo, come in una partita di scacchi, anche Trump ha mosso di nuovo le sue pedine.

A fine ottobre il dipartimento del Commercio americano ha proibito alle aziende Usa di vendere tecnologia alla Fujian Jinhua Integrated Circuit, società cinese fondata nel 2016 grazie ad un finanziamento pubblico da un miliardo di dollari e che da inizio 2019 avrebbe dovuto avviare la produzione di microchip, produzione che invece probabilmente resterà bloccata a lungo. Come per Zte e Huawei le accuse (furto di proprietà intellettuale ai danni del concorrente americano Micron, attraverso uno schema complesso di operazione che sono passate anche per Taiwan) sono ancora da provare ma per Donald Trump questo ha un’importanza relativa. 

Quello che conta è colpire duro, far capire all’avversario di essere pronto a colpire ancora più duro, poi aprire una trattativa e cercare di portare a casa il massimo possibile. Alla storia spetterà giudicare se questo atteggiamento sarà stato corretto e, soprattutto, si rivelerà utile e a chi: per il momento il giudizio dei mercati è negativo, dato che ognuno di questi “incidenti” serve solo a far aumentare la tensione e l’incertezza sui negoziati commerciali in corso.

 

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