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Economia
La crisi in Turchia tocca i big italiani Pirelli, UniCredit, Leonardo e Fca

Recep Tayyip Erdogan, detto “il califfo” dai suoi (ormai pochi) oppositori, rieletto presidente al primo turno lo scorso 24 giugno non ha molti motivi per sorridere: nonostante il calo dell’incertezza a livello politico, infatti, il futuro del paese resta nebuloso e chi può disinveste, con la lira turca subissata da ordini di vendita che tocca nuovi minimi sul dollaro calando a quota 0,1826339 (come dire che occorrono quasi 5,5 lire turche per comprare un dollaro), in calo di oltre il 20% da inizio anno, ossia quasi il 30% rispetto a 12 mesi or sono.

Mustier
 

La situazione è peggiorata dopo l’imposizione delle sanzioni statunitensi (legate all’arresto del pastore americano Andrew Brunson, accusato di favoreggiamento dell’organizzazione terroristica Feto cui si fa risalire il fallito golpe del 2016), che oltre a pesare sui cambi stanno facendo ritoccare i massimi storici ai rendimenti obbligazionari di riferimento, col tasso sui titoli a 10 anni ormai sopra il 20% (dal 13,9% di tre mesi fa) e il costo necessario ad assicurare un’esposizione al debito turco (credit default swap) a 5 anni già cresciuto del 110% circa da inizio ano (l’incremento maggiore di tutti i mercati emergenti). Ciò, a catena, alimenta ulteriori preoccupazioni per la tenuta di un’economia che sta surriscaldandosi, in particolare per quanto riguarda il settore delle costruzioni, con l’inflazione che è già salita al livello più elevato degli ultimi 15 anni, sopra il 15% annuo.

Marco Tronchetti Provera pirelli ape

 

Ma chi rischia di più? Secondo i dati della banca centrale turca, le società detengono 337 miliardi di dollari di debito in valuta, con un deficit di ben 217,3 miliardi netti rispetto ai rispettivi asset. Le banche sono esposte a costi di finanziamento più elevati a fronte di quasi 100 miliardi di dollari di debito in scadenza entro i prossimi 12 mesi. Per questo a inizio settimana la banca centrale turca ha provato ad incrementare di 2,2 miliardi di dollari la liquidità in dollari per le banche, ma ciò non è bastato ad impedireulteriori indebolimenti della lira e dei titoli obbligazionari.

john elkann ape
 

Per riportare la calma servirebbero una politica monetaria e/o una politica fiscale più rigorosa e il sostegno del Fondo monetario internazionale (Fmi), ma Erdogan è contrario a tassi di interesse più elevati, per cui il rischio potrebbe ricadere quasi interamente sugli investitori. Quattro i gruppi italiani quotati a Piazza Affari che corrono maggiori rischi, a partire da Unicredit, presente attraverso Yapi Credi, che però ha già fatto sapere di non aver intenzione di uscire dal mercato.

“Yapi Credi è una banca molto buona e il nostro investimento è di lungo termine”, ha spiegato il Cfo del gruppo, Mirko Bianchi, durante la conference call di presentazione della semestrale dell’istituto guidato da Jean-Pierre Mustier.

Alessandro Profumo Leonardo
 

Non cambia idea neppure Pirelli, da 50 presente nel paese, dopo aver scelto già due anni fa di concentrare nello stabilimento di Izmit, a 100 km da Instanbul, costato 170 milioni di euro di investimenti in questi ultimi anni, la produzione di 2 milioni di pneumatici industriali l’anno destinati ai mercati di Europa, Medio Oriente e Africa (Emea), una volta prodotti a Milano. In tutto Izmit può arrivare a produrre 7 milioni di pneumatici l’anno, tra cui fino a 350 mila pneumatici ad alte prestazioni per competizioni sportive, e resta uno stabilimento strategico in un momento di trasformazione come l’attuale in cui il gruppo sta riducendo progressivamente la prodeuzione e le vendite di pneumatici “standard” per concentrarsi su quelli ad alte prestazioni (e a più elevata marginalità).

Altro gruppo industriale italiano presente da decenni in Turchia è poi Fiat Chrysler Automobiles (Fca), attraverso lo stabilimento di Bursa-Tofas (Instanbul). Già nel 2017 il mercato auto turco è calato del 4,5% a 722.759 unità immatricolate, di cui 61.364 veicoli passeggeri (+17,2%, con la Fiat Egea, la versione locale della Fiat Tipo che è risultata l’auto più venduta con 47.704 immatricolazioni) e 58.685 veicoli commerciali (+9,2%, con una quota di mercato salita al 25,14%) prodotti dal gruppo italiano. Ora la crisi rischia di portare ad un’ulteriore frenata del mercato.

Il “rischio Turchia” lambisce infine Leonardo, che tramite Alenia Aermacchi è responsabile della produzione dell’ala dell’F-35 (come seconda linea di produzione in aggiunta a quella Lockheed Martin), programma a cui partecipano anche altre due aziende del gruppo, Selex ES e Oto Melara. La Turchia ha ordinato 30 F-35 (con opzioni per altri 70 aerei), col primo aereo che dovrebbe essere schierato dal terzo trimestre del prossimo anno, ma vorrebbe anche acquisire dalla Russia il sistema missilistico S-400, amichevolmente noto come “F-35 killer”. Un’ipotesi che Washington non gradisce e che potrebbe finire col bloccare la vendita dei caccia americani ad Ankara.

Se non altro la commessa da 1,5 miliardi di dollari relativa alla vendita di 30 elicotteri T129 Atak da parte di Turkish Aerospace Industries al ministero della Difesa Pakistano, finalizzata il mese scorso, non dovrebbe essere più a rischio, mettendo in sicurezza i circa 500 milioni di dollari che dovrebbero andare a Leonardo, che produce l’intero sistema di trasmissione dell’elicottero (derivato dall’AgustaWestland A129 CBT Mangusta) e alcune componenti avioniche.

Più in generale, la crisi turca mette tuttavia a rischio un florido interscambio commerciale con l’Italia, lo scorso anno quinto partner di Ankara con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale (+11,1% sul 2016), di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni. In tutto le aziende italiane che investono in Turchia sono 1.418, con investimenti diretti che lo scorso anno sono saliti a 124 milioni di euro (+42,5% sul 2016), numeri che potrebbe essere difficile ripetere quest’anno.

Luca Spoldi

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