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Economia
La 'disprezzata' Italia salva DB. Perché i tedeschi ci ringraziano...

Non è purtroppo dato di sapere in quale girone l’avrebbe destinata Dante Alighieri. Ma la legge del contrappasso - dal latino contra e patior, "soffrire il contrario” - si attaglia perfettamente a Deutsche Bank, la grande malata della finanza tedesca e dell’intero mondo bancario continentale. La ricordiamo in primissima linea nel 2011 quando vendendo a pioggia i titoli di Stato italiani contribuì a metterci in grande difficoltà. Altri anni, altri tempi di allegre e spensierate scorribande all’insegna del “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”. Oggi, malata cronica (qualcuno sospetta in fase terminale) si affida alle cure di Fabrizio Campelli, paradosso nel paradosso, banchiere ed economista dal pedigree di tutto rispetto, laureato in Bocconi e al Mit, ma caratteristica principale, è un made in Italy, fatto in Italia.

La tragica vicenda da cui nasce questo paradosso risale a luglio del 2011, quando in piena crisi da spread (allora la parola di uso comune era PIGS), improvvisamente come un temporale d’estate, sul mercato dei titoli di stato viene scaricata come grandine un’enorme quantità di Btp, vendita che farà balzare lo spread coi titoli tedeschi sopra i 300 punti e i nostri tassi d’interesse verso il 5%. Sarà solo l’inizio di quella che poi verrà ricordata come la crisi finanziaria degli npl e che farà ricadere in recessione il nostro paese e costringerà alla chiamata d’emergenza a Mario Monti. Non proprio un fulmine a ciel sereno, quello della vendita dei Btp, ciò che in quell’estate stupisce è la quantità di titoli immessa sul mercato, mercato che subito va alla caccia del colpevole e che verrà individuato proprio in Deutsche Bank. Banca che una volta scoperta è costretta ad ammettere il “fattaccio”. “Abbiamo venduto perché avevamo troppi titoli di stato italiani nel nostro portafoglio rispetto alle medie che sono di 1-1,5 miliardi”. Devono essersi distratti molto gli operatori di Deutsche Bank per non accorgersi di aver accumulato in pochi mesi ben 8 miliardi in Btp, una bella quota, per un rendimento elevato che evidentemente, in base ai controlli sul rischio era diventato insostenibile tanto da doverne scaricare l’equivalente di 7 miliardi in poco tempo, una mossa che ha incendiato il mercato, creando il panico.

Siamo il secondo finanziatore del Belpaese, e siamo sempre attivi sul campo pronti a intervenire, queste furono le parole dalla sede italiana che cercavano di gettare acqua sul fuoco. Furono inutili, è la solita giustificazione del piromane, distrattamente gli cade un cerino, guarda caso acceso, proprio nel bel mezzo di una foresta secca e arida. Dal fuoco, alle fiamme, è un attimo.

In Deutsche Bank sono così, sono una banca ma hanno una forte vocazione alla finanza, spesso si lasciano prendere dal rischio, investimenti senza lieto fine, lo dimostra l’ultima trimestrale, ancora in rosso (perdita netta di 942 milioni di euro, peggio delle attese degli analisti), l’ennesima di una lunga serie che sembra non avere fine.

Per questo si è arrivati all’estrema decisione, abbassare l’orgoglio teutonico e nominare un italiano alla guida di una missione impossibile, quello di salvare il colosso in crisi dal 2015.

Fabio Campelli, precedentemente a capo del Wealth Management, ruolo in cui sarà sostituito da Fabio De Sanctis (un altro italiano!), sarà ora il Chief Transformation Officer.

Ma questa non è solo una grande storia di ristrutturazione, a Luglio fu annunciato il taglio di 18.000 dipendenti un piano quantificato in 7,4 miliardi di costi entro il 2022, questa è anche la storia di un pronto soccorso a ciclo continuo, e di un salvataggio che sembra essere arrivato alla sua fase conclusiva perché ormai non è più possibile andare avanti altrimenti.

Sono sempre più insistenti le voci che circolano su una Deutsche Bank affamata di capitali, capitali che sembrano essere arrivati addirittura direttamente dalla casse di stato. Si racconta che nell’ultima cena di lavoro tra il Presidente del Consiglio Conte e Angela Merkel si sia parlato della più volte invocata (da noi) “Unione bancaria europea”, con l’aggiunta di un’assicurazione europea a garanzia delle banche che eventualmente dovessero cadere in default trascinando con se anche i conti correnti e i risparmi dei relativi correntisti.

Ve lo ricordate il “bail in”? Fu introdotto in Italia nel 2015 in maniera forzosa e frettolosa, mettendo in difficoltà i nostri istituti finanziari già piegati dal peso degli Npl, da un’economia in crisi che mise in ginocchio la nostra struttura imprenditoriale che a sua volta gravava su banche e che, proprio a causa di un “bail-in” introdotto in maniera spinta senza nessuna sensibilità, incenerì una grande quantità del nostro risparmio privato e la fiducia di una buona parte dei piccoli correntisti. Di garanzie e assicurazioni non ne parlò nessuno.

Oggi, che a essere in difficoltà non è più la finanza italiana, ma l’azionista principale dell’Euro, cioè la Germania, oggi che a fare l’amara esperienza degli Npl (i crediti in sofferenza) sono i tedeschi, quelle regole che in principio sembravano così rigide e intransigenti, sembrano conoscere un improvviso ammorbidimento. Questi atteggiamenti ricordano molto quanto accaduto durante la grande crisi finanziaria del 2008, una crisi causata dall’avidità e dal rischio intrapreso dalla finanza anglosassone, un rischio che fino a quando portava profitto doveva essere considerato privato, quando successivamente alla crisi si tramutò in gravi perdite, le stesse istituzioni finanziarie, pretesero di statalizzarlo. La capitalizzazione e privatizzazione dei profitti, e la socializzazione delle perdite. Non si ricorda infatti nessun aiuto da parte tedesca, quando successivamente alla cura Monti, in Italia saltarono ben 7 istituti. L’Unione bancaria europea era molto lontana, se non irrealizzabile.

Oggi sembra tutto cambiato, perché dopo vari tentativi ed esperimenti, siamo arrivati all’estrema ratio. Non è riuscita la fusione tutta fatta in casa tra Commerzbank e DB, nemmeno la ripresa economica e nemmeno la generosità della Bce (apertamente tanto criticata) sono riusciti a disintossicare da tutti quei derivati, per alcuni ormai incalcolabili, che la DB ha in pancia.

“Tu vo fa l’americano, ma sei nato in germanì”, il problema di Deutsche Bank arriva da più lontano, da quando nel 1999 decise di tentare l’avventura in Usa acquistando la Bankers Trust di New York, snaturandosi da banca che dava servizio di credito al dettaglio e di finanza alle imprese, in un istituto focalizzato sullo sviluppo dell’investiment banking. Inizialmente le cose andarono bene, grandi rischi compensati da grandi guadagni, poi però i rischi aumentarono, e con essi i pericoli, e quando arriva la crisi, tutto precipita, specie se non hai nessuna tutela dalle istituzioni. Se vai a giocare fuoricasa (in questo caso in Usa) devi conoscere le regole del gioco, quelle ufficiali e quelle non ufficiali. Le banche Usa si salvarono, e furono ben contente di vedere in difficoltà un avversario scomodo perché concorrenziale.

Oggi Deutsche Bank ha un’attività confinata principalmente nel continente europeo, e proprio qui sembra cercare un alleato. Paradosso dei paradossi, e qui il cerchio potrebbe chiudersi, l’alleato potrebbe trovarlo in un altro italiano, o meglio in un banchiere francese alla guida di un istituto tricolore. Voci di mercato mormorano che Mustier stia continuando a fare cassa (vendita di Fineco, di Mediobanca e di altre partecipazioni) per poi dare l’assalto a un grande istituto europeo. Inizialmente si parlò di Commerzbank, ma visto l’attuale stato di difficoltà, potrebbe essere proprio DB il boccone grosso. Proprio Unicredit, la banca italiana che viene considerata come la più esposta nei titoli di stato italiani. I BTP, la pietra dello scandalo di 8 anni fa, corsi e ricorsi della storia, le pene del contrappasso a cui anche la finanza deve sottostare.

Ma non se ne esce male, nemmeno per la Germania, paese abituato a perdere le guerre anche quelle che sembrano vinte, perché almeno in finanza la prospettiva è quella di un “Win-Win”, se Deutsche Bank sarà salvata, saremo tutti contenti dello scampato pericolo, se non sarà salvata, poco male, perché la colpa ricadrà su un italiano, e sui nostri titoli di Stato.

@paninoelistino

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