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Economia
Mediobanca, patto leggero e acquisizione: così Nagel si blinda

Soci in manovra dietro le quinte del patto di Mediobanca, che con l’uscita di Vincent Bolloré (7,9% del capitale di Piazzetta Cuccia) e della famiglia Pesenti (0,98%) è destinato a scendere sotto la soglia minima del 25% del capitale dal primo gennaio del prossimo anno (a quella data il patto rappresenterebbe infatti solo più il 19,63% del capitale) e dunque a sciogliersi in anticipo rispetto alla scadenza naturale del settembre 2019. La decisione ufficiale su cosa fare dovrà essere presa necessariamente prima della fine dell’anno.

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Se non si farà nulla, ognuno dei grandi azionisti di Piazzetta Cuccia tornerà a poter comprare o vendere liberamente titoli dell’istituto che diverrebbe a tutti gli effetti contendibile, cosa che potrebbe mettere a rischio, a cascata, il controllo di Generali visto che Mediobanca col 13,465% (di cui però un 3,5% dovrebbe essere ceduto entro il giugno del prossimo anno) è il principale socio del Leone di Trieste, anche se la continua crescita di Caltagirone (con gli ultimi acquisti è arrivato al 4,31%) e le voci di una possibile “cordata” con Del Vecchio, Benetton e Boroli-Drago lascia intendere che i soci italiani stanno preparando un arrocco per evitare possibili sorprese.

mediobanca
 

Visto però che l’attuale Cda di Mediobanca scade nell’ottobre 2020 e che in quell’occasione verrà proposto un cambio di governance col ritorno al modello monistico e la presentazione di una lista di candidati per il rinnovo del board compilata dall’attuale Cda, l’ipotesi che sta prendendo piede è quella di un patto “leggero”, ossia di sola consultazione e senza vincoli alla piena disponibilità dei titoli da parte dei singoli soci. Un modo non tanto per blindare Piazzetta Cuccia, quanto per evitare un “liberi tutti” che potrebbe avere conseguenze pesanti sulle quotazioni.

Mustier
 

Secondo gli analisti, infatti, il maggiore appeal speculativo di Mediobanca sarebbe più che bilanciato dal fatto che ad ogni rialzo di borsa i maggiori soci come Unicredit (primo socio con l’8,697%, di cui l’8,04% vincolate), Mediolanum (3,343%, di cui il 3,28% vincolato, cui va sommato un ulteriore 0,21% direttamente detenuto da Ennio Doris) o Fininvest (0,97%) potrebbero essere tentati dal vendere i titoli. 

Tra gli altri soci rimasti “fedeli” al patto vi sono i Benetton (2,10%), Fin.Priv. (holding partecipata da Generali, Fiat Chrysler Automobiles, UnipolSai, Italmobiliare, Pirelli & C. e Telecom Italia e che detiene l’1,62% di Piazzetta Cuccia), gli eredi Gavio (0,66%), il gruppo Ferrero (0,65%), il gruppo Pecci (0,46%), gli Angelini (0,45%), i Lucchini (0,38%), i Seragnoli (0,22%), gli Acutis (0,14%) e Romano Minozzi (0,10%). 

Gilberto Benetton ape 4

 

La stessa graduale trasformazione di Mediobanca da ex “salotto buono” del capitalismo familiare italiano, con un patto che ne controllava fino al 60% del capitale, a banca d’affari che accanto alla residua partecipazione “strategica” in Generali si è articolata su tre pilastri (corporate and investment banking, credito al consumo e wealth management) potrebbe indurre alcuni di loro a uscire appena le quotazioni (in calo del 15% abbondante nell’ultimo anno e oltre 9 euro al di sotto dei picchi storici toccati tra il 2006 e il 2007), lo permettessero.

Un patto di consultazione potrebbe dunque convenire a tutti, come avrebbe già proposto Ennio Doris raccogliendo le prime aperture all’ipotesi tra cui quelle dei Lucchini e dei rappresentanti di Unicredit. Due anni per decidere verso dove orientare Mediobanca, come mettere al sicuro la partecipazione in Generali, e gestire le eventuali ulteriori uscite potrebbe sembrare un tempo e un obiettivo ragionevole anche al management.

(Segue...)

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