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Economia
Borsa, recessione o breve tempesta? Far soldi ai tempi della volatilità
Ferrari in Borsa

Siamo alla vigilia di una nuova recessione globale o solo di qualche rallentamento fisiologico da parte di paesi come Stati Uniti e Cina che sono cresciuti a ritmo accelerato negli ultimi anni? E le banche centrali riusciranno a tenere tutto sotto controllo, con un passaggio di testimone dalla Federal Reserve alla Bce e alla BoJ per quanto riguarda il sostegno alla crescita? La risposta a questi interrogativi è il discrimine sulla cui base potranno procedere i mercati nei prossimi trimestri ma fin d'ora per chi voglia provare a guadagnare dalla volatilità delle borse sono chiare alcune cose. La prima è che azioni e bond si muovono sempre più in sincrono, anziché mostrare andamenti divergenti come siamo stati abituati a vedere per anni.

Inevitabile probabilmente, visto che l'era dei tassi a zero per quanto avviata ad una graduale fine negli Stati Uniti è destinata a proseguire ancora per qualche tempo in Europa e in Giappone e che dunque ogni qual volta le borse scenderanno troppo o i tassi di mercato saliranno troppo c'è da attendersi un nuovo intervento, come appena visto da parte della BoJ e come potrebbe capitare di nuovo a marzo con la Bce (me se avete prestato attenzione la stessa Federal Reserve ha cambiato tono ed è tornata a legare i futuri rialzi dei tassi all'andamento dei dati macro, come dire che se dovessero peggiorare i futuri rialzi saranno più diluiti nel tempo o verranno congelati nuovamente). La seconda cosa chiara è che non è il momento di chiedere soldi ai mercati e che lo ha fatto, come Saipem, o si appresterebbe a fare, come Unicredit secondo voci non del tutto smentite dall'amministratore delegato Federico Ghizzoni (ma nel settore bancario possibili candidati a nuove ricapitalizzazioni abbondano), rischia di pagare un deciso scotto in borsa, se non altro a causa dell'effetto diluitivo di simili operazioni.

Se il "trade dell'anno" è senza dubbio il petrolio, attualmente bloccato nel range di oscillazione di 30-35 dollari al barile ma secondo Goldman Sachs destinato a beneficiare del previsto calo della produzione di shail oil americano e dunque in grado di tornare sui 46 dollari al barile (il Wti) ovvero sui 48 dollari al barile (il Brent) entro fine anno, con un guadagno potenziale del 50% che potrebbe traslarsi in un altrettanto robusto rimbalzo delle quotazioni della major petrolifere mondiali, Eni compresa, anche i minerali industriali potrebbero nella seconda parte dell'anno recuperare terreno, favorendo un rimbalzo delle quotazioni di titoli come Rio Tinto, Anglo American o Antofagasta. Il tema della crescita sarà dirimente soprattutto per un settore, quello bancario, che in Italia resta sotto i riflettori perché, come ha sottolineato oggi Citigroup in un report dedicato al settore, senza crescita le prospettive delle banche italiane restano a rischio, mentre il processo di integrazione va avanti al rallentatore.

Per questo gli analisti hanno tagliato senza pietà i target price dei principali titoli quotati: Ubi Banca ha visto il prezzo obiettivo calare da 7,1 a 4,9 euro per azione (-30%), Bper il da 8,7 a 6,8 euro (-22%), Bpm da un euro a 85 centesimi (-15%), il Banco Popolare da 15 a 10,10 euro (-33% circa), Unicredit da 6,15 a 4 euro (-35%), Mediobanca da 11,2 a 9 euro (poco meno del 20% di ribasso). Anche così tali prezzi obiettivi restano nettamente superiori alle attuali quotazioni e dunque l'ulteriore caduta dei prezzi (stamane molti di questi titoli sono stati sospesi per eccesso di ribasso) è almeno in parte ingiustificata. Se volete scommettere sulla tenuta della ripresa economica italiana e mondiale potreste iniziare ad approfittare di questi e di eventuali prossimi ribassi per costruirvi un portafoglio fatto di titoli finanziari come Mps, Unicredit e Generali e di petroliferi come Eni, Saimpem e Tenaris. Con maggiore prudenza, o su tempi più lunghi, si potrebbe anche iniziare scommettere su qualche ciclico come Telecom Italia, Mediaset o Fiat Chrysler Automobiles e, per chi ama il rischio, sulla stessa Ferrari, crollata non tanto per l'andamento dei conti 2015 quanto per le previsioni di rallentamento delle vendite in Cina quest'anno.

Chi non crede nella tenuta del ciclo economico europeo e paventa una nuova recessione farà meglio a rimanere liquido, anche se ciò significherà perdere leggermente soldi se li si vorrà parcheggiare, per maggiore sicurezza, in titoli di stato a breve termine. Attualmente, infatti, i titoli fino a 18 mesi di durata "rendono" mediamente -0,05% lordo (nominale) all'anno, mentre tra i 18 e i 30 mesi sono attorno allo zero e solo a partire dai 36 mesi di vita residua iniziano a "offrire" uno 0,1% lordo annuo. In pratica per riuscire ad avere un rendimento reale netto non negativo dovreste congelare i vostri capitali su bond di durata non inferiore ai 4-5 anni, cosa che vi farebbe certamente perdere molte occasioni di trading e anche il rimbalzo che potrà seguire l'eventuale ulteriore caduta delle quotazioni nell'ipotesi i mercati azionari entrino davvero in una fase "orso".

In questo caso, una volta che i prezzi saranno calati di un altro 15%-20% dai livelli attuali, fareste comunque bene a investire almeno un 50% del vostro portafoglio nuovamente in azioni, magari tramite fondi comuni o gestioni patrimoniali purché caratterizzate da uno stile di gestione attivo. Coi mercati attuali, infatti, strumenti "passivi" che si limitano a riprodurre l'andamento degli indici non offrono la migliore soluzione, a differenza di quanto avvenuto negli ultimi sette anni. Il tempo dei "cassettisti" è tramontato, se volete investire dovrete imparare a diventare degli investitori attivi, anche a costo di prendervi qualche rischio ulteriore.

Luca Spoldi

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