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Economia
Merkel protezionista come Trump. Alt della Bce a Deutsche-Commerz


Rigorosa con tutti, meno che con se stessa? Lo strabismo della Germania in fatto di fusioni bancarie “assistite” dallo stato è sempre più evidente, a partire dalla Bce che sembra sempre più intenzionata a mettersi di traverso alle nozze Deutsche Bank-Commerzbank, specialmente se la motivazione fondamentale dell’operazione dovesse apparire squisitamente politica (evitare che Commezbank cada in mano di qualche istituto straniero) e non unicamente industriale.

Le prime avvisaglie che a Bruxelles il clima non fosse esattamente sereno erano arrivate dall’intervista concessa da Andrea Enria, economista italiano che dal novembre 2018 è presidente del consiglio di sorveglianza della Bce dopo essere stato presidente dell’Eba (l’autorità bancaria europea) e da gennaio ha preso il posto di Daniele Nouy come capo della Vigilanza Bce (ossia del Meccanismo di supervisione unico o Ssm).

Enria, intervistato dal Financial Times prima della conferma dell’avvio di trattative tra le due banche per stabilire i termini della sempre più probabile fusione, aveva avvertito Berlino: la Bce intende mantenere un approccio a favore della concorrenza e dell’apertura dei mercati e se si vuole mantenere un mercato aperto occorre “che banche straniere, investitori stranieri, che portano la loro esperienza e i loro capitali nella tua giurisdizione, siano i benvenuti”. Enria ha poi ribadito di non amare particolarmente l’idea “dei campioni nazionali, dei campioni europei”, in questo rieccheggiando la posizione già espressa dal Commissario Ue alla concorrenza, Margrethe Vestager.

La Vesteger quest’anno ha già bloccato la proposta fusione franco-tedesca tra Siemens e Alstom e, soprattutto, nel 2015 aveva stoppato il tentativo di salvare Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti tramite un intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd), fatto che ne determinò la successiva risoluzione. Per Enria ciò che è rilevante per la Vigilanza Bce è “la sostenibilità del progetto, la capacità di creare una banca che abbia un business solido, una buona posizione di capitale, è in grado di generare profitti e rispetti i requisiti patrimoniali e i requisiti di prudenza”.

Ammonimenti che lasciano presagire l’intenzione della Bce di dire la sua sul matrimonio Deutsche Bank - Commerzbank e che trovano parziale conferma nelle parole di Joachim Wuermeling, membro del board della Bundesbank, secondo cui la volontà di “creare un campione nazionale non è una motivazione rilevante per un supervisore”. Wuermeling ha però poi “diplomaticamente” dichiarato che nel caso di una potenziale fusione tra banche, la Bundesbank svolge sempre un’attività di monitoraggio, “non le promuove”, assumendo dunque un atteggiamento neutrale.

Per cercare di smorzare ulteriormente i toni è scesa in campo la stessa Angela Merkel spiegando che spetta ai top manager di Deutsche Bank e Commerzbank decidere se il loro piano di una fusione “storica” abbia o meno senso. Peccato che sinora sia il Ceo di Deutsche Bank, Christian Sewing, sia il suo omologo in Commerzbank, Martin Zielke, abbiano sempre detto di non voler prendere in considerazione l’ipotesi di un’aggregazione prima che la ristrutturazione dei rispettivi istituti fosse stata portata a termine, ristrutturazione che al momento sembra ancora in corso in entrambi gli istituti (con Commerzbank in leggero vantaggio come tempistiche rispetto a Deutsche Bank).

Il piano per fondere i due istituti “è una questione tra privati” ha insistito la Merkel secondo cui il governo tedesco avrebbe “un certo interesse” a monitorare l’operazione soltanto perché è azionista di riferimento di Commerzbank col 15,6%. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come dire che il Tesoro italiano potrebbe voler sapere con chi un domani Mps avviasse colloqui in vista di una visione soltanto perché ne possiede il 68%. “Non voglio che il governo intervenga” ha aggiunto la Merkel, “solo le aziende possono e debbono valutare (la fusione, ndr) da sole”.

Dato però che l’operazione potrebbe avere ricadute importanti sull’occupazione (si parla di 30 mila esuberi potenziali), se non con la Merkel almeno con il ministro delle Finanze tedesco, il socialdemocratico Olaf Scholz, le due aziende sembrano avere avuto più di un colloquio riservato. Proprio Scholz ha ampiamente confermato di essere favorevole ad una fusione che a suo dire garantirebbe un adeguato finanziamento alle aziende tedesche e alle loro esportazioni. Perché gli stessi finanziamenti non potrebbero venire da banche straniere insediate in Germania, come Unicredit (fortemente radicata in Germania e in tutta l’Europa centro-orientale dopo l’acquisizione di HypoVerainsbank e Bank Austria Creditanstalt) o Bnp Paribas (tra i principali gruppi bancari europei oltre che tra le più solide banche al mondo) non è chiaro.

Soprattutto resta poco chiaro il senso industriale di un’operazione che presenta molti aspetti critici, a cominciare dalle dimensioni del gruppo che nascerebbe, con attivi per oltre 1.800 miliardi di euro (ossia oltre la metà del Pil tedesco), destinata a diventare la terza maggiore banca del vecchio continente dietro ad Hsbc e alla stessa Bnp Paribas. L’operazione non cambierebbe di una virgola il problema della concorrenza in termini di funding portata avanti da centinaia di banche regionali (landesbanken) che appartengono al settore pubblico e non sono sottoposte alla Vigilanza Bce, né risolverebbe i problemi legali che Deutsche Bank si trova ad affrontare da tempo, né consentirebbe di rilanciare (o dismettere) le attività di investment banking.

Alla fine una fusione Deutsche Bank - Commerzbank rischia di creare un gigante coi piedi d’argilla che sarebbe ben più difficile da “risolvere” che non le quattro piccole banche italiane o da “ricapitalizzare d’urgenza” come fatto con l’italiana Monte dei Paschi di Siena. Cosa accadrebbe se in una futura crisi finanziaria il “campione tedesco” si rivelasse fonte di instabilità sistemica generando un rischio contagio che neppure la Bce fosse in grado di arrestare? Domande che rieccheggiano negli uffici studi di molte banche d’investimento, ma che Berlino, solitamente così sensibile sui temi della sostenibilità finanziaria e della tutela dei contribuenti (tedeschi in primis), non sembra volersi porre in modo troppo approfondito.

 

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