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Economia
Ora l'industria dell'auto Ue trema. Strada in salita per la manovra italiana

Si addensano nubi sempre più minacciose sul settore auto europeo: mentre il Salone dell'auto di Francoforte si è chiude con un calo del 30% dei visitatori rispetto alla precedente edizione e i grandi car maker internazionali hanno disertato l'appuntamento (Toyota, Nissan, General Motors, Tesla, Fca, Peugeot, Citroen, Ferrari, Bentley, Maserati e Rolls-Royce), secondo l’ultimo rapporto mensile di IHS Markit l’attività delle fabbriche tedesce (indice Pmi manifatturiero) si sta infatti riducendo al ritmo più rapido dell’ultimo decennio (il calo, da 43,5 a 41,44 punti, è il nono ribasso consecutivo ed è il più marcato dal giugno 2009), mentre la crescita dei servizi si sta attenuando, al punto che l’indice Pmi composito è sceso sotto quota 50, livello che separa le fasi di espansione da quelle di contrazione, ed emergerebbero sempre più segnali del fatto che il mercato del lavoro in Germania stia iniziando a perdere colpi dopo sei anni di continua crescita.

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Questo a sua volta potrebbe avere un impatto negativo sulla domanda, deprimendo ulteriormente gli investimenti ed innescando una spirale negativa destinata a portare in recessione tecnica (due trimestri negativi di Pil in calo) la principale economia europea, che già gli ultimi dati a consuntivo mostrano in forte affanno. A luglio infatti, complice un crollo dell’8% su base annua dell’export, dato su cui pesa la frenata delle esportazioni di auto verso la Cina, alle prese col braccio di ferro con gli Usa, la produzione industriale ha già segnato un calo su base annua del 2,7%, il doppio circa di quanto previsto (il consenso parlava di -1,4%).

Roberto Gualtieri
 

Non solo: l’associazione dell’industria metalmeccanica tedesca (Vdma) ha annunciato che non vi sono cambiamenti in vista, come lo stesso Mario Draghi, numero uno della Bce, ha ribadito oggi nella sua ultima audizione davanti all'Europarlamento, e che si prevede che la produzione industriale tedesca scenderà del 2% sia nel 2019 sia nel 2020. A pesare sullo scenario oltre ai contraccolpi del mercantilismo trumpiano è un mix potenzialmente letale di incertezze e timori, a partire dall’ipotesi di una Brexit senza accordo a fine ottobre, che fa tremare le associazioni europee di costruttori e fornitori automobilistici per gli effetti negativi che avrebbe sugli investimenti, causando “un cambiamento sismico nelle condizioni commerciali”, fino ad arrivare ai dazi del 25% che Trump ha minacciato di applicare sull’import di auto dall’Europa e dalla Germania in particolare se non si riequilibrerà la bilancia commerciale.

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Una minaccia quest’ultima che preoccupa soprattutto Volkswagen e Bmw, ma attenzione: un crollo del settore auto tedesco rischierebbe di portare Berlino in recessione e questo non sarebbe un problema solo per Angela Merkel, ma anche per il governo italiano, che proprio in queste settimane sta tentando un riavvicinamento a Trump dopo aperture fin troppo marcate nei confronti di Cina e Russia. La Germania, terzo maggior paese importatore ed esportatore al mondo, è infatti il principale partner commerciale dell’Italia (ottavo maggior esportatore al mondo oltre che tredicesimo maggior importatore), davanti alla Francia, con cui il governo giallo-rosso sta ugualmente tentando di ricucire rapporti alquanto logoratisi nell’ultimo anno, e agli Stati Uniti.

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Il riavvicinamento con gli Usa potrebbe così non bastare a dissipare le nubi sempre più minacciose all’orizzonte, rendendo la futura legge di stabilità un banco di prova particolarmente sfidante per il Conte-bis. E' vero, come ha spiegato oggi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, "la copertura arriverà anche grazie allo spread che si abbassa" e che "ci consente di recuperare miliardi di risorse", ma dopoa aver neutralizzato l'aumento dell'Iva, una crescita zero per quest'anno che potrebbe prolungarsi anche nei prossimi 12 mesi (dalla trade-war Usa-Cina non sta arrivando nessun segnale rassicurante di risoluzione a breve) comprometterebbe risprse importanti di gettito per mettere a segno l'annunciato taglio al cuneo fiscale

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Qualcosa di più si capirà entro venerdì con la presentazione della nota d’aggiornamento del Documento economico finanziario (NaDef) per il 2019. Per il momento il governo italiano, come il resto del mondo, può solo sperare che il piano da 54 miliardi di euro di investimenti per tagliare del 55% delle emissioni (rispetto al 1990) entro il 2030 e portare a zero le emissioni di carbone entro il 2050 si riveli in grado di sostenere la crescita tedesca ed europea. Un’ipotesi che sembra piacere a Goldman Sachs, secondo cui il piano è “pionieristico” e, visto il peso politico ed economico di Berlino, potrebbe essere seguito da un più vasto piano a livello Ue, che a sua volta farebbe da progetto pilota per il resto del mondo.

C’è da incrociare le dita, perché la crisi dell’auto coinvolgerebbe in Europa 13,8 milioni di lavoratori, pari al 6,1% della forza lavoro complessiva. Un numero in grado di generare, nel bene o nel male, un impatto molto elevato sia sullo scenario economico sia su quello politico del vecchio continente, Italia compresa.

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