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Economia
Piaggio, il male oscuro in Borsa. Gli accordi con Cina e India non pagano

Nonostante buoni risultati nel 2017 e l’accordo con la cinese Foton per produrre nuovi veicoli commerciali leggeri per il mercato europeo, il titolo resta sui livelli di 12 anni fa

Uno dei nomi storici dell’industria italiana, leader europeo di veicoli motorizzati a due ruote, tra i maggiori produttori mondiali del settore, Piaggio è reduce da un 2017 che definire soddisfacente è poco, visto che, come ha illustrato oggi il presidente Roberto Colaninno, il gruppo di Pontedera ha chiuso l’anno con risultati record: circa 182 mila Vespa vendute in tutto il mondo (+10% sul 2016), un boom di vendite per i veicoli a due ruote in India (+71% in volume con circa 68 mila immatricolazioni), il più elevato margine lordo (30,6%) dal 2010, il più elevato margine Ebitda di sempre (14,3%), un Ebitda in crescita del 13% in valore assoluto a 192 milioni di euro, flussi di cassa per 44 milioni (il miglior risultato dal 2007) e un deciso miglioramento della leva (scesa a circa 2,3 volte dalle 2,9 volte dell’anno precedente).

 

Visti i numeri, ci di dovrebbe attendere un andamento esplosivo del titolo, ma così non è: con una quotazione inferiore ai 2,27 euro, il titolo Piaggio viaggia sugli stessi livelli a cui si era trovato nell’autunno del 2015 e tra la fine del 2013 e inizio 2014, ma ben inferiore ai picchi toccati nell’aprile 2014 (quando vennero brevemente toccati i 3 euro), tra marzo e agosto 2015 (quando si arrivò a sfiorare i 3,15 euro) e ancora di recente a novembre dello scorso anno, quando il titolo superò più volte i 2,8 euro per azione. E dire che nel 2013 i ricavi erano di un 11% circa inferiore a quelli dello scorso anno, l’Ebitda un 30% inferiore e il leverage era pari a 3,3 volte, come dire che i conti, pur positivi, erano decisamente meno solidi di adesso.

 

Il male oscuro di Piaggio, che dal 2003 è sotto il controllo (tramite Immsi) del gruppo guidato da Roberto Colaninno e dal 2006 è sbarcata in borsa (a 2,3 euro per azione, dunque attorno ai livelli attuali), sembra essere l’andamento abbastanza erratico dell’ultima riga del bilancio, ossia il risultato netto. Lo scorso anno Piaggio ha guadagnato un utile netto di 20 milioni di euro, pari all’1,5% delle vendite nette, in rialzo rispetto ai 14 milioni (1,1% delle vendite nette) dell’anno prima ma sempre su livelli molto modesti rispetto al giro d’affari, a conferma che fare soldi nelle due ruote è ormai molto difficile, anche per un imprenditore come Colaninno, che non a caso sta provando a comprimere i costi e rafforzare i margini producendo quanto più possibile all’estero.

 

In questo senso va anche l’annunciato accordo con la cinese Foton, con cui Colanninno, che volerà in Cina il mese prossimo, punta a siglare entro giugno i due contratti previsti dall’accordo quadro raggiunto già lo scorso settembre. Un accordo pensato per dare vita a una nuova gamma di veicoli commerciali leggeri a quattro ruote. Due prodotti “completamente nuovi”, in particolare, andranno a sostituire il Porter e saranno venduti non in Cina ma in Europa, con la produzione di tutti i componenti in Cina e il successivo invio degli stessi a Pontedera per l’assemblaggio finale. L’impegno finanziario per i prossimi 3 anni “sarà di 100 milioni di euro l’anno” (relativo a spese di ricerca a sviluppo per tutto il gruppo Piaggio, ndr).

 

“Un gruppo di tecnici è già a lavoro e c’è un prototipo già pronto che è molto apprezzato” ha precisato Colaninno, aggiungendo che “la produzione inizierà a metà 2019”, per poter arrivare sul mercato entro fine anno o a inizio 2020, una volta adattate le linee di assemblaggio esistenti in Italia. “Ci auguriamo che il prodotto troverà il favore del mercato ed i costi saranno rispettati”. Conscio di quanto possa essere ostico per un prodotto realizzato in Cina soddisfare la domanda italiana ed europea, Colaninno ha tenuto a precisare di augurarsi “che la qualità di Foton e dei sub fornitori siano in linea con gli standard qualitativi richiesti dal mercato europeo e da Piaggio”.

 

Al momento “non si sono riscontrati elementi di preoccupazione o segnali di allarme” ha poi concluso, ricordando che se tutto andrà bene “si potranno aprire degli ulteriori discorsi con Foton su altre zone del mondo dove abbiamo interesse per veicoli commerciali leggeri”. Oltre che sulla Cina, Colaninno continua a puntare sull’India per cercare di migliorare i conti di Piaggio: negli scorsi giorni è stata infatti annunciata una nuova partnership con Raya Holding, in questo caso per l’assemblaggio di componenti di Ape prodotti in Italia destinati al mercato indiano. Secondo gli analisti di Equita Sim, peraltro, questa operazione, “seppur interessante dal punto di vista strategico”, dovrebbe avere un impatto limitato sui numeri.

 

Così gli esperti continuano a prevedere una crescita “mid-single digit dei volumi/fatturato di gruppo per il 2018” che piace ma non fa impazzire il mercato, dove il titolo comunque ha recuperato oltre un 22% dai livelli di un anno fa ma non sembra in grado di uscire dal range di oscillazione dei prezzi tra 1,5 e 2,5 euro in cui si trova intrappolato, salvo fugaci tentativi di riportarsi sopra i 3 euro per azione, sin da dopo la crisi del 2008-2009.

 

Il peccato originale di Piaggio, del resto, rimana la natura stessa dell’operazione con cui il controllo del gruppo passò dagli Agnelli a Colaninno 15 anni fa: un leverage buy out (Lbo) con cui una serie di fondi investirono 680 milioni di euro attraverso un veicolo che, raccolti ulteriori 308 milioni di euro di finanziamento da Mediocredito Lombardo (gruppo Intesa Sanpaolo), si fuse con la Piaggio Spa, trasferendogli tutto il debito, prima che la stessa si quotasse in borsa ad un prezzo pari al triplo di quello con cui a fine 2003 Piaggio, da poco rilevata da Colaninno, aveva acquisito Derby, Aprilia e Guzzi (già controllata di Aprilia).

 

Bei marchi, ma aziende sostanzialmente decotte per ristrutturare le quali sono stati necessari molti capitali e molta pazienza. Una qualità che i piccoli azionisti di Piaggio dovranno mostrare di avere ancora per qualche trimestre, nell’attesa che la rivoluzione “indo-cinese” di Roberto Colaninno dia finalmente i suoi frutti. O che qualche colosso delle due ruote non decida, prima o poi, di lanciare un’offerta sostanziosa per il marchio italiano.

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