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Economia

 

Pome

 

Di Andrea Deugeni
e Luca Spoldi

Come finirà tra Lvmh e Ppr, appena ribattezzata Kering, alle prese col tentativo di mettere le mani sul gruppo italiano di gioielli Pomellato (azienda proprietaria anche del marchio DoDo)?

Al gruppo francese guidato da Bernard Arnault, che un paio d'anni fa è già riuscito a rilevare il principale gruppo italiano di gioielleria, Bulgari, non mancano certo i mezzi per rilanciare rispetto al gruppo di Francois-Henri Pinault, che in Italia controlla già marchi come Gucci, Bottega Veneta e Brioni e che fino a pochi giorni fa pareva poter chiudere la partita prima di Pasqua.

Già si parla, anzi, di un assegno da almeno 300 milioni di euro che Lvmh sarebbe pronto a staccare, una cifra pari ad oltre 15 volte il margine operativo lordo di Pomellato (lo scorso anno pari a 22,5 milioni a fronte di un fatturato di 150 milioni e di un utile di 14,2 milioni), valutazione "ante-crisi" che non potrebbe che far gola agli azionisti di maggioranza, il fondatore Pino Rabolini e l'amministratore delegato (ed ex banchiere d'affari di Credit Suisse First Boston) Andrea Morante, che tramite la holding Ra.Mo. detengono il 79% complessivo del capitale del gruppo.

francois pinault

In realtà, secondo quanto risulta ad Affaritaliani, la trattativa tra Ppr e Pomellato si sarebbe arenata attorno ad uno scoglio che potrebbe creare qualche problema anche a Lvmh: la posizione della famiglia piemontese Damiani. Entrati nel capitale nel 2002 attraverso la holding Sparkling, tuttora socia al 18%, gli orafi valenzani hanno provato inutilmente a creare le condizioni per arrivare ad una fusione che desse vita a un polo italiano dell'oreficeria fortemente "valenza-centrico", fino a presentare a loro volta un'offerta per l'acquisto del 81% in mano a Rabolini e Morante (un ultimo 1% è in mano ai manager del gruppo).

Sempre i Damiani, secondo rumors circolati già due anni fa, avevano avuto contatti, tramite i buoni uffici di Mediobanca (all'epoca advisor degli italiani, nel frattempo divenuta consulente dei francesi) proprio con Pinault per l'eventuale cessione della propria quota al gruppo francese, che però non era apparso interessato ad una semplice partecipazione ma puntava, allora come ora, all'ampia maggioranza del capitale così da non aver intoppi nella gestione del gruppo.

I valenzani, insomma, sarebbero in ambasce: da un lato sanno che rimanere ancora un socio di minoranza rischia di non portare ad alcun risultato concreto né da un punto di vista industriale né finanziario, dall'altra sono tentati più che dai soldi dall'ipotesi di trovare un modo per avviare comunque quel disegno di espansione delle proprie attività su cui avevano puntato fin dall'inizio, facendo magari leva su maggiori aperture che potessero venire da Lvmh.

Così se Arnault facesse spazio ai Damiani, come già accaduto per Bulgari (i cui azionisti di controllo divennero dopo l'acquisizione i secondi più importanti soci di Lvmh dietro lo stesso Arnault), o accettasse di cedere in futuro asset in cambio del riacquisto della quota di minoranza, la partita potrebbe chiudersi con un risultato assai diverso da quello finora immaginato dal mercato.

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