Il mondo finanziario che va emergendo mese dopo mese dopo l'esplosione della peggiore crisi finanziaria ed economica del dopoguerra è sempre meno America-centrico. Molti i segnali di questa semplice verità che nei prossimi anni avrà verosimilmente ampie conseguenze sia sui portafogli degli investitori istituzionali di tutto il mondo sia sulla direzione dei flussi commerciali internazionali.
Da un lato la Cina e i principali paesi emergenti (India, Russia e Brasile) mostrano di reggere alla crisi molto meglio delle economie occidentali, puntando però non più solo sull'export (rivelatosi vulnerabile alla crisi mondiale) quanto alla domanda interna, dall'altro importanti fondi sovrani (l'ultimo in ordine di tempo è stato quello di Singapore, Tamesek Holding) stanno riorientando i propri investimenti e dopo il pesante scotto pagato per l'ingresso tardivo avvenuto in questi anni a valutazioni stratosferiche in "bei nomi" della finanza e dell'industria occidentale stanno disinvestendo preferendo concentrarsi sui colossi delle economie emergenti.
In mezzo al guado sembra restare la finanza islamica, di cui ancora poco si parla in Italia nonostante gli stretti rapporti del nostro paese con l'area medio orientale sia in termini politici sia economici. Per dire la verità la sensazione è che anche per i capitali islamici la crisi stia imponendo una seria riflessione sul modello da seguire. Se fino allo scorso anno le quotazioni alle stelle del petrolio avevano gonfiato le casse di stati e gruppi privati, ora con l'oro nero che oscilla tra i 50 e i 60 dollari al barile lo scenario è in rapida trasformazione, cosa che non sarà priva di conseguenze anche per gli investitori che vi avevano puntato.
Fa una certa impressione, ad esempio, leggere di una delle principali compagnie finanziaria del Kuwait, Investment Dar, che ha sospeso i pagamenti sul suo miliardo di dollari di debito (solo in parte rappresentato da sukuk, l'equivalente delle obbligazioni occidentali). La compagnia, che tra i suoi investimenti annovera anche quello nel produttore britannico di auto di lusso Aston Martin, per operare faceva finora ricorso a finanziamenti bancari a breve termine, prosciugatisi con la stretta creditizia in corso, oltre che ai sukuk.