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Economia
Quattrosoldi/ La “cura Yellen” non fa bene all’Italia

Di Luca Spoldi

La Federal Reserve fa capire che i tassi ufficiali, fermi da sei anni in prossimità dello zero, saranno alzati solo quando ci sarà un ulteriore miglioramento del mercato del lavoro e un ritorno del trend di crescita dei prezzi al consumo verso la soglia del 2%. Contemporaneamente, nell’aggiornamento trimestrale delle previsioni macroeconomiche e di tassi, la banca centrale Usa ha fornito un quadro distensivo, completando così un mix perfetto di accompagnamento non traumatico dei mercati verso la normalizzazione della politica monetaria.

Secondo Marco Vailati, responsabile ricerche e investimenti di Cassa Lombarda, gli impatti sul mercato “saranno di rettificare i recenti strappi”, con temporanei  storni “a vantaggio soprattutto dell’euro, ma con benefici anche per T-bond, azioni Usa, materie prime e yen e a scapito soprattutto del dollaro”. Un cambio drastico del quadro operativo dei mercati e la conferma che la ripresa mondiale è solida e produrrà effetti benefici anche per l’Europa? Non è detto, perché nella conferenza stampa successiva alla conclusione del comitato monetario (Fomc) il presidente Janet Yellen ha fatto capire che le probabilità di un rialzo dei tassi prima della fine dell’anno sono inferiori al 50% (mentre finora il mercato scontava un primo ritocco dello 0,25% già a giugno). Inoltre  “le altre banche centrali (Bce e BoJ) proseguiranno con il QE”.

Insomma: la “cura Yellen” è perfetta, o così pare, per i mercati americani e dovrebbe garantire a Wall Street di stabilizzarsi se, nel frattempo, gli utili cresceranno in linea o meglio delle attese. Ma non è detto serva all’Europa (o al Giappone), dove la ripresa resta timida e a macchia di leopardo a causa di una serie di carenze strutturali che vanno, nel caso italiano, dalla modesta redditività delle banche, alla crisi di domanda per beni e servizi accentuata dalla repressione fiscale voluta in questi anni dalla Ue sotto pressione della Germania per cercare di tenere in ordine i conti pubblici, su cui gravano circa 2.166 miliardi di euro di debito pregresso, pari a 1,32 volte il Prodotto nazionale lordo.

Dobbiamo dunque sperare che la “cura Draghi” funzioni meglio, se persino l’effetto positivo dei tassi pari a zero in termini di stimolo alla crescita è stato messo in forse negli Stati Uniti in questi anni? La sensazione è che cercare di curare una crisi di fiducia, ma anche di eccesso di indebitamento e di bassa redditività sia degli investimenti pubblici (che come ha ricordato di recente il Francesco Ramella, fellow dell’Istituto Bruno Leoni che di analisi costi/benefici delle “grandi opere” italiane, hanno distrutto anziché creare valore, con costi lievitati e benefici inferiori rispetto alle previsioni) sia di quelli privati, solo attraverso iniezioni di liquidità sia quanto meno parziale.

Fornire alle banche denaro “gratis” (nella terza Tltro alle banche italiane sono stati assegnati circa 32 miliardi di euro di liquidità  a 4 anni su 97,848 miliardi erogati, con un costo annuo dello 0,05%) consentirà loro di effettuare operazioni di carry trade ovvero di reinvestire tale liquidità in titoli di stato e sfruttare la differenza di rendimento, così come gli acquisti di bond sul mercato effettuati da Banca d’Italia e Bce nell’ambito del QE europeo consentiranno agli istituti di cedere i titoli medesimi con pingui plusvalenze. Il tutto dovrebbe consentire di “spesare” ulteriori svalutazioni e accantonamenti per rischi su crediti, ma finché la bomba delle sofferenze (a fine gennaio salita a 185,5 miliardi lordi, il massimo degli ultimi 19 anni, ovvero a 81,3 miliardi netti) non sarà rimossa con la cessione dei crediti deteriorati sul mercato, le banche non saranno in grado di contribuire alla ripresa.

Dall’altro lato del tavolo, finché la crisi della domanda interna non troverà soluzione, difficilmente le aziende chiederanno nuovi prestiti per investimenti o le famiglie per ulteriori consumi, dato che sia le prime sia le seconde adeguano le loro richieste di credito in previsione di futuri miglioramenti (o peggioramenti) della propria condizione economica. Riforme che agiscano dal lato dell’offerta, come il Jobs Act, possono migliorare la cornice di contorno, ma non modificano in alcun modo le prospettive della domanda e così la ricetta della grandi banche centrali occidentali tocca il suo limite nell’assenza di riforme strutturali in grado di far ripartire la domanda di beni e servizi. E in ogni caso in Italia, come in Europa e in Giappone, “una demografia stagnante, invecchiamento rapido, welfare pesante e riforme strutturali solo di facciata”, come nota anche Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners, rischiano di rendere vana l’attesa per una ripresa “virtuosa” che possa fare a meno di ulteriori dosi di QE che come dimostra il caso del Giappone “crea dipendenza, soprattutto nei più deboli”.

Operativamente il consiglio non può che essere quello di continuare a puntare sui titoli finanziari, più che sugli industriali e sui “ciclici” in genere, salvo effettuare periodicamente ribilanciamenti per prendere profitto o sfruttare qualche movimento di recupero dei secondi rispetto ai primi, come sembra prospettarsi nei prossimi mesi. Così se la vostra ottica è quella di fare trading da qui all’estate, potreste vendere titoli come Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca e Banco Popolare, che hanno già corso molto, magari mantenendo posizioni in nomi come Mps, Bper, Bpm e Carige, che da tempo sono stati individuati trai i possibili protagonisti della stagione di fusioni e acquisizioni che si preannuncia a breve in Italia, per puntare semmai su titoli come Telecom Italia, Prysmian, Pirelli o anche Eni, Enel e Saipem che potrebbero beneficiare della rotazione settoriale.

Se invece la vostra ottica è di medio-lungo termine, continuate pure a rimanere investiti nelle principali banche italiane, oltre che in società come Mediolanum, Fineco, Anima e Azimut, che oltre tutto dovrebbero beneficiare del graduale rientro dei capitali italiani finora detenuti illegalmente all’estero dopo la sigla degli accordi fiscali con Svizzera, Lusssemburgo e Montecarlo e la piena operatività della normativa sulla “voluntary disclosure”. Tra gli altri nomi di Piazza Affari meglio puntare su chi ha una parte rilevante del proprio fatturato all’estero, negli Usa e in Asia, come Fiat Chrysler Automobiles, o Campari.

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