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Economia
Reddito di cittadinananza, c’è spazio per un primo avvio

Incastrare le richieste di Lega e M5S per ritagliare una manovra che rispetti l’impegno, ribadito sia da Matteo Salvini sia da Luigi Di Maio, a non sforare i vincoli europei in termini di deficit non sarà facile per Tria, ma la sensazione è che alla fine prevarrà un senso di ragionevolezza da parte di entrambi i partiti. Il che significa che molte misure saranno introdotte in modo graduale e scaglionato nell’arco del triennio 2019-2021.

 

Il reddito di cittadinanza, in particolare, potrebbe vedere inizialmente il via libera alle pensioni di cittadinanza (innalzamento dell’assegno previdenziale a 780 euro lordi mensili per 5 milioni di cittadini italiani sotto la soglia di povertà), per un costo di circa 6 miliardi di euro, e alla riforma dei centri per l’impiego, per ultreriori 4 miliardi circa di costi di cui 2,5 miliardi già coperti da fondi europei e misure varate dai governi precedenti.

 

In tutto si arriverebbe a 10 miliardi di maggiore spesa, ben distante dai 16 miliardi ipotizzati nel caso di un varo dal primo gennaio del reddito di cittadinanza “tout court” a cui avrebbero potuto aver diritto 9 milioni circa di cittadini italiani. Quello che potrebbe partire da metà anno ed essere introdotto gradualmente (partendo dagli indigenti) nel caso non si trovino coperture a sufficienza.

 

Il problema resta infatti quello di trovare risorse non “una tantum” come sarebbe un condono fiscale (da cui potrebbero arrivare fino a 3-3,5 miliardi) o l’eventuale “tesoretto” dato dalla possibilità di ricorrere a maggior deficit per l’anno a venire (che potrebbe garantire fino a 8-9 miliardi di margine di manovra). L’ideale sarebbe procedere a una revisione della spesa pubblica, da cui secondo M5S potrebbero arrivare risorse sino a 30 miliardi, il problema è che anche i grillini mettono le mani avanti a ipotizzano che l’anno prossimo da quel fronte arriverà al massimo un miliardo, il resto si vedrà nel corso degli anni a venire.

 

Neppure l’ipotesi, avanzata da alcuni, di approfittare della revisione delle “tax expenditure” (deduzioni e detrazioni) sembra poter essere quella giusta per il reddito di cittadinanza: Salvini ha già fatto sapere, infatti, che deduzioni e detrazioni verranno sì sfrondate e ridotte, a partire dal “bonus 80 euro” voluto da Matteo Renzi e che ingessa di circa 9 miliardi l’anno il bilancio dello stato, ma che ciò avverrà di pari passo con la riduzione delle aliquote Irpef in direzione di una “flat tax duale” (con un taglio iniziale da 5 a 3 aliquote come tappa intermedia) così da non portare ad un incremento di tassazione per i redditi più bassi.

 

Ammesso e non concesso che gli 8-9 miliardi di maggior deficit possano essere destinati almeno per la metà a coprire il varo delle pensioni di cittadinanza e la riforma dei centri per l’impiego, il problema si porrà per trovare gli ultimi 7-8 miliardi di euro necessari. Difficile pensare che, come più volte ha indicato M5S, tali risorse potranno venire da gioco d’azzardo (da cui M5S ha ipotizzato di poter recuperare 1 miliardo tramite maggiore tassazione), banche e assicurazioni (2 miliardi tramite riduzione della percentuale di deducibilità degli interessi passivi), compagnie petrolifere (1,5 miliardi), grandi patrimoni (fino a 5 miliardi tramite riduzione delle tax expenditure) e da una riduzione dei costi della politica (da cui ci si aspetta 1 miliardo).

 

Il taglio dei costi della politica rientra tra le revisioni della spesa pubblica, quello delle tax expenditure è già stato “opzionato” dalla Lega, l’aumento della tassazione su banche e assicurazioni rischia di riverberarsi in un aumento dei tassi attivi (gli interessi pagati da famiglie e imprese su mutui e prestiti), quello sulle società petrolifere potrebbe portare a un incremento del costo industriale dei prodotti petroliferi (vanificando l’eventuale riduzione delle accise promessa dalla Lega), la maggiore tassazione del gioco d’azzardo rischia di aprire spazi alla criminalità organizzata.

 

A voler essere ottimisti il sentiero per varare il reddito di cittadinanza è stretto e accidentato, con la sola nota positiva che anche con un disavanzo del 3% l’Italia si ritroverà nel 2019 allo stesso livello della Francia e poco peggio della Spagna, nonché con un disavanzo pari a meno della metà di quello degli Stati Uniti. Non solo: il rapporto debito/Pil è destinato a ridursi sia pure moderatamente, grazie all’ulteriore calo del costo medio del debito.

 

La Commissione Ue, insomma, non ha interesse né motivo per fare guerra all’Italia e dunque il “tesoretto” che Bruxelles consentirà al governo Conte di utilizzare sarà più che sufficiente per un primo assaggio di reddito di cittadinanza incluso. Per il resto si procederà compatibilmente all’emergere di nuove coperture, sempre che non servano a garantire il congelamento dell’aumento dell’Iva e la riduzione delle aliquote fiscali.

 

 

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