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Economia
Rete unica Tim-Open Fiber? Raggiunti i 3/4 delle abitazioni

L’idea sembra piacere molto al governo Conte: creare un gestore unico della rete a banda larga che possa vedere una significativa presenza pubblica attraverso la partecipazione di Cassa depositi e prestiti al progetto. Come? Arrivando a uno scorporo delle reti 4G e in fibra di Telecom Italia, da far confluire in una “casa comune” con quelle di Open Fiber. Ma quali sarebbero i “numeri” di un simile nuovo soggetto economico e quali gli impatti anche in termini occupazionali?

 

Tim parte da una copertura in ultrabroadband fissa dell’80%, con circa 19,4 milioni di abitazioni collegate Fttc (nella quale la fibra arriva alla cabina, collegata alle abitazioni dalla vecchia rete Adsl in rame) da 200-300 Megabit al secondo, oltre che da una copertura di oltre il 98% per la rete Lte (4G) da 100 Megabit al secondo.

 

Le due infrastrutture sono già in corso di rinnovamento: quella fissa sta passando alla tecnologia Ftth (con la quale la fibra arriva fino all’abitazione) da 1.000 Megabit al secondo, quella mobile sta passando allo standard 4.5G (tra i 500 e i 1.000 Megabit al secondo a seconda delle singole città), in vista dell’arrivo del 5G, in corso di installazione a Torino e a San Marino. Per la rete Ftth siamo attualmente a 116 località servite contro le 2.395 in Fttc, per la 4.5/5G a 12 città (contro 1.524 in 4G).

 

Nel piano DigiTim il gruppo ha poi previsto di investire, nel triennio 2018-2020, 9 miliardi di euro per lo sviluppo ulteriore dell’ultrabroadband, così da avere a fine piano per la sola rete fissa oltre 5 milioni di utenze consumer e circa 3 milioni wholesale (ossia affittate ad altri operatori). A fine settembre erano già collegati in fibra 1,92 milioni di utenze wholesale e 2,99 milioni di utenze consumer.

 

Da parte sua Open Fiber opera su due fronti: da un lato sta sviluppando, con investimenti esclusivamente a carico dell’azienda, una rete in fibra in modalità Ftth nelle aree a successo di mercato dove risiede il 60% della popolazione, dall’altra si è aggiudicata i bandi Infratel (società del Ministero per lo sviluppo economico) in aree “a fallimento di mercato”, ossia piccoli comuni e aree rurali, per la realizzazione, gestione e manutenzione di una rete in banda ultralarga di proprietà pubblica.

 

Tale rete sarà per la maggior parte in modalità Ftth e in parte residuale in Fwa (Fixed wireless access). In questo caso le località da raggiungere saranno in tutto 6.753 comuni. Si noti che OF ha già completato la dorsale Zion: 6.300 km di fibra ottica che può trasmettere a 200 Gigabit al secondo (con la possibilità di arrivare sino a 400 Gigabit) dal Nord al Sud Italia.

 

Nelle aree a successo di mercato Open Fiber ha avviato la commercializzazione del servizio in 60 città avendo cantieri aperti in altre 100 città e l’obiettivo di raggiungere, entro il 2023, 271 città in tutto per un totale di 9,5 milioni di abitazioni collegate. Nelle aree a fallimento di mercato sono già stati aperti 900 cantieri da inizio 2018 (saliranno a 1.000 entro fine anno), con l’obiettivo di arrivare a collegare 9,3 milioni di abitazioni.

 

Il piano di investimenti di Open Fiber è pari a 6,5 miliardi di euro in totale, ha già creato 750 posti di lavoro in azienda (ma si calcola di arrivare a mille), oltre a 12 mila nell’indotto in tutto il territorio italiano (al momento per Open Fiber lavorano oltre 200 aziende e ditte italiane). Ipotizzando dunque che le offerte di Tim e OF siano del tutto complementari, da un matrimonio delle due infrastrutture nascerebbe un colosso in grado di collegare in pochi anni fino a 26,8 milioni di abitazioni a banda larga (su circa 35 milioni di abitazioni esistenti in Italia).

 

Non essendo ancora chiaro né i tempi né le modalità dell’eventuale fusione (con eventuale accollo di una parte del debito al momento in capo a Tim, pari a fine settembre a 25,2 miliardi netti in tutto) tre le attività della fibra di Tim e di Open Fiber, è invece possibile al momento valutare l’impatto che il nuovo soggetto economico potrà avere in termini occupazionali, eppure secondo stime del Sole 24 Ore sarebbero a rischio 20 mila lavoratori, mentre voci di mercato alzano l’asticella dei potenziali esuberi fino a 30 mila.

 

Lavoratori, aveva lasciato intendere l’ex amministratore delegato Amos Genish (appena “licenziato” dal Cda di Tim) senza fornire cifre, la cui permanenza in Tim era legata al mantenimento del controllo della rete ma che potrebbero, oppure no, passare con la stessa sotto il controllo del nuovo soggetto economico. Qualcosa di più dovrebbe potere emergere entro fine anno quando l’Agcom guidata da Angelo Cardani annuncerà l’esito della consultazione per l’accesso all’ingrosso della rete, elemento cardine per esprimere una valutazione della rete di Tim.

 

Resterà poi da capire se Enel (i cui vertici sono più volte apparsi critici in merito all’ipotesi di un “matrimonio” Tim-OF) entrerà nel nuovo “gestore unico della fibra” o sarà sostituito da un altro soggetto (si è fatto il nome del fondo infrastrutturale F2i) e che fine farà Sparkle e la relativa rete, da cui passano informazioni “sensibili” per tutelare le quali il governo si è già detto pronto a usare il golden power.

 

 

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