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Economia
Spagna e Francia alla guerra del deficit. Germania alle prese con le pensioni

Per i mercati finanziari europei sta per aprirsi un mese molto delicato: entro il 15 ottobre, infatti, i singoli stati dovranno inviare i budget di bilancio in Commissione Ue, inaugurando la sessione di bilancio che vedrà entro fine novembre la stessa Commissione Ue fornire le sue raccomandazioni in vista dell’approvazione definitiva dei bilanci stessi da parte dei singoli parlamenti nazionali entro fine anno.

Se il mutamento di toni da parte degli esponenti del governo Conte riguardola futura manovra sembra aver calmato i timori più forti che avevano penalizzato titoli di stato e borsa italiana in agosto (siamo del resto passati dalla promessa di misure che nel loro insieme avrebbero potuto portare ad un maggiore deficit pari a circa l’8% del Pil all’impegno a non sforare il tetto del 3%), sotto i riflettori finirano inevitabilmente anche i principali partner europei, a partire dalla Spagna, dalla Francia e dalla Germania.

In Spagna, ad esempio, il governo di minoranza guidato dal premier socialista Pedro Sanchez ha già comunicato a Bruxelles che non riuscirà a centrare l’obiettivo di un deficit pari al 2,2% del Pil e punta anzi a ottenere un 2,7%. Rinunciare ad alcuni tagli alle spese non garantirà comunque l’approvazione del budget, così Sanchez sta trattando con Podemos per ottenerne l’appoggio “trasvesale”, promettendo in cambio un incremento della tassazione sulle medie e grandi imprese, una stretta antievasione e un prelievo sulle banche. 

In aggiunta le accise sui diesel verrebbero alzate sino al livello di quelle sulla benzina e il gettito (stimato in 2,1 miliardi di euro) andrebbe a finanziare la lotta al cambiamento climatico. Si discute anche della possibilità di introdurre una tassa sulle società di e-commerce calcolata sulla base del fatturato, una misura che pare fatta apposta per colpire Amazon e i grandi colossi mondiali dell’e-commerce senza pesare troppo sugli operatori più piccoli.

In Francia il presidente Emmanuel Macron deve cercare un difficile equilibrio tra la promessa di sostenere il mercato del lavoro attraverso tagli alle tasse per imprese e lavoratori e la necessità di imporre tetti alle pensioni e ad alcuni benefici per limitare il deficit. Il fatto che non si parli più di una riduzione del peso del fisco per le aziende sta alienando il supporto che inizialmente Macron aveva ricevuto dagli imprenditori transalpini proprio in un momento in cui, dopo un’ondata di scioperi vista negli ultimi mesi, il confronto imprese-sindacati sembra destinato ad arrivare al culmine l’anno prossimo, quando si dovrà valutare la riforma delle pensioni e dell’assicurazione contro la disoccupazione.

Non aiuta Macron la prospettiva di una crescita che il prossimo anno potrebbe rivelarsi più debole delle previsioni (Pil a +1,7% contro il +1,9% indicato in aprile è la previsione formulata in una recente intervista dal ministro dell’Economia, Edouard Philippe). Alla fine il deficit per la Francia potrebbe anziché ridursi al 2,3%, risultare attorno al 2,6% del Pil quest’anno (come nel 2017) e risalire attorno al 3% l’anno venturo.

Con un bilancio che chiude da cinque anni in surplus (nel primo semestre dell’anno il surplus è salito anzi a 48,1 miliardi di euro, un record storico) il governo di Angela Merkel in Germania ha sicuramente più ampi margini di manovra. Anche così mentre il ministro delle Finanze e vicecencelliere Olaf Scholz (Spd) non fa mistero di puntare a garantire la stabilizzazione delle pensioni fino al 2040, il cancelliere Angela Merkel (Cdu) finora si è detta contraria alla proposta. 

Lo stesso Scholz, succeduto all’arcigno Wolfgang Schaeuble, sa del resto che la lista delle spese tende a rivelarsi ogni anno più consistente delle pur ingenti risorse a disposizione: con Donald Trump che continua a tuonare contro le esportazioni tedesche e allo stesso tempo a chiedere a Berlino che faccia salire, in linea con gli obiettivi fissati per i paesi Nato, la sua spesa per la Difesa almeno al 2% del Pil, alla fine i soldi per riformare le pensioni in senso più favorevole ai pensionati potrebbero non bastare.

Luca Spoldi

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