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Economia
Spread, il conto da 26 miliardi è servito. Le più colpite? Mps e Cattolica
Foto IPA

Lo spread Btp-Bund è sempre più il termometro dello stato di salute di banche e assicurazioni italiane: ogni volta che lo spread sale, i titoli finanziari quotati a Milano scendono e viceversa. Sullo spread stesso continua a pesare il rischio politico ed in particolare la scarsa per non dire nulla visibilità che tuttora grava sulla prossima legge di bilancio, col ministro dell'Economia Giovanni Tria che ribadisce che l’Italia terrà fede ai patti, dunque manterrà i conti pubblici in ordine nonostante i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio continuino a parlare di provvedimenti del costo di decine di miliardi di euro per i quali non sono state ancora indicate le coperture.

mps
 

Dell’incertezza si nutrono i trader che preferiscono alleggerire le posizioni sui titoli di stato italiani, dopo gli anni “grassi” della lunga discesa dei tassi pilotata anche dall’azione della Bce, azione che a sua volta sta per esaurirsi con la conclusione, a fine anno, degli acquisti di bond sul mercato da parte di Eurotower. Così stamane lo spread è arrivato a toccare il 2,7% prima di ridiscendere appena sotto il 2,55%, comunque in rialzo rispetto al 2,50% visto ieri sera in chiusura di giornata.

Ma perché e chi tra banche e assicurazioni quotate a Piazza Affari (di cui contribuiscono non poco a costituirne la capitalizzazione) deve temere maggiormente il “mal di spread”? Visto che i tassi sui titoli di stato tedeschi sono ormai tendenzialmente stabili o in leggerissima risalita, uno spread in crescita significa un rendimento più elevato per i Btp italiani, cosa positiva per chi deve investire liquidità ma negativa per chi in portafoglio ha già decine di miliardi di euro di titoli il cui prezzo in borsa scende (perché essendo il tasso fisso ogni volta che i tassi di mercato salgono l’unico modo per ottenere un rendimento omogeneo è di veder scendere il prezzo pagato per i titoli emessi in precedenza, con cedola inferiore ai livelli correnti).

marco morelli
 

La reginetta di Wall Street Goldman Sachs ha calcolato che Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper Banca, Ubi Banca e Mps detengono ancora 90 miliardi di Btp complessivamente, pur se chi può ha venduto ancora nel secondo trimestre (a fine marzo nei portafogli di tutte le banche italiane c’erano circa 246 miliardi di Btp, secondo dati Bankitalia, già in calo rispetto ai 290 miliardi di un anno prima) per cercare di limitare l’esposizione al “rischio Italia”.

Intesa Sanpaolo tra aprile e giugno ha ridotto da 29,9 a 28,4 miliardi i Btp in portafoglio, Ubi Banca è scesa da 10,4 a 9,9 miliardi, Banca Carige li ha mantenuti attorno a 1,3 miliardi, Unicredit farà sapere il 7 agosto come è andata (a fine marzo in portafoglio c’erano 51,3 miliardi di titoli di stato italiani), mentre in serata Banco Bpm dettaglierà a sua volta i conti (si parte da 19 miliardi di Btp in portafoglio a fine marzo).

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In controtendenza Mps, che principalmente per via dell’attività di primary dealer di Mps Capital Services ha visto risalire a 8,7 miliardi i Btp in portafoglio a fine giugno. Ma oltre che sulla gestione finanziaria, il peggioramento dello spread ha un impatto negativo anche sugli indici di solidità patrimoniale (Cet1 per le banche, Solvency II per le assicurazioni), anche se rispetto alle previsioni sembra essere andata meno peggio del temuto, con poche eccezioni a partire proprio da Mps, il cui Cet1 ratio si è ridotto dall’11,7% di fine marzo al 10,6% a giugno (passando da 8,9 a 8,4 miliardi), secondo Goldman Sachs in gran parte proprio per l’effetto-spread che dovrebbe aver pesato per circa uno 0,82%.

Paolo fiorentino banca carige ape
 

La stessa Intesa Sanpaolo pur vedendo salire il Cet1 al 13,6% ha scontato un effetto negativo legato allo spread pari allo 0,35% (minore dello 0,39% stimato da Goldman Sachs), Ubi Banca ha visto scendere l’indicatore dall’11,64% di fine marzo all’11,42% (anche in questo caso meno del -0,61% temuto da Goldman Sachs), Banca Carige se l’è cavata con una lieve riduzione dal 12% all’11,8% grazie al ricavato della cessione della piattaforma Npl.

Sul fronte assicuraivo Cattolica Assicurazioni ha invece segnalato che l’indice Solvency II è calato di 39 punti base dal 199% al 160% sempre a causa dello spread, e l’amministratore delegato Alberto Minali ha dovuto ammettere che l’impatto dell’allargamento dello spread “è stato significativo sulle nostre posizioni di capitale, è stato di oltre 30 punti, quasi 40”.

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Al contrario Generali, che pure detiene 60 miliardi di Btp, non sembra aver risentito del rischio-spread anche grazie al “tesoretto” di 1,5 miliardi accumulato tramite cessione di asset non strategici; il direttore finanziario uscente, Luigi Lubelli, ha tuttavia ammesso: “C’è una sensibilità del Solvency ratio agli eventi di mercato”.

Volendo tirare le somme, a quanto ammonta dunque l’effetto negativo di un rincaro dello spread, che rispetto a 3 mesi fa stasera vale 133 punti base (l’1,33% in più)? Impossibile indicare la cifra esatta, perché occorrerebbe sapere nel dettaglio la composizione del portafoglio, per durata, di tutti gli istituti e compagnie assicurative italiane.

Philippe Donnet
 

Dato però che il titolo guida del mercato è il Btp decennale, che ha una duration oscillante di circa 6,7 volte, si può stimare una perdita di circa 8 miliardi di valore per i Btp in portafoglio solo ai maggiori istituti italiani, ovvero di oltre 26 miliardi “spalmati” tra tutte le banche e assicurazioni d’Italia. Capitali sottratti, evidentemente, alla gestione ordinaria, ma anche a possili acquisizioni a sostegno di una ridefinizione dei modelli di business che se le incertezze politiche proseguiranno sarà sempre più difficoltoso portare avanti.

Luca Spoldi

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