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Economia
Telecom Italia ancora in rosso, ecco il male oscuro

Telecom Italia ancora in rosso, ecco il male oscuro

Seduta negativa per il titolo Telecom Italia/Tim, che cede un altro 2,75% in borsa chiudendo a 61,46 centesimi per azione, con quasi 103 milioni di titoli passati di mano. Rispetto agli 88 centesimi toccati lo scorso 10 aprile, il calo è del 30%, mentre rispetto ai primi di marzo, ossia quando il fondo Elliott di Paul Singer iniziò ad accumulare titoli (fino ad arrivare all’attuale 8,85%) il calo è leggermente inferiore ma cospicuo: -17%.

Qual è il male oscuro dell’ex monopolista telefonico italiano, che poco più di un anno fa, il 16 maggio 2017, in borsa era riuscito a risalire a 91,45 centesimi, quotazione comunque ancora distante dagli 1,31 euro toccati il 30 ottobre 2015, per non dire dal picco di 3,19 euro per risalire al quale occorre tuttavia tornare all’ormai lontano 21 gennaio 2005?

Contro il titolo giocano più fattori, di breve e di lungo periodo. A breve termine la battaglia per il controllo del Cda che ha portato, nell’ultima assemblea societaria, ad un ribaltone (coi rappresentanti del fondo che si sono aggiudicati 10 delle 15 poltrone in palio, grazie anche al sostegno dato da Cdp, socia al 4,26%, dai fondi e dai piccoli azionisti, contro i 5 di Vivendi), appare concluso.

Difficile immaginarsi come Vivendi, pur titolare di un 23,94%, possa provare a ribaltare nuovamente la situazione e dunque l’appeal speculativo che aveva consentito tra febbraio e maggio di vedere un rialzo di quasi il 35% è venuto meno, inducendo chi aveva un profitto a portarlo a casa vendendo il titolo. In più l’attuale situazione che vede un Cda dominato da Elliott ma il Ceo, Amos Genish, che di fatto è stato voluto direttamente da Vincent Bolloré, patron di Vivendi, è a dir poco tesa in termini di governance.

Genish stesso ha dichiarato, sibillino, che “nel Cda di Tim c’è chi lavora contro l’azienda ed è molto indaffarato a diffondere congetture, voci false o poco attendibili (il manager si riferiva a voci di una sua possibile uscita dal gruppo, ndr), che mettono a repentaglio le azioni del management, minando la capacità di Tim di raggiungere i suoi obiettivi ambiziosi”. Genish, ex ufficiale dell’esercito israeliano, ha già garantito “che nessuna di queste interferenze mi scoraggia o mi intimidisce”, ribadendo inoltre “tutto il mio impegno per rimanere alla guida di Tim e traghettarla fino al 2020”, ma qualche investitore appare più prudente al riguardo.

Anche perché c’è già un precedente, quando nel 2013 venne indagato per insider trading l’allora consigliere Elio Catania, reo di aver rivelato al giornalista Rosario Dimito (a sua volta indagato) una serie di informazioni riservate (come l’andamento del fatturato) in un momento delicato che vedeva in atto il riassetto tra gli azionisti del socio di controllo Telco (Telefonica, Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Generali) e mentre la società rischiava il declassamento del debito. Un’indagine partita proprio dall’esposto presentato in Procura dal presidente del Cda di Tim, Franco Bernabè.

Il problema del debito continua poi a gravare sul gruppo: al 31 marzo l’indebitamento lordo rettificato era pari a 29,6 miliardi, in calo rispetto ai 31,1 miliardi di tre mesi prima ma sempre a livelli molto elevati, forse troppo se realmente Tim dovesse finire con lo scorporare e cedere la rete (tanto che lo stesso Bernabè in un’audizione al Parlamento aveva sottolineato come l’operazione fosse virtualmente impossibile senza l’accordo dei detentori del debito di Tim, di fatto garantito proprio dalla proprietà della rete).

Questo perché lo scorporo e la successiva cessione comporterebbe, verosimilmente, una svalutazione degli asset da cedere, ovvero lo sviluppo di una nuova rete concorrente (ipotesi che ugualmente farebbe calare il valore dell’infrastruttura esistente). Se a questo si aggiunge che, come hanno fatto notare alcuni investitori professionali come i gestori di Hedge Invest, le banche centrali, Federal Reserve e Bce in testa, sembrano voler accelerare sulla strada della “normalizzazione” della politica monetaria, ponendo definitivamente fine all’epoca del denaro facile e a basso costo, è chiaro che il debito resta “il” problema a cui Genish dovrà dare una risposta, accanto a quella di cercare di garantire un flusso di investimenti adeguato per sostenere la redditività futura del business.

Più a lungo termine, il settore telefonico sia fisso sia mobile è ormai più che maturo, caratterizzato da una redditività strutturalmente decrescente, con poche o nessuna possibilità per Tim di recitare il ruolo di polo aggregante. Resta così solo l’ipotesi di una cessione degli ultimi asset di pregio, come Tim Brasil, o del passaggio del controllo a un gruppo di maggiori dimensioni, ipotesi però che incontra ostacoli politici come ha già sperimentato sulla propria pelle lo stesso Bollorè.

Finché tutti questi interrogativi non troveranno una soluzione, possibilmente positiva, l’andamento del titolo Tim in borsa resta esposto non solo alla crescente volatilità dei mercati ma anche ai timori che gli investitori potranno di volta in volta valutare più o meno concreti. Il male oscuro di Telecom Italia/Tim, dunque, appare almeno in parte strutturale e difficilmente superabile.

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