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Economia
UniCredit-Commerz, tutti i dubbi. E per il mercato la fusione si fa al 20%

La linea di Jean Pierre Mustier è sempre stata chiara. Almeno nel breve, fino cioè alla presentazione del nuovo piano industriale, il 3 dicembre. La strategia di UniCredit è quella della crescita organica, anche perché le fusioni cross-border fra banche europee sono difficili. Il tema Commerzbank però continua a tener banco sul mercato, dove i dubbi su una eventuale operazione straordinaria in terra tedesca, però, continuano a zavorrare il titolo di Piazza Gae Aulenti che oggi in Borsa, pur salendo dell'1,7%, è rimasto un passo indietro nella batteria dei bancari, anche se l'istituto nei giorni scorsi ha emesso un comunicato per ribadire di essere concentrata sull'elaborazione del nuovo piano.

1q19 Unicredit
 

L'istituto ha inoltre smentito di aver firmato un mandato a Lazard e Jp Morgan per studiare il deal e fare lobbying nei confronti del governo di Berlino che ha in portafoglio il 15,7% del capitale dell'istituto teutonico. Se Mustier decidesse di riaprire per il triennio 2020-2022 il capitolo Commerzbank (che in passato UniCredit ha analizzato più volte) la strada per la più europea delle banche italiane sarebbe comunque molto in salita.  

E' vero che i due gruppi hanno una buona compatibilità industriale (forte nel corporate UniCredit, ben posizionata invece nell'asset management e nella clientela retail Commerzbank), territoriale con la controllata Hvb e l'integrazione svilupperebbe importanti sinergie di costo, soprattutto dal punto di vista del funding per la riduzione dell'esposizione al rischio Italia, ma le difficoltà per il bis di UniCredit in terra tedesca (e non solo) sono molte. 

commerzbank
 

La prima sono i sindacati teutonici, gli stessi che hanno inciso molto nel naufragio delle nozze con Deutsche Bank e stakeholder di riferimento che siedono nel consiglio di sorveglianza di Commerz, l'organo di controllo della banca. Il 21 maggio, martedì prossimo, è prevista una riunione straordinaria del consiglio perché i membri vogliono capire i prossimi passi del Ceo Martin Zielke dopo il tramonto a fine aprile dell'operazione caldeggiata dall'esecutivo Merkel.

"Prima di fonderci con gli italiani, scorrerà molto sangue", aveva dichiarato al giornale tedesco Handelsblatt Stefan Wittmann, portavoce del sindacato Verdi a proposito delle presunte ambizioni di UniCredit, consapevole che come nel caso di Deutsche Bank, l'operazione comporterebbe piani di riduzione del personale, che nel caso della fusione fra le due banche tedesche era stata stimata a 30 mila posti di lavoro. E non a caso oggi Mediobanca Securities invita il gruppo italiano a cautela in un report in cui cita Cat Stevens nella sua famosa canzone Father and Son ("It's not time to make a change, just relax and take it easy") spiegando che in caso di M&A alla voce sinergie di costo ci sarebbe anche una riduzione dei dipendenti del 15%.

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In più, secondo lo stesso Wittmann, un modello possibile di fusione con una banca straniera dovrebbe prevedere la conservazione del marchio Commerzbank e lo spostamento in Germania della sede da parte della banca acquirente. Condizioni queste che, secondo alcune letture, potrebbero trovare l’interesse dell'altra concorrente sul dossier ovvero Ing che avrebbe dato già rassicurazioni su entrambi i fattori.

E qui arriva l'altra difficoltà di UniCredit: i numerosi concorrenti che hanno già messo gli occhi sul gruppo tedesco. Squadra di corteggiatori che, secondo i rumors, oltre agli olandesi di Ing (la banca come advisor avrebbe arruolato la boutique newyorkese Perella Weinberg Partner e avrebbe promesso inoltre di effettuare un numero ridotto di tagli ai dipendenti rispetto alla diminuzione drastica di 30 mila persone, oltre il 20% del totale) annovera anche la francese Bnp-Paribas e il colosso spagnolo Santander. In più, secondo alcuni banchieri, la rottura con Deutsche Bank è da leggersi più come una ritirata tattica in vista delle elezioni europee più che un dietrofront definitivo. 

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La politica sia tedesca che italiana infatti è l'altro fattore ostativo di UniCredit-Commerz. Berlino, che dovrebbe far digerire al sistema tedesco, compresi i media da sempre iper-critici nei confronti del nostro Paese, un'acquisizione da parte di un gruppo italiano (che vale più del doppio in market-cap: 24 miliardi contro 9,5%), avrebbe il doppio problema di gestire le eccedenze di personale, difficili da mandar giù per le associazioni di rappresentanza dei lavoratori e dovrebbe fronteggiare le critiche per un'operazione che comporterebbe l'assunzione di rischi per Commerzbank per un bilancio che ha al proprio interno 54 miliardi di Btp (per questo Mustier ha accelerato sulla riduzione?), titoli su cui al momento sui mercati è tornata a tirare una brutta aria. 

Infine, dopo la cessione di Pioneer e Fineco, asset strategici per un Paese perché gestiscono il risparmio degli italiani, cosa direbbe la politica sovranista tricolore di fronte ai rischi di un'operazione che potrebbe portare il baricentro di UniCredit verso la Germania sia in termini di impieghi, ricavi e di controllo della catena finanziaria che da Piazza Gae Aulenti arriva fino alle Generali di Trieste, passando per Mediobanca, con oltre 115 miliardi di Btp complessivi in portafoglio? Si vocifera che il dossier sia già arrivato sui tavoli dei Palazzi romani, allarmati per i rumors e che si attenda la fine delle elezioni per vederci chiaro. 

Intanto, anche alcuni gli analisti finanziari manifestano delle perplessità sul deal, spiegando che non sarebbe affatto facile per UniCredit digerire la banca tedesca. Tutti fattori che hanno spinto oggi Citigroup ad abbassare al 20% la possibilità di realizzazione dell'operazione.

twitter11@andreadeugeni

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