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Economia
UniCredit, vendita di Yapi e fusione con blitz: le scommesse del mercato

Unicredit spumeggiante a Piazza Affari, dopo la decisione “presa dal nostro Cda all’unanimità” come ha tenuto a precisare l’amministratore delegato Jean-Pierre Mustier, di uscire del tutto da Mediobanca cedendo l’8,4% ancora detenuto nel capitale di Piazzetta Cuccia per 785 milioni, pari a 10,53 euro per azione (contro un valore di carico di 9,89 euro). La cessione giunge dopo quelle di Pioneer, Bank Pekao e FinecoBank e ridisegna ulteriormente il perimetro di attività di una banca che Mustier vuole dotare di una holding a cui faranno capo le attività estere ma che sarà basata in Italia e non sarà quotata.

Dopo l’annuncio tra gli analisti italiani è sorta immediatamente una domanda, che infatti è stata posta allo stesso Mustier nella conference call a commento dei risultati dei primi nove mesi: la stessa sorte toccherà alla partecipazione del 40,95% nel capitale dell’istituto turco Yapi Kredi? L’ipotesi non è così remota, visto che qualche settimana fa proprio Unicredit aveva reso noto di aver avviato discussioni con la famiglia Koch finalizzate a rivedere termini del patto di sindacato che oggi vincola l’80% di Yapi Kredi.

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Mustier non ha risposto direttamente, limitandosi a ribadire che il gruppo è presente al momento in 14 paesi e “per aspetti diversi consideriamo strategici tutti quelli in cui lavoriamo. Siamo felici di essere lì” (in Turchia) ha concluso il manager, che però non sembra aver convinto gli analisti, ancora convinti che il gruppo possa annunciare ancora prima della presentazione del nuovo piano strategico “Team23” (attesa il 3 dicembre) non solo lo scioglimento degli accordi su cui si basa al momento la governance della banca turca, ma anche la vendita totale della partecipazione.

Se nel caso delle cessioni fin qui realizzate Mustier ha da un lato fatto cassa rafforzando i requisiti patrimoniali di Unicredit per consentire alla banca di proseguire nel derisking e mettere fieno in cascina a fronte di eventuali nuovi shock di sistema, dall’altro ha rinunciato al contributo positivo a ricavi e utili dati da attività ancora interessanti. Ma nel caso di un’uscita dalla Turchia i vantaggi potrebbero essere superiori alle rinunce.

Torre Unicredit 1 APE
 

Quando nel 2005 venne raggiunto l’accordo tra il gruppo italiano e Koç Group (la maggiore holding turca che fa capo all’omonima famiglia operante dall’automobile all’energia, dalle costruzioni ai servizi finanziari) per il controllo congiunto di Yapi Kredi, a capo della banca italiana c’era ancora Alessandro Profumo, l’acquisizione della tedesca Hvb e a cascata dell’austriaca Bank Austria Creditanstalt doveva ancora essere completata (venne conclusa il 24 novembre di quell’anno) e i negoziati tra Ankara e Bruxelles per l’adesione della Turchia alla Ue erano ai blocchi di partenza (furono avviati il 3 ottobre).

Acquisita sulla base di una valutazione del 100% di 2,05 miliardi (cui vanno sommati i 656 milioni della ricapitalizzazione dello scorso anno), il valore di libro di Yapi Kredi risultava a metà 2018 attorno ai 2,5 miliardi di euro a fronte di una capitalizzazione di soli 1,5 miliardi, mentre oggi capitalizza in borsa l’equivalente di oltre 3,3 miliardi di euro. L’uscita di Unicredit potrebbe dunque avvenire senza danni per i conti, eliminando al contempo l’esposizione al rischio legato all’andamento molto volatile della lira turca (che lo scorso anno portò ad una svalutazione di 846 milioni di euro nel bilancio della banca italiana).

Mustier
 

Liberarsi di Yapi Kredi consentirebbe inoltre a Unicredit di far risalire il Cet1 (12,6% a fine settembre) di circa 30 punti base, sganciando l’istituto da un’economia che secondo il Fondo monetario internazionale potrebbe vedere quest’anno il Pil calare del 2,5% a fronte di un’inflazione del 17,5% e di una disoccupazione che a fine 2018 ufficialmente era ancora pari al 12,7%. Senza contare che il 2020 si preannuncia altrettanto problematico per Ankara, che vedrà scadere 170 miliardi di dollari di debito estero, che andranno rinnovati per evitare al paese di piombare in recessione ancora più di quanto non sia al momento.

Ridefinito il perimetro industriale e ripulito a fondo il bilancio Mustier oltre a cercare di rafforzare ulteriormente la redditività in Italia potrebbe finalmente trovare lo spazio per guardare a quella fusione “cross border” in direzione della Francia (la suggestione resta un’integrazione con Societe Generale, 24,25 miliardi di capitalizzazione) o della Germania (magari tornando a fare avances a Commerzbank, 7,25 miliardi di capitalizzazione). Ipotesi che però Mustier continua a smentire, anche oggi in call: nonostante l’Europa abbia “bisogno di banche più grandi” il manager non vede acquisizioni “in questo momento” tra l’altro a causa delle basse valutazioni degli istituti e dei requisiti di capitale che sarebbero richiesti in caso di fusioni. 

Prende così quota l’ipotesi alternativa di un buy-back: “Siamo aperti alla possibilità” - ha ammesso Mustier in conference call sottolineando come “quello che funziona molto, molto bene è riacquistare azioni a sconto sul patrimonio netto tangibile”, specie visto che da contatti con la Banca centrale europea è emerso, ha aggiunto il banchiere, che il regolatore sarebbe disposto ad autorizzare buy-back quando una banca ha sufficiente capitale.

Guarda caso il patrimonio netto tangibile di Unicredit a fine giugno era pari a 43,9 miliardi, contro i 28,5 miliardi che Unicredit capitalizza in borsa, mentre il Cet1 (il capitale di migliore qualità) era a fine settembre già pari al 12,6%, con un Npe ratio (rapporto tra crediti deteriorati e impieghi) ormai calato al 5,7%, il migliore tra le banche italiane, rispetto al 15% che Mustier aveva trovato al suo arrivo ai vertici del gruppo.

Nonostante l'indirizzo preannuniato dal banchiere, il mercato, fanno notare alcuni analisti, continua però a scommettere sull'annuncio di una fusione messa a segno dopo aver tirato a lucido e preparato la banca ad esercitare il ruolo di predatore. Con un blitz, proprio come fatto con Mediobanca o Fineco, in cui pare che il banchiere francese prima di dire addio alla banca di Foti vendendo l'ultimo 18,3% non abbia nemmeno avvisato il Ceo

 

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