UniCredit/ Se Profumo scoppia come la rana di Fedro

Martedì, 21 settembre 2010 - 22:10:00
Di Andrea Deugeni

profumoooooo

Per il post-Alessandro Profumo in Unicredit "abbiamo scelto una soluzione istituzionale", come quando in politica si chiama a guidare il governo "il presidente del Senato o il presidente della Camera", solo che in questo caso "il presidente del Senato è il presidente della banca", cioè Dieter Rampl. Le parole del presidente della Fondazione Bds Giovanni Puglisi arrivate al termine di una lunghissima giornata per gli assetti del vertice di UniCredit confermano, come nei mesi scorsi qualche commentatore aveva sottolineato, la fiducia di cui il banchiere di Monaco di Baviera, l'ex Hvb che nel 2005 ha risollevato le sorti del suo istituto portando a termine la fusione con la banca di Profumo, gode presso il vasto azionariato transnazionale di UniCredit.

La scelta del Cda, anche se l'incarico di Rampl sarà a interim e il presidente dovrà affrettarsi a trovare presto un amministratore delegato di peso per tranquillizzare i mercati, significa che nella diatriba presidente-Ceo sul caso Libia il vincente è stato lui. O meglio, il suo understatement rispetto a un a.d. indiscusso protagonista e accentratore dei processi decisionali della seconda banca del Vecchio Continente. Nei cinque anni di convivenza, Rampl, infatti, ha prima accettato di veder trasformare il suo istituto, soprattutto dopo il 2007 con le nozze UniCredit-Capitalia, in una filiale regionale di un gruppo paneuropeo con il quartier generale, originariamente diviso fra Milano e Monaco di Baviera, sempre più italocentrico. E ad inizio 2010, ha lavorato sempre per Profumo, facendo da pontiere, in occasione della svolta riorganizzativa, fra l'amministratore delegato e soci dissenzienti che si vedevano sottrarre potere con l'azzeramento dei Cda delle banche-segmento (retail, corporate, private).

Sul caso Libia, c'è chi dice che Rampl, al contrario di quanto da lui affermato, fosse a conoscenza dell'ingresso del fondo sovrano di Tripoli e che, quindi, Profumo non avrebbe alcuna colpa. Qualunque sia la verità, una cosa è certa e cioè che, nella sua corsa frenetica all'espansione internazionale (dal 3% del mercato italiano del 1998, UniCredit è passata al 3% di quello europeo), l'ex McKinsey ha fatto come la rana della favola di Fedro, che per sembrare più grossa del bue si è gonfiata a dismisura fino a scoppiare e lasciarci le penne. In questo caso, il banchiere genovese, appellato anche dai commentatori "Alessandro il Grande" per la sua scalata ai vertici del mercato bancario europeo, ha sottovalutato gli effetti della sua manovra di progressivo spostamento, all'interno dell'azionariato, del baricentro politico dal nocciolo duro dei soci italiani a un variegato fronte di investitori internazionali, più orientati al mercato e meno inclini a logiche localistiche (vedi i teatrini leghisti di Tosi and company) che, spesso, mal si sposano con la logica anglosassone della redditività.

Profumo aveva in mente per la sua banca un assetto da public company, un modello dove il management è leader indiscusso. Ma la trasformazione definitiva stile one man bank, da lui auspicata (vedi ingresso di Abu Dhabi prima, dei libici poi e del fondo sovrano di Singapore che sta scaldando i motori), non si era ancora compiuta e i particolarismi tricolori hanno fatto capire che il progetto che il banchiere genovese aveva in mente a loro non interessava.

La sentenza è stata senza appello: Profumo ha violato la regola che il Ceo deve amministrare in nome e per conto dei proprietari della società per azioni. Quindi, a casa. Due strade, quella degli azionisti e dell'amministratore delegato, che si separano per delle diversità genetiche. Per Profumo, che in passato ha più volte detto di voler lavorare fino a 60 anni, forse è meglio così. Chissà che non si prenda la sua rivincita a capo di un gruppo di quella City londinese che in passato lo ha ospitato solo per la presentazione dei suoi risultati di bilancio.

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