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Economia
Usa, il lavoro c'è. Ma la Borsa vende. Il paradosso del benessere americano

Il mercato del lavoro a stelle e strisce marcia a gonfie vele. Andamento che per gli esegeti dell’economia si traduce in un rafforzamento, in prospettiva, della domanda interna, azionando il circolo virtuoso della crescita economica. Che significa in ultima battuta potenziale aumento dei fatturati aziendali e dei profitti. E, quindi, a condizioni costanti, in più dividendi da distribuire agli investitori-azionisti. Eppure alla notizia del Dipartimento federale del Lavoro, secondo cui a giugno le aziende americane hanno continuato ad assumere e lo hanno fatto con uno slancio decisamente migliore del mese precedente e oltre le stime degli analisti, le Borse hanno accelerato le vendite. Su entrambe le sponde dell’Atlantico.

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Negli Stati Uniti il mese scorso sono stati creati 224.000 posti di lavoro mentre gli osservatori delle dinamiche dell'occupazione americana ne attendevano 165.000 unità. Il settore privato ha creato 191 mila posti e quello pubblico 33 mila. Il dato complessivo del mese precedente è stato rivisto, a 72 mila da 75 mila; quello di aprile è stato ritoccato a 216 mila da 224 mila. E’ vero che il tasso di disoccupazione è leggermente risalito al 3,7% contro le attese per un dato invariato al 3,6%, ma è un numero comunque intorno ai minimi degli ultimi 50 anni. Insomma, l’economia degli States è in salute e il rialzo di giugno segna comunque il mese numero 105 di fila in cui i datori di lavoro americani hanno reclutato personale, un nuovo record.

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Tutto bene dunque, ma non per chi fa incetta in portafoglio di titoli azionari che ha bisogno di una politica monetaria accomodante che aiuta il denaro a prendere la via degli investimenti finanziari. E i dati diffusi dall’Amministrazione Trump fanno venire meno le speranze in una Federal Reserve accomodante. Fino ad ora il mercato dava quasi per certo un taglio dei tassi d’interesse nella riunione di fine mese. Dopo il rapporto del Dipartimento, le probabilità di un taglio dei tassi di 50 punti base a luglio sono scese da quasi il 26% all'8%.

Così il gruppetto degli operatori di Borsa che crede che la Fed sarà "paziente" e dunque dubita ci sia una riduzione del costo del denaro di 25 punti base è tornato a farsi più nutrito. L'apertura a Wall Street è stata moderatamente negativa con il Dow Jones in avvio a -0,43% e il Nasdaq a -0,55%.

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Sui mercati tutto si lega e torna, perché il petrolio ad agosto al Nymex ha ampliato i cali (-1,34% a 56,57 dollari): sebbene più occupazione implichi una maggiore domanda, il greggio soffre. Un taglio dei tassi infatti indebolirebbe il dollaro sostenendo i prezzi del barile, ma se quel taglio è messo in dubbio, il biglietto verde si rafforza pesando sui prezzi del Wti. 

Sull’obbligazionario, con la Fed meno colomba nelle condizioni di prendersi altro tempo nell’inversione della politica monetaria, i prezzi dei Treasury sono scesi. I rendimenti di conseguenza si sono risollevati dai minimi pluriennali raggiunti nei giorni scorsi.

Il titolo di stato a due anni - il più sensibile a un cambiamento delle attese sulle mosse della banca centrale guidata da Jerome Powell - ha visto il rendimento salire all'1,847% dall'1,790% precedente ai dati sull’occupazione e dall'1,756% di mercoledì, l'ultima seduta prima della pausa di ieri dovuta all’Indipendente Day. Il rendimento del decennale viaggia al 2,02% dall'1,97% precedente al rapporto e dall'1,952% della seduta precedente, quando aveva raggiunto il minimo dall'8 novembre del 2016. 

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